giovedì 22 ottobre 2015

UNA LUNGA VITA DA NOMADI. L' ERA BEAT POP.

I Nomadi sono stati i primi veri autentici beatnick italiani nati sulla scorta di una moda proveniente dalla Inghilterra intorno alla metà degli anni sessanta. Sono loro i veri hippies padani, capelli lunghi, corredo floreale appropriato e poca voglia di farsi giudicare dalla società ipocrita del tempo. Le loro origini bisogna cercarle tra Modena e Reggio Emilia, in quel tempo terra di fermenti beat al sapore di lambrusco e lasagne, in una regione d'Italia peraltro sazia ed opulenta come poche altre. Sono i Nomadi, complesso beat nato con una canzone, Come potete giudicare, nel 1966, ( sul loro effettivo esordio mettiamoci una pietra sopra ) che è già tutto un programma di intenti. Infatti, insieme a Nessuno mi può giudicare, della conterranea Caterina Caselli, fa tutt'uno col termine rivoluzione giovanile che fa tanto tendenza tra i giovani in quel momento di mutamenti epocali. La loro sarà una rivoluzione a metà poiché prevarranno ben presto gli interessi che contano in fondo, che sono poi il successo e la popolarità, che arriveranno qualche anno più tardi e saranno travolgenti.Un successo calibrato su milioni di dischi venduti, apparizioni televisive, manifestazioni canore, che sono tutte esperienze che hanno segnato un'epoca e che rimangono lo specchio di una società che cambia in fretta e furia le sue abitudini di vita, che si evolve anche attraverso la musica. Una musica semplice, importata in quantità massiccia dall'estero ( in primis dalla Inghilterra ) e affidata a centinaia di cloni che sapranno valorizzarla. Non ci sono soli complessi italiani ad attingere a questo inesauribile serbatoio, al banchetto partecipano anche complessi prevalentemente inglesi che qui da noi faranno la loro fortuna. Sui gruppi inglesi famosi in Italia ci sarebbe da scrivere un capitolo a parte però alcuni nomi come Rokes, Motowns, Renegades, Primitives con Mal, Casuals, Los Bravos, ecc. non possiamo non ricordarli poiché furono questi i primi punti di riferimento per la vasta gioventù italiana assetata di novità e per i tanti gruppi nostrani in erba che si formarono sui loro esempi.  
I veri Nomadi sono sin da subito Augusto Daolio e Beppe Carletti, i restanti saranno comprimari che avranno un ruolo non fondamentale nella economia artistica del complesso. Il primo, cantante leggendario, che possiede una voce calda, potente e molto personale, caratterizzerà il suono della band ; il secondo, tastierista, che diventerà col tempo depositario e guida del patrimonio lasciato da Daolio, quando questi nei primi anni novanta morirà a causa di un male incurabile, assumendo la leadership del nome e portando in ogni angolo d'Italia e nel mondo la leggenda del gruppo con enfasi militante.
Ma i Nomadi diventano definitivamente famosi quando prendono in prestito un brano di Francesco Guccini, il loro primo sodale amico compositore che fornisce loro canzoni a getto. Il primo botto si chiama Dio è morto e tanto basta a farli conoscere ovunque in Italia poiché la canzone sciorina un testo che fa discutere. Il brano parla dei mali dell'umanità, delle paure e delle speranze che valse loro una censura da parte della RAI e, sorprendentemente, un plauso dal Vaticano. Non è il solo testo che va controcorrente in quel periodo ma Guccini sa come usare la penna.
Da quel momento in poi il complesso emiliano ha la strada in discesa in compagnia di decine di altri gruppi ( Equipe 84, Camaleonti, Corvi, Pooh, Dik Dik,e centinaia di altri minori.) che invadono l'Italia con le loro canzoncine beat, che i giovani gradiscono e se ne servono pure per riempire le loro feste fatte in casa, esattamente come i loro coetanei inglesi e di tutto l'occidente.
Dopo qualche altro brano apocalittico ( per esempio Noi non ci saremo ) e qualche album, i Nomadi nel 1968 rifanno un brano dei Moody Blues, Nights a white satin, che diventa Ho difeso il mio amore, dopo una prima stesura effettuata dai Profeti. La versione dei Nomadi, grazie alla voce di Augusto, però è più bella e ottiene il successo maggiore.
Su questa nuova traccia, a partire dai primi anni settanta, il gruppo di Daolio e Carletti aprirà una nuova fase artistica che dilagherà nella prateria del pop italico con canzoni ben confezionate da autori pop più in sintonia con il formato canzone di successo  e saranno tutte valorizzate dalla splendida voce del leader ( Un pugno di sabbia, Io vagabondo, Tutto a posto, Un giorno insiemeGordon,ecc.). I violini avranno il sopravvento e tutto si svolgerà all'ombra del successo nazionale, che la mia generazione ricorda ancora oggi con grande emozione e che avranno varie riletture, tutte di ugual spessore, durante i tantissimi concerti che effettueranno in ogni luogo, grazie alle voci dei nuovi cantanti del gruppo del dopo Daolio. che si alterneranno nel corso del tempo.
I Nomadi a tutt'oggi hanno pubblicato una lunga scia di dischi, con alterna fortuna, tutti imperniati però da una urgenza artistica sempre presente e anch'essa fondamentale per capire la loro idea di musica poiché raccontano dei tanti temi cruciali del mondo contemporaneo, che entrano nella storia di questo gruppo tanto longevo che rispetto ai Pooh, per esempio, che hanno appena annunciato di sciogliersi alla scadenza del cinquantesimo anno di vita, loro al contrario non hanno alcuna intenzione di associarsi.
Luigi Ciavarella





