sabato 28 marzo 2015

I BEATLES E I PRODROMI DELLA MUSICA POP

di Luigi Ciavarella
In fondo chi sono stati i Beatles ? E’ la domanda che ci poniamo ancora oggi a distanza di oltre 50 anni dalla loro nascita, per ricordarci una storia musicale che non ha eguali in quel mondo impregnato di suoni e lustrini, isterismo e finanza, nei luoghi in cui si è svolta tutta la carriera di una delle band musicali più importanti e amate della musica rock.
Quando iniziò la loro storia, in sordina come centinaia di altri gruppi loro coetanei, pochi avrebbero scommesso sul loro futuro eccetto forse Brian Epstein, l’improvvisato manager che si era assunto l’impegno di renderli famosi poiché vide in loro il giusto entusiasmo e nella loro comunicativa qualcosa di speciale che altri, agli inizi, evidentemente non vedevano.
Quando uscì il loro primo singolo a 45 giri, nel 1962, i Beatles erano uno dei tanti gruppi di Liverpool, fucina incandescente di talenti allineati e coperti dietro il desiderio di emergere da una condizione sociale deprimente più che ergersi a paladini di un suono nuovo e convincente che fosse l’inizio di un percorso tutto ancora da inventare.
Ha per titolo Love Me Do il loro primo dischetto e ascoltarlo ancora oggi non si coglie alcuna emozione particolare salvo percepire forse i primi segni di una voglia sospetta di contaminare l’ambiente circostante con iniezioni di miele fresco nello stesso istante in cui in altri luoghi altri gruppi si stavano preparando ad affilare loro armi per dare l’assalto al sistema, provando a piegarlo alle loro pseudo rivoluzioni distruttive. I Beatles invece avevano scelto sin dagli inizi, o almeno sino al 1966, anno della svolta, una miscela di edulcorata fusion tra Buddy Holly, gentile e saporita, e una sobria rispettosa tradizione britannica che teneva in considerazione una coerenza comportamentale dentro recinti consolidati oltre i quali la musica assumeva funzioni differenti, fuorvianti e poco in sintonia con la natura del beat. D’altra parte mancano i presupposti per dare idealità ai contenuti né i Beatles e affini sono interessati a radicalizzare una protesta sociale e rendersi alfieri di qualcosa che in Inghilterra in quel momento di frenetica emancipazione generale non esiste se non nella moda e nel desiderio di tutti di vivere una nuova realtà, soprattutto nel mondo giovanile, migliore rispetto al passato.
L’Inghilterra non è l’America del Vietnam e dei diritti civili calpestati, frenetica e irriverente nazione dei Bob Dylan e dei Frank Zappa, dei Velvet Underground e della scena psichedelica di Frisco  e dei tanti furori sparsi in tutta la nazione. Tuttavia anche se si lascerà sedurre dal suono rassicurante dei Beatles avrà modo di riservare posti altrettanto importanti a quei gruppi che avranno altre attitudini come i Who di My Generation, i Rolling Stones di Satisfaction o i primi vagiti psichedelici o freak beat dei tanti gruppi, anonimi e sinceri, che lastricheranno il suolo d’Inghilterra di tanto vinile dal suono fresco ed eccitante, oltre a dare spazio a tutta la scena blues che darà esempio di rettitudine in ambiti più culturali e significativi..
In questo contesto il suono dei Beatles è quantomeno distante dalla natura primordiale del rock. Per esempio dietro il paravento delle loro canzoni, almeno durante la prima fase della loro carriera,non si intravedono i segnali di una fuga verso lidi oltraggiosi, la loro musica è stata sempre funzionale ad un equilibrio di sistema che non ha consentito loro, almeno nella sostanza, di intaccare più di tanto l’edificio dei luoghi comuni esistenti, ripagandoli con un successo planetario senza precedenti..
In fondo la nascita della musica pop, il post beat che trainava una scena, era ben vista dal sistema. Rassicurante e agganciata alla moda, era quando di più auspicabile potesse sperare l’industria del disco, che in queste intuizioni fu grande regista al punto da trarre dalle circostanze di diffusione della musica dei Beatles il massimo dei vantaggi. Saranno altri a portare la musica rock oltre la barricata, tanto in Inghilterra quando, soprattutto, in America dove i venti del cambiamento avranno motivazioni più sostanziosi e affideranno alle parole e ai suoni compiti che il pop dei Beatles neppure si sogna di immaginare, almeno sino al 1968 quando l’anima di John Lennon, seppure imbrigliato in una strana disputa all’interno dei quattro, sembra liberarsi dal resto del gruppo per provare per rompere l’assedio dei media con dichiarazioni fuori tema e parole che assumeranno col tempo vere dichiarazioni di indipendenza.
Dopo quel singolo i Beatles pubblicheranno l’anno successivo il loro primo album, Please Please Me, prima raccolta di brani che confermano il sapore leggerino degli esordi anche se da quel momento inizia la loro scalata al successo, dapprima con circospezione e poi in modo travolgente a tratti persino inspiegabile. Una esplosione mista di isterismo collettivo e deliri incontenibili difficile da spiegare ma che entrano a far parte da subito nel costume della musica come modelli entro cui la musica dei Beatles avrà motivo di esistere, dopodiché, stanchi di tutto questo, si ritireranno in studio e avranno più cura della loro musica, sfornando da quel momento, dal Rubber Soul in poi, più o meno autentici classici che ancora oggi resistono all’usura del tempo.   
In otto anni di vita i Beatles hanno pubblicato 13 album ufficiali, da Please Please Me del 1963 citato sino a Let It Be del 1970, la raccolta di brani che George Martin pubblicò senza neppure il loro consenso, nel disperato tentativo di riportarli in vita, invano, quando invece una serie di eventi nefasti ne avevano già sancito la fine.
I Beatles vennero in tournee in Italia nel giugno del 1965 con date a Milano, Genova e Roma,
Stranamente il gruppo, rispetto agli entusiasmi suscitati altrove, in Italia non venne accolto con il consueto strascico di urla isteriche, ecc.. le loro performance furono composte ed ordinate seppure si avvertiva l’eccezionalità dell’evento in ampi strati della popolazione giovanile.
La data più importante si consumò il 24 giugno al Vigorelli di Milano, dove i Beatles effettuarono due set come si usava allora, uno pomeridiano alle ore 16 sotto un sole infuocato e uno serale dove furono presenti 20.000 persone in maggioranza adulti, mentre nel pomeriggio non superarono le 7.000 presenze soprattutto di giovani. Il prezzo del biglietto era di mille dire in tribuna e duemila sul prato mentre alcuni cantanti italiani con i loro gruppi fecero da supporto come Peppino di Capri e i suoi Rockets ( che filmò l’evento e lo divulgò in ogni luogo ), Fausto Leali e i Novelty e infine forse il gruppo più in sintonia con la musica dei Beatles, Maurizio Arcieri e i New Dada.  


