martedì 30 novembre 2010

QUESTO PICCOLO GRANDE MIKALETT

Michele “Mikalett” Giuliani è nato a San Marco in Lamis nel 1947 fore lu puzzuranne, come è stato scritto nella sua biografia ( vita breve e romanzata di un sognatore, 2004 ), tentativo semiserio di fissare un ordine cronologico, peraltro impossibile, delle svariate attività artistiche e ludiche,           che      hanno investito la vita del personaggio.
 
Dimmi di si / Piangi : primo 45 giri di Mikalett_ 1977
  

posa della prima pietra campo sportivo di San Marco in Lamis, 21 / 06 / 2007
 


 

primavera 2004 _ foto set del cd " Mondo di sempre "
 Ha iniziato come cantautore di musica leggera, negli anni sessanta, tenendo in mente la lezione di Gianni Morandi, suo cantante preferito e bussola di riferimento della sua scrittura per tutta la vita. Ha pubblicato in vinile due singoli : Dimmi di si / Piangi ( 1976 ) e “ Chi siamo noi / Canzone va “ ( 1977 ), seguito a ruota da tre audiocassette, rispettivamente : La forza dell’amore / Quando tu , Ballata per due briganti e Sammarche mia, Il primo segue la scia dei precedenti lavori pop, il secondo consiste in una ballata sanguigna e dirompente dedicata alle gesta dei briganti nostrani ; l’ultimo invece è un brano in dialetto sammarchese, un tentativo forse ingenuo ma sincero di dedicare una canzone al suo paese d’origine. Ai lavori hanno contribuito i migliori musicisti pop locali : da Teo Ciavarella ad Angelo Ciavarella e altri. Naturalmente Mikalett ha scritto molte altre canzoni, parte delle quali sono state pubblicate su un cd, Mondo di sempre, nel 2004. L’album è stato realizzato con il contributo di un gruppo musicale stabile e dall’assistenza tecnica di Ciro Iannacone oltre alla partecipazione alla produzione di Luigi Ciavarella, autore tra l’altro del testo della title track.( Mondo di sempre, Swing Club, 2004 ). Degli altri brani scritti negli anni dal cantautore parte di essi verranno pubblicate su un secondo lavoro di prossima realizzazione. 
Accanto alla produzione di canzonette, Mikalett si è occupato anche di scrittura. Seppure in forma approssimativa, Mikalett ha pubblicato alcuni libretti con forte caratterizzazione anticlericale ( cito per tutti Ti racconto mio Signore ) o una attitudine alla riflessione pseudo filosofica con citazione di aforismi , detti di sua invenzione peraltro molto curiosi ed altri scritti trascurabili. Una raccolta sistematica di tutta la produzione letteraria è stata affrontata nel 2005 ben introdotta da Leonardo Aucello.( Pensieri parole e…. Edizioni Le Nuove Muse ) Di importante occorre citare la pubblicazione dell’unica farsa in dialetto scritta dal Giuliani, Chi magna sule c’affoca, molto apprezzata durante una rappresentazione teatrale a Foggia nel 1983. Il carattere dinamico e dirompente del personaggio lo porta ad interessarsi nel tempo di una moltitudine di interessi che vanno dalla partecipazione alla formazione della banda musicale comunale, le majorettes, alla costituzione di club sportivi e soprattutto, l’attività che ormai lo lega inesorabilmente, alla passione per il ballo in tutte le sue forme ludiche e artistiche, dove ha acquisito un master e dove insegna regolarmente in paese nel contesto di una disciplina molto seguita.      
 

Cover " Mondo di sempre "_ 2004



domenica 31 ottobre 2010

I REVIVAL . I PIONIERI DEL POP SAMMARCHESE.