lunedì 12 ottobre 2015

PERSONAGGI STORICI DI SAN MARCO IN LAMIS : MICHELE FULGARO, MUSICISTA POPOLARE.

Quando a Michele Fulgaro, classe 1940, gli viene regalata la sua prima chitarra ha soltanto 11 anni e nessuna idea circa il modo di suonarla. Il contatto con lo strumento, a cui sarà fedele per tutta la vita, si rivela subito produttivo poiché, appena appreso i primi accordi, carpiti sui pochi giornali d'epoca, Michele è già pronto ad inserirsi negli ambienti musical popolari del paese, che sono pochi ma abbastanza vivaci.
Nella metà degli anni cinquanta, in paese, bisogna dirlo subito, vi è già una certa scena musicale che prende spunti dal repertorio melodico napoletano contaminato con canzoni popolari del posto. Il sodalizio, attivo sin dal dopoguerra, fa riferimento ad autentici pionieri come Tonino Lombardozzi, Nazario Tancredi, Luigi La Porta, Francesco Russo, eccellenti musicisti che stanno scrivendo le prime pagine di una storia memorabile che avrà nel tempo un suo sviluppo naturale, evolutivo, con risultati importanti che resteranno quale patrimonio della nostra storia.
Il suo "debutto" da protagonista però avviene piuttosto repentinamente, in una veste insolita, durante le feste di carnevale del 1957, insieme a Matteo Napolitano e Armando Inglese, responsabili di un famoso siparietto comico, ingenuo e divertente, ricco di inventiva e originalità che servì a farlo conoscere in paese. Si chiameranno gli Speranzoni e, tra gli altri meriti, saranno i primi a dare corpo alla nascita del prototipo di artista da avanspettacolo, spontaneo e seducente.Una forma di spettacolo improvvisato infarcito di sberleffi e stornelli paesani che saranno una delizia per la San Marco in bianco e nero, contadina e impertinente, che si prepara a mutare pelle nonostante la soverchiante fatica dei tempi. E' il fascino delle radici che qui viene ben rappresentato con sincerità e che avrà uno sviluppo più metodico, dagli anni sessanta in poi, attraverso l'arte visionaria e fantasiosa di Luigi Soccio, alias Maestro Tackis.   
Qualche anno prima Michele Fulgaro partecipa alla nascita del gruppo pop sammarchese, i Walter Pitet di Antonio Verde, (1954) che è stato personaggio fondamentale poiché è generalmente considerato il primo musicista popolare in paese a inventarsi una forma aggregativa di gruppo aperto e organizzato su basi condivise, coinvolgendo intorno a sé un certo numero di persone col fine di allietare feste e matrimoni con canzoni paesane e qualche accenno di brani di successo, che, insieme ai balli tipici, saranno gli ingredienti basilari della loro ricetta musicale.  
Rispetto al gruppo di Tonino Lombardozzi citato sopra, i Walter Pitet suonano un repertorio di musica più sui generis che alterna balli tradizionali e canzoni, con un occhio di riguardo verso i gusti dominanti, diversamente dal gruppo di Lombardozzi, per esempio, dove invece, accanto ai vincoli di amicizia e di appartenenza comune ad entrambi i gruppi, si evince una certa attitudine culturale più marcata nei confronti delle proprie radici musicali. Non a caso il maestro Tonino Lombardozzi è in primis un insegnante di fisarmonica, con metodi di studio pari ad una comune scuola di insegnamento.
Del gruppo fanno parte oltre a Michele Verde e Michele Fulgaro, anche Giuseppe Petrucci, Matteo Napolitano e Matteo Vigilante.      
Nel 1963, al termine del servizio militare, Michele Fulgaro è tra i fondatori del complesso (come lo chiameremo d'ora in poi poiché è questo il termine adottato nei sessanta sopratutto dalle parti del beat) i Mods o Modernissimi, interessati a far crescere una scena ormai liberata dai laccioli della timidezza e quindi dilagante in ogni angolo del paese, con i loro ritmi e le loro melodie accattivanti. Al nucleo principale, come è consuetudine, vengono aggiunti altri elementi come i fratelli Vigilante, Antonio e Giuseppe,chitarra e sassofono, e Angelo Iannantuono alla fisarmonica che, a partire dalla nuova denominazione Arcangelo e il suo complesso, sarà presenza fissa nel giro degli spettacoli che si produrranno nel paese, sopratutto tra i tavoli imbanditi delle feste nuziali. Michele Fulgaro adotta altri strumenti, come la tromba e spesso anche la batteria, nel suo personale curriculum di musicista completo, oltre ad essere la voce solista del gruppo con compiti di leader. 
