domenica 31 ottobre 2010

I REVIVAL . I PIONIERI DEL POP SAMMARCHESE.


I REVIVAL ( senza la S ) appartengono alla categoria dei gruppi che hanno lasciato una traccia importante nella storia del pop sammarchese. Una cover band guidata da MICHELE FULGARO, figura storica del gruppo insieme ad ANGELO IANNANTUONO, dell'esperienza dei sessanta nei Mods, gruppo seminale del pop locale di quegli anni pioneristici.
Il gruppo ammirato quest'estate nel corso di quella bolgia infernale denominata Cchiù fa notte e chiù fa forte, una esperienza di per sé positiva e senz'altro migliorabile, ha saputo cogliere con misurato senso del divertimento e un pizzico di humor, l'atto di esibire una performance inusuale ma ricca di spunti originali e senz'altro molto godibile da un punto di vista dello spettacolo peraltro in un luogo, via Roma, in quel momento molto trafficato essendo la strada principale del paese. Mancava il cantante, Michelino Aucello ma l'esperienza è servita agli organizzatori per dare diverse letture dello spettacolo e degli appuntamenti culturali nei vari angoli del paese.
I Revival sono nati nei primi anni ottanta su imput di Michele Fulgaro, all'epoca desideroso di formare una band col solo intento di dare corpo ad un suono nostalgico che guardava al passato per riproporre brani famosi e melodie senza tempo, per il gusto di suonare e condividere con altri il piacere di farlo.
Della cover band originale facevano parte anche Bonifacio Tancredi, cantante solista dalle virtù canore romantiche, Antonio Serafino Panzone e Mario Masullo, oltre al leader.
Nel corso degli anni la band si è ridotta ai soli Fulgaro, Tancredi e Panzone, quest'ultimo diventato nel frattempo il principale arrangiatore mentre a Michele Fulgaro e Bonifacio Tancredi erano affidate le parti vocali. Michele vi suonava anche la chitarra, suo principale e inseparabile strumento di vita.
Antonio Serafino Panzone e Bonifacio Tancredi sono di recente scomparsi.
L'ultima formazione, la stessa che ha suonato durante la kermesse citata in via Roma, si compone dei seguenti musicisti:
da sinistra :  Nicola Tenace ( batteria ), Angelo Iannantuono ( Fisarmonica ), Michele Fulgaro ( chitarra, voce ), Giuseppe Bonfitto ( Basso ), Michelino Aucello ( cantante solista ).

Luigi Ciavarella




                                     

giovedì 14 ottobre 2010

TIM BUCKLEY : STARSAILOR Straights / Bizzarre Rec. Usa 1970

Un volo, che ad ogni battito d'ali si alza, glorioso e immenso, che per ogni costellazione attraversata ricade negli abissi più neri, sfiorando la morte.
La voce di Tim Buckley era questo, e molto altro, la voce di Tim Buckley poteva essere qualunque cosa, e questo è il disco che lo dimostra. Dopo gli inizi folk e l'evoluzione graduale verso una nuova forma-canzone, dopo il jazz e l'eroina, dopo quel vuoto immenso che è Lorca, vero punto di non ritorno, Tim Buckley brucia tutto ciò che ha prodotto e ne ricompone minuziosamente le ceneri. E il risultato è Starsailor: acido, libero, insieme nerissimo e luminoso.
Non è propriamente un disco organico, ogni canzone è a se stante, i brani sono enormi monumenti che si innalzano tra pause di silenzio, senza mai toccarsi. C'è il blues di "Come Here Woman", ma è un blues disperato cantato da un uomo che annega, trascinato sotto la superficie dell'oceano più profondo da tentacoli invisibili. E poi c'è la luce, l'immensa luce dell'alba, e il mondo si risveglia, appena sfiorato da una tromba e da una chitarra in perfetta simbiosi in "I Woke Up". E il Caos, le urla primordiali di Buckley, "Monterey", traccia in cui è veramente protagonista la voce, disumana e sfigurata, che ulula e sanguina, lacerata da un riff quasi punk nella sua semplicità.
E poi, torna il Buckley degli inizi. Ma "Moulin Rouge" è solamente una pausa, necessaria per riprendersi prima del salto nel vuoto. "Song To The Siren": il mare, il mare aperto e sconfinato, e gli ultimi raggi del sole illuminano lo scoglio, su cui è seduta lei. E alla deriva, relitto di mille naufragi, Buckley eleva il suo lamento, ma qualcosa in lontananza urla, echi di speranza, echi di morte. E ritorna il fuoco che tutto devasta, in "Jungle Fire" finalmente la voce si alza, libera eppure così claustrofobicamente chiusa in sè stessa, tenta di spiccare il volo, ma è appesantita, è ferita, quasi cade. "Starsailor" è il punto di arrivo. Dall'abisso alla fine dell'universo, ormai puro spirito, la voce si divide nelle sue infinite parti, e vi si rispecchia in un gioco infinito di rifrazioni.
E poi, l'Inferno. "The Healing Festival" non si può definire in altro modo. Orgia di fiati, percussioni e Dio solo sa cos'altro, e quella voce, quella stessa voce che abbiamo visto alzarsi fino ai cieli, ora è ricaduta sulla Terra, purificata e pronta ad abbandonarsi di nuovo ai peccati terreni, ora guida le danze di questo rito pagano. E siamo veramente tornati a terra, Buckley ha già raggiunto il suo scopo, ha già visto, toccato, ascoltato l'infinito. E allora si può permettere una chiusura leggera con "Down By The Borderline", ovviamente trattata con la maestria di sempre, e soprattutto con grandi assoli di tromba.
Starsailor è l'irraggiungibile, e la via per arrivarci, Starsailor non è un disco difficile o facile, non è rock, non è jazz, non è neanche musica. E' una rotta tracciata a caro prezzo dal navigatore delle stelle, per permettere all'arte di raggiungere altezze vertiginose, per permettere all'uomo di diventare pari agli Dei.