I REVIVAL ( senza la S ) appartengono alla categoria dei gruppi che hanno lasciato una traccia importante nella storia del pop sammarchese. Una cover band guidata da MICHELE FULGARO, figura storica del gruppo insieme ad ANGELO IANNANTUONO, dell'esperienza dei sessanta nei Mods, gruppo seminale del pop locale di quegli anni pioneristici.
Il gruppo ammirato quest'estate nel corso di quella bolgia infernale denominata Cchiù fa notte e chiù fa forte, una esperienza di per sé positiva e senz'altro migliorabile, ha saputo cogliere con misurato senso del divertimento e un pizzico di humor, l'atto di esibire una performance inusuale ma ricca di spunti originali e senz'altro molto godibile da un punto di vista dello spettacolo peraltro in un luogo, via Roma, in quel momento molto trafficato essendo la strada principale del paese. Mancava il cantante, Michelino Aucello ma l'esperienza è servita agli organizzatori per dare diverse letture dello spettacolo e degli appuntamenti culturali nei vari angoli del paese.
I Revival sono nati nei primi anni ottanta su imput di Michele Fulgaro, all'epoca desideroso di formare una band col solo intento di dare corpo ad un suono nostalgico che guardava al passato per riproporre brani famosi e melodie senza tempo, per il gusto di suonare e condividere con altri il piacere di farlo.
Della cover band originale facevano parte anche Bonifacio Tancredi, cantante solista dalle virtù canore romantiche, Antonio Serafino Panzone e Mario Masullo, oltre al leader.
Nel corso degli anni la band si è ridotta ai soli Fulgaro, Tancredi e Panzone, quest'ultimo diventato nel frattempo il principale arrangiatore mentre a Michele Fulgaro e Bonifacio Tancredi erano affidate le parti vocali. Michele vi suonava anche la chitarra, suo principale e inseparabile strumento di vita.
Antonio Serafino Panzone e Bonifacio Tancredi sono di recente scomparsi.
L'ultima formazione, la stessa che ha suonato durante la kermesse citata in via Roma, si compone dei seguenti musicisti:
da sinistra :  Nicola Tenace ( batteria ), Angelo Iannantuono ( Fisarmonica ), Michele Fulgaro ( chitarra, voce ), Giuseppe Bonfitto ( Basso ), Michelino Aucello ( cantante solista ).

Luigi Ciavarella




                                     

giovedì 14 ottobre 2010

TIM BUCKLEY : STARSAILOR Straights / Bizzarre Rec. Usa 1970

Un volo, che ad ogni battito d'ali si alza, glorioso e immenso, che per ogni costellazione attraversata ricade negli abissi più neri, sfiorando la morte.
La voce di Tim Buckley era questo, e molto altro, la voce di Tim Buckley poteva essere qualunque cosa, e questo è il disco che lo dimostra. Dopo gli inizi folk e l'evoluzione graduale verso una nuova forma-canzone, dopo il jazz e l'eroina, dopo quel vuoto immenso che è Lorca, vero punto di non ritorno, Tim Buckley brucia tutto ciò che ha prodotto e ne ricompone minuziosamente le ceneri. E il risultato è Starsailor: acido, libero, insieme nerissimo e luminoso.
Non è propriamente un disco organico, ogni canzone è a se stante, i brani sono enormi monumenti che si innalzano tra pause di silenzio, senza mai toccarsi. C'è il blues di "Come Here Woman", ma è un blues disperato cantato da un uomo che annega, trascinato sotto la superficie dell'oceano più profondo da tentacoli invisibili. E poi c'è la luce, l'immensa luce dell'alba, e il mondo si risveglia, appena sfiorato da una tromba e da una chitarra in perfetta simbiosi in "I Woke Up". E il Caos, le urla primordiali di Buckley, "Monterey", traccia in cui è veramente protagonista la voce, disumana e sfigurata, che ulula e sanguina, lacerata da un riff quasi punk nella sua semplicità.
E poi, torna il Buckley degli inizi. Ma "Moulin Rouge" è solamente una pausa, necessaria per riprendersi prima del salto nel vuoto. "Song To The Siren": il mare, il mare aperto e sconfinato, e gli ultimi raggi del sole illuminano lo scoglio, su cui è seduta lei. E alla deriva, relitto di mille naufragi, Buckley eleva il suo lamento, ma qualcosa in lontananza urla, echi di speranza, echi di morte. E ritorna il fuoco che tutto devasta, in "Jungle Fire" finalmente la voce si alza, libera eppure così claustrofobicamente chiusa in sè stessa, tenta di spiccare il volo, ma è appesantita, è ferita, quasi cade. "Starsailor" è il punto di arrivo. Dall'abisso alla fine dell'universo, ormai puro spirito, la voce si divide nelle sue infinite parti, e vi si rispecchia in un gioco infinito di rifrazioni.
E poi, l'Inferno. "The Healing Festival" non si può definire in altro modo. Orgia di fiati, percussioni e Dio solo sa cos'altro, e quella voce, quella stessa voce che abbiamo visto alzarsi fino ai cieli, ora è ricaduta sulla Terra, purificata e pronta ad abbandonarsi di nuovo ai peccati terreni, ora guida le danze di questo rito pagano. E siamo veramente tornati a terra, Buckley ha già raggiunto il suo scopo, ha già visto, toccato, ascoltato l'infinito. E allora si può permettere una chiusura leggera con "Down By The Borderline", ovviamente trattata con la maestria di sempre, e soprattutto con grandi assoli di tromba.
Starsailor è l'irraggiungibile, e la via per arrivarci, Starsailor non è un disco difficile o facile, non è rock, non è jazz, non è neanche musica. E' una rotta tracciata a caro prezzo dal navigatore delle stelle, per permettere all'arte di raggiungere altezze vertiginose, per permettere all'uomo di diventare pari agli Dei.