Infatti possiede una bella voce, accattivante e cristallina, ben sintonizzata sulle note melodiche proveniente dai successi di cantanti quali Claudio Villa o Luciano Tajoli, ma anche attenta a sostenere i ritmi più avanzati dei nuovi urlatori nonostante la principale preoccupazione della band sia quella di suonare tanghi, valzer e tarantelle che sono poi i motivi più richiesti dal pubblico e sempre adatti allo spirito della festa.    
Nel 1968, anno di transizione epocale, i Mods si sciolgono per fare spazio ad una nuova formazione più in sintonia con i tempi, i Protheus, che, nella storia musicale del nostro paese, verranno ricordati come uno delle migliori in assoluto. La presenza di Beppe Monte (nome d'arte di Giuseppe Chiaramonte) nel ruolo di cantante solista e nuovo frontman del gruppo, cambia i progetti del complesso. Vengono ridimensionati i balli tradizionali a favore dei brani di successo dove Beppe Monte ha modo di mettere in campo le sue doti di cantante melodico che diventano presto marchio del gruppo, offrendo ovunque atmosfere da balera comune a molte altre realtà contemporanee. Hanno un repertorio di canzoni rubate all'attualità, fresche e seducenti, (come avviene ovunque in Italia) e fanno in modo che diventino il polo di attrazione dell'intero universo paesano stimolando nel contempo la nascita e la proliferazione di altri gruppi. 
Sono complessi giovanili che nascono in quegli anni sulla scorta di un entusiasmo molto contagioso. Hanno in comune tutti la stessa passione e si pongono gli stessi obiettivi ma saranno meteore nel firmamento della storia musicale a cavallo del decennio : the Birds, the Wolves, the Butterflies, i Draghi e le Pietre Azzurre, più inclini al rock nascente, sono questi i nomi dei gruppi che avranno i loro momenti di notorietà nelle balere del luogo e negli ambienti deputati alle feste giovanili poiché salvo qualcuno il resto cesserà di lì a breve ogni attività. Sono tuttavia i segni del tempo che bruciano ogni aspettativa e questi gruppi fanno da spartiacque tra vecchio e nuovo, tra una musica antiquata e involutiva che ha cessato di esistere e una nuova, flessibile e frizzante che si affaccia alla ribaalta in piena sintonia con i desideri dei giovani.
I Protheus ( il cui organico è formato, oltre ai due leader, Michele e Beppe, da Matteo Napolitano alla batteria, Michele Perta alle tastiere e Michele Verde, figlio di Antonio - il famigerato "zio rosso",- alla chitarra ) appartengono al tempo in cui le feste nuziali si sono trasferite dagli ambienti casalinghi agli spaziosi ristoranti di paese, dove si può suonare all'aperto o nei Dancing Club, nati nel frattempo, oppure durante feste danzanti scolastiche, dove tutto è possibile persino suonare nei concerti di piazza (una bella foto in b/n del complesso la si può vedere sul front del cd "Sammarco Pop", in piedi a scalare sui gradini dell'ex cassa armonica della villa comunale). 
Nella San Marco dei juke box, rinascimentale e colorata i Protheus assumono la leadership della piazza, ovunque ci sia bisogno dei loro servigi (per esempio durante le feste in maschere dei carnevali di paese cosi ricchi di struggente tradizione, di cui si è persa persino la memoria), insomma ovunque ci sia spazio e persone disposte ad ascoltare.
Il gruppo dura sino al 1973 dopodiché cessa di esistere. L'anno precedente Beppe Monte partecipa al programma radiofonico La Corrida, celebre trasmissione condotta da Corrado, con il brano Tanta voglia di lei dei Pooh guadagnando il secondo posto. L'improvvisa notorietà del cantante dei Protheus mina gli equilibri all'interno della band per cui è costretta a sciogliersi.
Michele Fulgaro chiude così la lunga prima fase della sua storia musicale. 