martedì 5 ottobre 2010

RICORRENZE : I 150 ANNI DELL'UNITA' D'ITALIA / IL FALSO MITO DELLA SPEDIZIONE DEI MILLE

di FRANCESCO CAPALDO

L’Italia è un paese che di generazione in generazione alimenta falsi “miti”. Quello della spedizione dei Mille ne è un esempio. Dietro i falsi miti italiani a volte si celano pezzi di storia che andrebbero, per rispetto della verità, riscoperti e raccontati alle nuove generazioni. La coscienza civile di uno stato non si costruisce negando il passato, anche se presenta contraddizioni difficilmente conciliabili, ma facendo sì che tutti ne conoscano le luci e le ombre. La democrazia e il “progresso civile” si fondano sulla discussione e sul confronto e non sulla costruzione acritica di stereotipi e pseudo-verità storiche. È sbagliato continuare a trasmettere alle nuove generazioni un’immagine oleografica sia del nostro Risorgimento che della spedizione dei Mille. È una visione eroica che purtroppo non corrisponde alla realtà e che ingiustamente spazza via i drammi umani e il sacrificio di quanti dall’una e dall’altra parte hanno pagato con la vita il prezzo dell’Unità d’Italia. La storia non può e non deve essere quella dei vincitori. Deve rendere giustizia a tutti, anche ai vinti. Non è lecito cancellare come se non fossero mai esistiti i crimini compiuti da Garibaldi e dai suoi uomini ( leggi Bronte ). La crudeltà e l’efferatezza di alcune loro azioni vanno raccontate e trasmesse. È un dovere morale a cui non ci si deve sottrarre. Non è giusto che si dimentichi che in nome della causa dell’Unità di Italia le regioni meridionali sono state terrorizzate dai garibaldini. Ricordarlo non significa essere secessionisti, ma solo pretendere che il sacrificio di tanti innocenti non sia stato vano. Non è lecito cancellare, come se non fosse rilevante, il brutto capitolo della deportazione di migliaia di soldati borbonici che furono imprigionati ( come riferisce Maurizio Moscone su “L’Ottimista”) in varie località del Nord. Ricordare che la spedizione di Garibaldi fu voluta da Cavour e da Giuseppe La Farina, non significa sminuire il valore dell’Unità di Italia, ma aiuta a rafforzare il senso di democrazia e la coscienza nazionale di un popolo. Garibaldi ed i suoi uomini infatti hanno gettato la Sicilia in uno stato totale di disordine civile. Le fonti parlano di banditi liberati e della cancellazione di tribunali. Si trattò infatti di una spedizione finanziata sia col denaro inglese sia con quello della Società Nazionale di Cavour. Una vera e propria “occupazione” compiuta in nome di nobili ideali e che ha contribuito non poco, in seguito, a destabilizzare socialmente ed economicamente il Sud. Una visione molto diversa da quella che è generalmente tramandata e che forse meriterebbe di essere approfondita per restituire alla storia le sue contraddizioni e per far emergere il grande prezzo che il mezzogiorno ha pagato alla causa unitaria. Su questo forse dovrebbero riflettere quei politici che, dimenticando il sacrificio di vinti e vincitori, parlano di secessione anteponendo le ragioni del Nord a quelle del Sud.