martedì 5 ottobre 2010

RICORRENZE : I 150 ANNI DELL'UNITA' D'ITALIA / IL FALSO MITO DELLA SPEDIZIONE DEI MILLE

di FRANCESCO CAPALDO

L’Italia è un paese che di generazione in generazione alimenta falsi “miti”. Quello della spedizione dei Mille ne è un esempio. Dietro i falsi miti italiani a volte si celano pezzi di storia che andrebbero, per rispetto della verità, riscoperti e raccontati alle nuove generazioni. La coscienza civile di uno stato non si costruisce negando il passato, anche se presenta contraddizioni difficilmente conciliabili, ma facendo sì che tutti ne conoscano le luci e le ombre. La democrazia e il “progresso civile” si fondano sulla discussione e sul confronto e non sulla costruzione acritica di stereotipi e pseudo-verità storiche. È sbagliato continuare a trasmettere alle nuove generazioni un’immagine oleografica sia del nostro Risorgimento che della spedizione dei Mille. È una visione eroica che purtroppo non corrisponde alla realtà e che ingiustamente spazza via i drammi umani e il sacrificio di quanti dall’una e dall’altra parte hanno pagato con la vita il prezzo dell’Unità d’Italia. La storia non può e non deve essere quella dei vincitori. Deve rendere giustizia a tutti, anche ai vinti. Non è lecito cancellare come se non fossero mai esistiti i crimini compiuti da Garibaldi e dai suoi uomini ( leggi Bronte ). La crudeltà e l’efferatezza di alcune loro azioni vanno raccontate e trasmesse. È un dovere morale a cui non ci si deve sottrarre. Non è giusto che si dimentichi che in nome della causa dell’Unità di Italia le regioni meridionali sono state terrorizzate dai garibaldini. Ricordarlo non significa essere secessionisti, ma solo pretendere che il sacrificio di tanti innocenti non sia stato vano. Non è lecito cancellare, come se non fosse rilevante, il brutto capitolo della deportazione di migliaia di soldati borbonici che furono imprigionati ( come riferisce Maurizio Moscone su “L’Ottimista”) in varie località del Nord. Ricordare che la spedizione di Garibaldi fu voluta da Cavour e da Giuseppe La Farina, non significa sminuire il valore dell’Unità di Italia, ma aiuta a rafforzare il senso di democrazia e la coscienza nazionale di un popolo. Garibaldi ed i suoi uomini infatti hanno gettato la Sicilia in uno stato totale di disordine civile. Le fonti parlano di banditi liberati e della cancellazione di tribunali. Si trattò infatti di una spedizione finanziata sia col denaro inglese sia con quello della Società Nazionale di Cavour. Una vera e propria “occupazione” compiuta in nome di nobili ideali e che ha contribuito non poco, in seguito, a destabilizzare socialmente ed economicamente il Sud. Una visione molto diversa da quella che è generalmente tramandata e che forse meriterebbe di essere approfondita per restituire alla storia le sue contraddizioni e per far emergere il grande prezzo che il mezzogiorno ha pagato alla causa unitaria. Su questo forse dovrebbero riflettere quei politici che, dimenticando il sacrificio di vinti e vincitori, parlano di secessione anteponendo le ragioni del Nord a quelle del Sud.