Luigi Ciavarella

  

MORTO JOHN RENBOURN, IL GRANDE CHITARRISTA DEL FOLK INGLESE.

Un infarto si è portato via ieri, all’età di 70 anni, John Renbourn, chitarrista formidabile nel campo del folk jazz inglese, noto soprattutto per aver dato vita, insieme a Bert Jansch, un altro grande virtuoso della chitarra folk, scomparso anch’egli nel 2011, la cantante Jacqui McShee, il contrabbassista Danny Thompson e il batterista Terry Cox, ai Pentangle sicuramente insieme ai Fairport Convention, il più grande gruppo inglese di tendenza folk jazz.
Le sue origini musicali risalgono agli inizi dei sessanta in una Londra che si sta preparando a diventare punto di coagulo delle diverse tendenze musicali e artistiche che stanno interessando l’intera nazione in un contesto di grande aspettativa per il futuro della musica inglese. Si occupa presto di folk tradizionale anche se il suo primo disco uscito nel 1966 è infarcito di brani provenienti dal repertorio dei classici blues americani, ( Muddy Waters, Blind Boy Fuller, ecc… ) come d’altra parte era d’uso in quel periodo. L’incontro con Bert Jansch prima, nei primi anni sessanta, e Jacqui McShee poi, indirizzano il grande chitarrista verso il folk provando già da subito a contaminare il genere con virtuosismi jazz e blues, che saranno il marchio di riconoscimento della sua musica.
John Renbourn insieme a Jacqui McShee
La nascita dei Pentangle, avvenuta nel 1968 con la pubblicazione del primo album, cambia i progetti del chitarrista poiché il gruppo britannico si impone subito come uno dei maggiori riferimenti di contaminazione tra folk, jazz e blues di livello altissimo essendo i musicisti tutti provenienti da scene musicali diverse, uniti dal collante della passione per la ricerca, che sarà per tutta la durata della loro vita artistica, attraverso cinque anni di ininterrotta evoluzione stilistica, la cifra entro cui verrà ricordata la loro musica. Una discografia formata di sei album, preziosi e fondamentali, che parte dal primo omonimo debutto del 1968, come accennavo prima, per concludersi con Solomon’s Seal nel 1972, inglobando autentici capolavori come per esempio il secondo Sweet Child, che cita Mingus e la ballata tradizionale britannica in un rapporto naturale di sintesi che si innesta nel flusso della dialettica che sta interessando in quegli anni la musica rock inglese. Meglio faranno con Cruel Sister nel 1970, l’album che meglio  identifica il loro stile fatto di stupende ballate e virtuosismi deliziosi, con la voce della McShee che raggiunge vette inarrivabili. Prima però c’era stato Basket of Light, il lavoro che aveva dato al gruppo la necessaria visibilità, fatto di brani che ottennero  un certo successo e che servì a dare slancio alla loro carriera, che nei successivi Reflection e Solomon’ Seal sarà più evidente.
Dopo la fine del gruppo ( che verrà riesumato da Jacqui McShee, tuttora in attività live sui palchi britannici ed europei ), John Renbourn riprenderà la sua carriera solistica, che peraltro, nonostante gli impegni con i Pentangle, non aveva mai abbandonato, con album di grande spessore artistico come The Lady & the Unicorn del 1970, ( bello anche Faro Annie, più personale ) da tutti considerato come il capolavoro massimo dell’artista londinese, facendo seguire una discografia regolare e proseguita sino ai giorni nostri, puntellata di collaborazioni importanti ( con Stephan Grossman per esempio, Van Morrison, ecc.. ) e di studi di ricerca delle radici tradizionali della sua terra.
Luigi Ciavarella