La riprenderà nel 1980 in seguito alla nascita dei Revival, di cui fanno parte Bonifacio Tancredi, Serafino Antonio Panzone, Angelo Iannantuono, Giuseppe Bonfitto e Mario Masullo, (spesso raggiunti sul palco dal maestro Tackis e da Tonino Rispoli) che avrà soltanto il compito di ricordare ai numerosi fruitori il tempo che passa inesorabile, attraverso ondate di canzoni senza tempo. 
Ma questa è un'altra storia.
Nei primi anni novanta Michele Fulgaro registra e pubblica in modo spartano un cd musicale in cui coesistono alcuni brani di noti poeti dialettali locali (Francesco P.Borazio e Michele Martino), peraltro molto suggestivi, adattati musicalmente, e altre invece più trascurabili covers di cantanti noti.
  
Conservo il ricordo di una immagine struggente, che mi torna spesso prepotente alla mente, come in questo momento di congedo, ed è quella in cui appaiono Michele Fulgaro insieme a Giuseppe Scola e sua moglie Elisabetta Cristalli nell'atto di improvvisare una tarantella, ciascuno munito rispettivamente di chitarra, violino e tamburo, che posano festosi per Giuseppe Michele Gaia, studioso fiorentino di arte e danze popolare, che volle immortalare quello scatto per sempre poiché finì ad arricchire la cover del cd, che conteneva una raccolta di brani popolari nazionali, di cui ho perso le tracce.
Una immagine che vale più di ogni altra considerazione che si possa aggiungere intorno all'arte e la musica di Michele Fulgaro, musicista popolare di San Marco in Lamis, protagonista assoluto di una storia ricca di passaggi epocali in cui ha sempre saputo cogliere, in ogni occasione, sempre gli aspetti più peculiari. 

Luigi Ciavarella






domenica 11 ottobre 2015

L'ULTIMO VALZER INSIEME AI POOH.

Il famoso gruppo pop italiano ha annunciato, dopo cinquanta anni di vita musicale insieme, di sciogliersi l'anno prossimo. Sono previsti per l'occasione due mega concerti (Milano e Roma) e una nuova emissione di CD in formato deluxe.