lunedì 27 settembre 2010

di Giorgio Odifreddi
José Saramago amava ripetere che il mondo sarebbe molto più pacifico, se fossimo tutti atei. Il che significa due cose: che la violenza non è tutta generata dalla religione, ma molta sí. Se mai ce ne fosse bisogno, gli eventi di questi ultimi giorni si affrettano a confermare l’accuratezza del motto del premio Nobel da poco scomparso.
Ieri diciotto persone hanno perso la vita in Kashmir, a causa delle teste calde islamiche che manifestavano contro i cristiani. La cosa non stupisce, soprattutto in India. Basta ricordare le tragiche violenze tra induisti e musulmani, che hanno segnato nel 1947 la nascita del paese, lacerato dalla separazione del Pakistan e di quello che poi divenne il Bangladesh. O il tragicomico carnaio di Ayodhya nel 1992, quando duemila persone persero la vita nella tempestiva distruzione di una moschea, costruita nel 1527, che secondo gli induisti occupava il luogo di nascita dell’inesistente divinità Rama.
East is East, direbbe Kipling. Che aggiungeva anche, per fortuna, and West is West. Infatti, gli incidenti del Kashmir sono stati provocati da una testa calda cristiana: un reverendo, di cui non vale nemmeno la pena di ricordare il nome, che negli Stati Uniti minacciava di bruciare il Corano l’11 settembre. Un atto veramente iddiota, visto che non si vede cosa un falò privato di fogli stampati potrebbe o dovrebbe significare, in un mondo sensato.
Ma il mondo sensato non lo è, come il nostro blog sta cercando di ricordare. E dunque tutti si sono precipitati a scongiurare il reverendo di non farlo, da Obama al Papa. La CEI è arrivata a paragonare il falò ai roghi dei libri nazisti: dimenticando, ovviamente, che nel caso di Hitler il problema non stava nel bruciare fisicamente la carta, ma nel proibire idealmente di leggere le parole che ci stavano scritte. Cosa che, ovviamente, non era nei poteri del reverendo.
Soprattutto, però, la CEI ha dimenticato di ricordare che, ben prima dei nazisti, i falò di libri li aveva fatti il Vaticano stesso. E che l’Indice dei Libri Proibiti è un’invenzione non di un dittatore del Novecento, ma dei Papi del Cinquecento. La prima lista di proscrizione fu infatti stilata nel 1559, quasi quattro secoli prima di Hitler e del nazismo, e l’ultima fu ritirata nel 1966, quando ormai essi erano scomparsi da vent’anni. 
 D’altronde, l’uso di due pesi e due misure è tipico del Vaticano. Pochi giorni fa, durante la visita di Geddafi, la Chiesa si è seccata che gli fosse stato permesso di predicare impunemente l’Islam in un paese cattolico, per di più sede del Soglio Pontificio. Ma se è improprio predicare una fede aliena in casa d’altri, che cosa ci facevano allora i cattolici nel Kashmir? E, più in generale, che cosa ci fanno i missionari cristiani nel mondo intero, da sempre? Cioè, da quando è venuto un uomo che ha ordinato ai suoi seguaci di farlo?
 I missionari predicano e cercano di convertire, ovviamente, e la Chiesa ritiene che ci debba essere libertà di religione. Benissimo, ci mancherebbe! Ma la libertà ci dev’essere solo quando a predicare sono i cristiani agli infedeli, e non viceversa? La religione dev’essere libera solo a casa d’altri, e non in Vaticano? Sembra proprio cosí, visto che il Vaticano ha solo un osservatore alle Nazioni Unite: non ne è un membro effettivo, proprio perchè ha rifiutato di firmare, per questo motivo, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
Un simile comportamento è tipico delle religioni, e specialmente dei monoteismi. Chi ritiene di possedere la verità assoluta, non combatte solo il relativismo: si arroga anche il diritto di andare a dire agli altri ciò che non vorrebbe che gli altri venissero a dire a lui. In fondo, il problema della violenza religiosa sta tutto qui. E anche il problema del terrorismo islamico, visto che Osama e Al Qaeda combattono semplicemente l’invasione occidentale dei luoghi santi islamici. E’ per tutti questi motivi, e tanti altri ancora, che Saramago aveva ragione a dire che il mondo sarebbe molto più pacifico, se fossimo tutti atei.