         

giovedì 26 marzo 2015

TUTTI I CD DELLA SWING CLUB

Seconda ed ultima parte della storia della Swing Club, etichetta sammarchese di produzione musicale, che dal aprile del 2007 al gennaio del 2014 pubblicò cinque titoli quasi tutti interamente intestati a nome di Mikalett ( Michele Giuliani ) proprietario unico dell’etichetta.


Questa storia affonda le radici nei tardi anni settanta allorquando Mikalett provvide a registrare su audiocassetta un congruo numero di tracce musicali in modo piuttosto casuale e senza un programma prestabilito con lo scopo di preservarne la memoria.
Se si escludono i brani di indirizzo religioso, che fanno venire in mente gli anni sessanta delle messe beat, davvero fuori luogo in quel contesto, il resto erano brani scritti in chiaro stile anni sessanta, per melodia e contenuti testuali, semplicità e stile, che sono poi lo stampo classico del cantautore, che non avrebbero affatto sfigurato in un album, per esempio, se resi sufficientemente adeguati ai tempi, di Gianni Morandi ma anche di altri cantanti affini.
Si tratta di brani abbozzati con la sola chitarra e voce, registrati con metodo analogico e abbastanza ben delineati nella loro semplicità compositiva. Mi pare ne fossero una quarantina.
Quando agli inizi del 2007 Mikalett decise di realizzare un compact disc di brani originali , ovviamente quella audiocassetta si rivelò subito il pozzo ideale da cui attingere il materiale per la realizzazione dell’opera. Infatti tutti i pezzi contenuti in “Mondo di sempre”, il primo cd in assoluto della Swing Club, provengono da quel demo, compreso il brano che da il titolo all’album che fu l’unico, in quel contesto, ad essere scritto a quattro mani, anche se un altro brano, “Speranza”, posto in coda all'album, conteneva una poesia del poeta africano N. Ngana
Aggiungo solo che di questo brano esiste anche una versione inedita alternativa con testo (e voce recitante) di mia composizione.
Degli altri brani, dalla mistica “Crederò” alla nostalgica “Dolci ricordi”sino alla ballabile “Drin drin drin” (il suo chiodo fisso) passando per altri due brani tipici del suo repertorio classico, “Io non voglio più” e “Come un robot”, si chiude con un remake del suo primo successo locale “Dimmi di si”, che qui viene riproposto in forma differente. Nel testo della title track, di cui esiste anche un ottimo video realizzato da Antonio Spagnoli, vengono trattati temi del disagio sociale e delle ingiustizie nel mondo, peraltro inconsueti nel panorama complessivo della scrittura musicale di Mikalett.
Nel 2010 vennero pubblicati due album : “Ballata per due briganti” e “Sammarcopop : I singoli”, entrambi ristampe digitali di brani già editi in forma analogica. Il primo, che racconta un fatto storico legato alle note vicende brigantesche del nostro paese durante il periodo post unitario, (i briganti Orecchiemuzzo e Lu Zambre, leggende locali), venne ripubblicato nella ricorrenza dei 150 anni dell’Unità d’Italia, ma che proviene da una pubblicazione originale effettuata del 1983 in audiocassetta (con una presentazione di Matteo Coco e un bel disegno di Filippo Pirro in copertina) arrangiata da Teo ed Angelo Ciavarella. All’interno una nota di denuncia degli abusi criminali commessi dall’esercito piemontese durante la repressione del brigantaggio, da me scritta, che si inserisce nel filone del revisionismo storico meridionale atto a far luce su alcune vicende tragiche consumate nelle nostre terre che la storia ufficiale ha occultato.
