sabato 21 ottobre 2017

MANDEL’STAM ED EVTUSENKO, DUE POETI AGLI ANTIPODI.



Osip Mandel'stam (1891 - 1938)
Nella metà degli anni settanta ebbi la fortuna di fare la conoscenza, attraverso la lettura di due volumetti di poesie pubblicati dalla Garzanti, di Osip Mandel’stam ed Evgenij Evtusenko, due poeti russi del novecento. Due poeti dell’est europeo per formazione, stile e scrittura completamente opposti l’un l’altro. Il primo, ebreo di origine polacca, di Varsavia, subisce la persecuzione da parte del regime sovietico e scompare in un lager staliniano mentre l’altro, siberiano, brillante poeta, al contrario, viene ben tollerato dal regime nonostante le sue pungenti critiche al sistema. Anzi è persino celebrato per il suo talento. Due condizioni umane e letterarie agli antipodi per definizione. La prima, quella che ha prodotto Mandel’stam in una situazione di estremo disagio esistenziale, possiamo definirla una poesia neo classica per gli abbondanti riferimenti al passato che contiene; il secondo, Evtusenko, vissuto in una epoca successiva a quella di Mander’stam, possiede invece una scrittura ricca di nostalgico e disincantato lirismo, almeno durante la prima fase della sua attività letteraria, che lo condurrà ad essere identificato come una delle figure più prorompenti della nuova poesia sovietica post staliniana. Indubbiamente una delle più rappresentative, una notorietà che gli servirà per girare il mondo e intrecciare rapporti di amicizia con i maggiori scrittori occidentali.
Eppure Osip Mandel’stam (nato nel 1891) era stato negli anni venti del secolo scorso poeta brillante e autorevole. Le sue poesie, stilisticamente influenzate dal simbolismo-esistenzialismo, contrastano però con la giovane e dirompente poesia bolscevica dei Blok, degli Ivanov, etc. impegnati ad esaltare una scrittura di taglio ideologico/rivoluzionario, e questo mancato allineamento da parte del poeta d’origine polacco determinerà dapprima la persecuzione e in seguito l’internamento in Siberia. La sua indipendenza intellettiva e culturale gli sarà fatale. Infatti dal 1923 in poi il suo nome diventa tabù nell’Unione Sovietica bolscevica e le sue poesie subiscono un oscuramento totale. Morirà alla vigilia dello scoppio della seconda guerra mondiale a causa di una malattia non meglio specificata mentre le sue opere dovranno attendere gli anni del disgelo per ottenere il giusto e meritato riconoscimento.   
Di Evgenij Evtusenko (scomparso di recente) verranno ricordate sopratutte alcune poesie che hanno avuto il pregio di raccontare il passato nelle tante forme che lo hanno posseduto: bellezza, nostalgia e disincanto si incontrano in La stazione di Zimà che evoca paesaggi malinconici “… Amavo la tajgà, i campi e le montagne/e le silenziose case di Zimà”, un lungo poema che conserva il sapore del tempo immobile; oppure la toccante dedica rivolta a Babij Jar, (“Oggi mi sento Anna Frank/limpida come un ramo in aprile/E amo/A che servono le parole?”) la cittadina in cui, nel 1941, fu teatro di un tremendo eccidio compiuto dai tedeschi contro 70 mila ebrei accusati di avere dato fuoco al paese.
Due poeti che hanno incrociato la mia vita quasi casualmente in un periodo in cui tutte le parole di questo mondo avevano un senso e una speranza. E noi ne subivamo il fascino.
A cantare davvero/e in pienezza di cuore/finalmente/tutto il resto/scompare: non rimane/che spazio, stelle e voce.” (Osip Mandel’stam). Il lascito di un grande poeta del nostro novecento.
Luigi Ciavarella

Evgenji Evtusenko (1932 - 2017)