La Repubblica.it

domenica 26 settembre 2010

TRIBUTE TO HENDRIX AT MINIMUSEO OF SAN MARCO IN LAMIS ( ITALY )

A cura di Luigi Ciavarella e Nicola M. Spagnoli

Il minimuseo di San Marco in Lamis ( Gargano ) ha voluto offrire un piccolo ma significativo contributo in ricordo del quarantesimo anniversario della morte di Jimi Hendrix, avvenuto a Londra il 18 settembre 1970. Jimi Hendrix aveva 28 anni e la causa della sua morte è stata provocata accidentalmente da soffocamento in seguito a ingestione di tranquillanti. Secondo il rapporto del Coroner e la testimonianza della sua fidanzata tedesca Monika Danneman, è stata questa la causa che ha privato il mondo del rock del suo musicista più prestigioso.
Il minimuseo ha voluto rendere un omaggio, insieme alle tante manifestazioni avvenute in quel giorno in tutte le parti del mondo, al grande chitarrista offrendo ai visitatori un nutrito numero di copertine di dischi originali, di provenienza diretta dalla mia discoteca personale, che hanno riguardato l'attività discografica e concertistica del grande chitarrista pubblicati sia in vita che post mortem. Vi erano pure, stipati in una nicchia, due picture disc rari e suggestivi ma le covers sono stati allineate lungo le pareti del minimuseo come panni da bucato, per consentire ai visitatori un colpo d'occhio immediato e fornire al contempo un ordine cronologico rispettoso della discografia ufficiale e non, partendo dal primo storico album, Are You Experiended, sino a concludere con alcun bootleg di pregevole fattura.
Un dipinto di E. Manganelli del 2007 raffigurante la maestosa figura di Jimi Hendrix, usata anche per annunciare l' evento attraverso un manufatto, ha focalizzato l'attenzione dei presenti.


Luigi ciavarella 

domenica 19 settembre 2010

JANIS JOPLIN: PEARL / LA GRANDE INTERPRETE DEL BLUES MORIVA 40 ANNI FA.