L’altro CD è una raccolta di sette brani con relativi lati B di tutti i singoli (45 giri) pubblicati a San Marco in Lamis da cantautori e gruppi sammarchesi nel corso del secolo scorso. Rappresentato da una bella foto dei Protheus del 1970, il disco raccoglie le testimonianze sonore di Michele Rendina (“L’amore a primavera/Sono un essere umano”), emigrato in Australia, Tonino Rispoli (“La donna dei miei sogni/Oh Susanna”) sensibile chansonnier, scomparso nel 2007, il Mikalett analogico detentore di due 45 giri epocali ( “Dimmi di si/Piangi” e “Canzone va/Chi siamo noi”), il Tackis migliore, diviso tra cabaret e canzone napoletana (“Solletico nervoso/O professore de medicina”), Mayo, (Angelo De Maio) all’epoca giovanissimo cantautore (“La donna che cercavo/L’innocenza i ricordi l’età”), The Fly, gruppo pop di Paolo Pinto e Leonardo Pignatelli (“Via con te/Averti un attimo”), infine Gioantò con un brano in stile new wave ( “Paranoia/Lo show”) arrangiato da Teo Ciavarella e di cui non so dare altre notizie. All’interno una mia nota che spiega tutto il contenuto della raccolta.
Il penultimo lavoro, “Tutto mi appartiene”, pubblicato nel dicembre del 2011, che reca in copertina una bella e suggestiva cover in b/n di Sara La Porta, (mentre il booklet stato affidato a Francesco Paolo Giuliani) è quello più importante per varietà di suoni e produzione artistica avendo impegnato su un telaio compositivo sempre facente riferimento ai sessanta, un arrangiamento moderno e meditato con criteri più professionali.
Alle sessions vi hanno partecipato molti musicisti locali importanti a partire dal sax di Antonio Aucello, le tastiere di Giuseppe Tancredi dei Faberi, la fisarmonica di Michela Mastromauro, il mandolino di Michele Ceddia e soprattutto gli interventi di Ciro Iannacone, (nel cui studio di registrazione sono stati prodotti i cd) tutti impegnati a sostenere lo sforzo di un lavoro compatto e generoso i cui risultati sono evidenti in alcuni brani come per esempio la conclusiva “Sante Marche mia”, scritta in vernacolo sammarchese, che fu molto apprezzata ovunque (una versione video è presente su Youtube) ma anche in altre tracce come per esempio “Tutto ci appartiene”, dai contorni sfuggenti e romantici o “Finalmente abbiamo visto il mare”, con un arrangiamento molto duro puntellato dalle tastiere di Giuseppe e dalle distorsioni alla chitarra prodotte da Ciro, inconsueta denuncia di alcuni fatti storici vissuti nel mezzogiorno durante la repressione piemontese che si riallaccia in qualche modo alle presedenti ballate dedicate ai noti briganti sammarchesi. Del lavoro sono compresi due sentiti omaggi dedicati a due protagonisti della scena musicale sammarchese, Tonino Rispoli con “Oh Susanna” (lato B del suo unico 45 pubblicato in vita) e l’inedito “Addio Pianino” di Luigi Soccio alias Maestro Tackis, omaggio ad un tempo che fu , come recita il testo della canzone, qui arrangiata con i contributi al mandolino di Michele Ceddia, coautore e sodale dell’artista scomparso.   
Il resto dei brani, da “La forza dell’amore”, a “Quando tu”, “La verità è qui” e “Che tempo fa”, sono tutti brani presi, come dicevo all’inizio di questa cronaca, da quel demo analogico che Mikalett ha registrato nei settanta col segreto sogno di farne delle opere dignitose,(ma anche da un’altra audiocassetta analogica) che noi abbiamo contribuito a realizzare, ciascuno forte delle proprie competenze, sicuri di interpretare la sua idea di musica in modo compiuto, che sono stati Mario Masullo (batteria e percussioni), Giuseppe Bonfitto (Basso), Pietro Giuliani (Chitarre) e, riguardo “Mondo di sempre”, con i contributi di Angelo Argentino alle tastiere e Michele Parisi alla chitarra solista oltre ad un coro di ragazze che hanno reso più armonioso l’intero progetto e un altro “coro ingrato” che ha dato il meglio di sé durante le sessions di due brani presenti all’interno dell’ultimo lavoro offrendo una dignitosa e commossa performance partecipativa delle proprie forze evocative affinché tutto avesse un senso e nulla andasse perduto. 
(fine)
Luigi Ciavarella  