I Pooh, il famoso e popolare gruppo pop leggero italiano, ha deciso di finirla qui. Hanno detto basta dopo cinquanta anni esatti dalla loro prima apparizione discografica cioè dal 1966, anno in cui venne pubblicato il loro primo 45 giri, Vieni fuori direttamente da una cover d'annata proveniente d'oltre manica. Un po come si usava in quel tempo le cover, (che sono state una sorta di furto diffuso, legalizzato e condiviso), erano il retaggio abituale in cui si formavano carriere musicali e si ottenevano, per quelli meno fortunati, lampi di notorietà, poiché duravano lo spazio di un mattino.
I Pooh iniziarono da subito a scrivere canzoni, con testi di tipo adolescenziale, grazie alla fertile penna di Valerio Negrini, autentico, sensibile poeta, artigiano della parola persino migliore di Mogol, se si esclude la feconda esperienza avuta con Lucio Battisti alla Numero uno. Rispetto ad altri (per esempio l'Equipe 84 e i Camaleonti tra i più gettonati all'epoca) che pubblicavano a raffica soltanto covers di diversa natura stilistica e provenienza, il gruppo bolognese nei tre albums che caratterizzano i loro anni sessanta alla Vedette, si spinsero a scrivere anche brani originali seppure di facile e a tratti banali contenuti tanto che, nei primi anni settanta, quando si rese necessario mutare immagine, il passaggio dal beat, ormai decadente, ad una forma di canzone mielosa e di successo, i Pooh rifiutarono persino i loro lavori precedenti tanto da intitolare la loro prima opera appunto Opera prima.
Nei sessanta, quindi, fatta eccezione per un paio di brani, il resto è un banale caleidoscopio di canzoni insulse e prive di nerbo, leggere come foglie di carta velina, che vogliono imitare Beatles e affini, il pop emergente edulcorato e gentile di stampo anglo sassone, senza tuttavia lontanamente mai riuscirci, salvo Brennero 66, che diventa da subito “l'altra faccia” del beat, che getta un clima di sospetto su fatti che la musica leggera non aveva finora previsto ma che irrompe con la forza di un uragano su una scena in sostanza tutto sommato frivola e modaiola, assortita e impegnata ad allietare i pruriti giovanili e le esigenze di profitto dell'industria, sempre attenta a queste trasformazioni. Il brano parla di terrorismo altoatesino, di morte e distruzioni con la cruda analisi di un fenomeno che l'Italia, assorta a godersi gli effetti del consumismo spietato di fine decennio, prova a rimuovere dalle proprie abitudini. La censura arriverà puntuale ma sarà l'unico caso in cui i Pooh si lasceranno sedurre da una denuncia sociale tanto estrema. Lo rifaranno negli anni novanta con un altro paio di canzoni significative ( Pierre che parla di omosessualità e Uomini soli che invece tratta il tema della solitudine) ma nei sessanta quella canzone è un pugno nello stomaco, un coraggioso esempio di come si possa veicolare una canzone beat verso sentieri del tutto imprevedibili.
Nei settanta con Tanta voglia di lei la band emiliana cambia registro e si spinge verso un pop d'autore, ricco di arrangiamenti forse fin troppo esagerati per la costruzione di una serie canzoni di successo che puntelleranno tutto il corso del decennio e sono ancora tuttora nella mente e nell'anima di tante generazione (la mia in primis) che sono cresciute all'ombra di questa musica forse abbastanza stucchevole ma capace di suscitate moti di cuore inevitabili e far sbocciare amori improvvisi per le parole stupende e la musica avvolgente che essi hanno sempre posto in essere. Poi la musica del gruppo diventa marchio e tutto si svolge all'insegna di un business che travolge la spontaneità e l'originalità a favore di un impegno rivolto all'intrattenimento puro e crudo, costruito su spettacoli sempre super tecnologici che nulla hanno più a che vedere con la loro musica.
I Pooh che lasciano la scena (con due concerti a Milano e a Roma previsti l'anno prossimo a giugno) hanno l'aspetto di quattro ragazzi (più Riccardo Fogli che, allontanato nel 1973, è stato riaccolto per l'occasione) che si son divertiti a suonare senza la pretesa di cambiare il mondo, sempre accolti per tutta la durata della loro storia, con calore e affetto dalla numerosissima prole di fans presenti in tutta la nazione, senza mai stravolgere più di tanto la loro redditizia cifra stilistica che ha dato loro tanta soddisfazione, in termini sia di popolarità che di profitto. 

  Luigi Ciavarella