mercoledì 25 marzo 2015

L'ARTE DI INTRATTENERE : UN RICORDO PERSONALE DI CARMINE VOLPE

Il ricordo di lui si limita solo a pochi ma significativi passaggi e tutti riconducibili al mondo dei rapporti tra radio, musica, dischi e attività affini. Erano all'origine le sue principali attitudini professionali e di vita, che, insieme, all'intrattenimento musical gastronomico dell'ultima fase della sua vita, furono le uniche cose che lo videro sempre impegnato a gratificare una esistenza altrimenti priva di altre soddisfazioni professionali.
Carmine Volpe io l'ho conosciuto in quel contesto. Era fisicamente già bello grosso quando ci siamo incontrati per la prima volta, credo in via Zuppetta, dove in quel tempo ( anni 80) vi era la sede della radio che lui, insieme ad altri, possedeva e dalla quale trasmetteva la musica del momento. Ci siamo incontrati per un appuntamento finalizzato all'acquisto da parte mia di un blocco di dischi a 45 giri che lui intendeva disfarsene poiché la radio aveva cessato di esistere e si stava smobilitando l'armamentario. Consolle, giradischi e quanto altro erano serviti a far funzionare la radio ed ora stavano lì buttati alla rinfusa,  pronti ad essere ceduti o buttati via. Ero interessato soltanto ai dischi. E di questi Carmine me ne mostrò un gran numero che io visionai dettagliatamente scegliendone mi pare qualche centinaia. Operazioni del genere ne avevo già effettuate altre volte in passato, per esempio con un'altra radio cittadina, anch'essa in smobilitazione, anche se in quel caso furono gli album gli oggetti del mio desiderio, però Carmine mi prospettava l'acquisto di singoli che in quel periodo mi interessavano maggiormente..
Carmine fu molto paziente e alla fine ci accordammo. Scelsi tra le altre cose un congruo numero di singoli di Andriano Celentano sopratutto tra quelli che il famoso molleggiato pubblicò prima dell'avventura del Clan, senz'altro i titoli più importanti e appetibili dal punto di vista collezionistico. Presi anche altro e portai tutto a casa. Qualche giorno dopo mi chiese se volevo comprare anche il resto ma ormai avevo esaurito la mia ricerca.
Il fatto fu che da quel giorno diventammo praticamente amici poiché proseguimmo ad intrattenere rapporti confidenziali durante i nostri incontri occasionali, complice la passione comune per la musica, e una certa simpatia innegabile che lui riusciva sempre a trasmettere e che a me faceva piacere. Molti altri incontri li abbiamo avuti, prima dell'insorgenza della sua malattia, sul mio posto di lavoro per piccoli fatti che servirono a pretesto per stimolare anche in questi casi lunghe conversazioni sempre incentrate sull'aspetto musicale ma anche di suoi progetti di intrattenimento che lui si apprestava a realizzare, come infatti nell'ultima parte della sua vita fece, mettendo su, durante l'estate, iniziative di tipo gastronomiche unite all'intrattenimento musicale, devo dire con grande successo. Fu in questo frangente una delle ultime volte in cui abbiamo avuto modo di incontrarci, nel trambusto generale della festa di " Chiu fa notte e Cchiu fa forte "nelle pause dello svolgimento del festival rock ad artefacendo, per il consumo di un panino farcito e di una birra che lui, nonostante la mole, serviva con una agilità sorprendente.
Poi la malattia ha diradato i nostri incontri occasionali sino a quando non è giunta la notizia della sua morte a suggellare una vita intera vissuta credo molto intensamente ma sfortunata.,
Una curiosità : mi ha sempre chiamato per cognome, mai per nome. E' stato l'unico che lo abbia fatto sistematicamente forse per una forma di rispetto nei miei riguardi o forse perché lui semplicemente era fatto così.
RIP
Luigi Ciavarella


Il 45 giri di Andriano Celentano che io, tra gli altri, comprai da Carmine e che risulta il più raro, peraltro conservato nei miei scaffali.