03/10/1970 . Landmark Motor Hotel di Hollywood.
Un corpo senza vita sul letto stroncato da un'overdose di eroina.
Così se ne andava a soli 27 anni, in uno dei periodi considerati tra i più floridi della sua vita, pochi giorni dopo Jimi Hendrix e poco prima di Jim Morrison, Janis Joplin, la perla del blues rock, la musa ispiratrice di numerosi cantanti future quali Pj Harvey e Patti Smith.
Nata in un piccolo paese del Texas, sovrappeso e martoriata dall'acne Janis fu nell'adolescenza lo zimbello di tutti; scappò dalla sua "tana natale" a soli 17 anni, rifugiandosi nel blues, prima come unica necessità di vita poi come espressione massima della sua personalità.
Sola con la sua voce struggente, roca, deteriorata dall'alcool e dal fumo, scrisse le pagine vocali più belle del blues bianco; urlava con voce disumana ma sapeva anche bisbigliare con estrema dolcezza.Le sue canzoni erano non tanto testi appoggiati da basi musicali ma grida disperate contro la società di allora, la sua voce usata come valvola di sfogo da tutto e da tutti.
"Pearl" è forse a livello di album incisi la massima espressione musicale della cantante, sebbene fossero i live quelli che valorizzavano al meglio il suo talento, in quanto era il palco e il contatto con il pubblico a far esplodere il suo immenso patrimonio vocale.
In questo album è proprio la parte vocale a fare da protagonista assoluta: canti che si fondono, pezzo dopo pezzo, in una commistione di generi musicali tra i più variegati; dall' acid jazz al blues rock, dal country fino ad arrivare alle interpretazioni a cappella. Un'arcobaleno di sensazioni, emozioni, sperimentazioni musicali, esaltate dall'anima "nera" intrinseca nella Joplin, un'anima tormentata ma allo stesso modo capace di regalare momenti spensierati e spiragli di sereno.
Toni alti e bassi fanno, dall'inizio alla fine sfondo all'album, toni che danno l'idea di rivivere la vita della cantante, momenti dolci e sinceri, alternati ad altri di estrema solitudine, dove le sue urla contro il mondo facevano tremare tutti coloro che l'ascoltavano, sembrava quasi chiedesse aiuto, ricercasse qualcosa di positivo in un mondo che fino al quel momento gli aveva portato solo solitudine e sofferenze.
E' l'album della maturazione e della consacrazione postuma di una cantante che era la bandiera di quegli anni.
La diperazione di "Cry Baby", dove Janis porta ai massimi livelli espressivi la sua voce e la bellissima interpretazione di "Mercedes Benz", cantata senza nessun appoggio strumentale sono veramente da incorniciare.
Da ricordare la rivisitazione di "Me And Bobby McGee", che le valse il primato nella classifica dei singoli e la strumentale "Buried Alive in the Blues", premonitrice della sua tragica fine dove chitarra,organo e batteria fanno da padrone.
La chiusura è lasciata a "Get It While You Can", dalle tonalità basse e pacate, dove un'acerba chitarra accompagna Janis verso il suo ultimo viaggio.
Ascoltare "Pearl" è come fare l'amore con 25000 persone, assaporare nell'aria il profumo di quegli anni, per poi addormentarsi con Janis al proprio fianco


venerdì 17 settembre 2010

Jimi Hendrix, a 40 anni dalla morte il mondo lo celebra

Mostre, dischi, libri per ricordare uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi

Cade proprio in questi giorni il 40° anniversario della morte di Jimi Hendrix, avvenuta a Londra il 18 settembra 1970. Il musicista aveva 27 anni. Divenuto leggenda, icona, simbolo, il mondo lo ricorda con eventi e pubblicazioni varie.

Dal 15 settembre al 19 novembre 2010 la galleria Photology di
Milano presenta Hendrix Now, una mostra aperta gratuitamente al pubblico che presenta una selezione di fotografie scattate a Jimi Hendrix tra il 1968 e il 1970 da quattro fotografi di fama internazionale.
Quella che si racconta è una vera e propria “storia per immagini” scandita attraverso la fedele documentazione di momenti fondamentali: festival e concerti leggendari dei quali Hendrix è stato protagonista tra il 1968 e il 1970 a San Francisco, New York, Londra, Woodstock.
Le fotografie sono firmate dai fotoreporter Baron Wolman, Jorgen Angel, David Redfern e Gianfranco Gorgoni. La storia della grande icona della musica viene raccontata anche attraverso due videoinstallazioni dell’artista Alessandro Amaducci, Infinite Joe e Infinite Star.
Hendrix Now
è un progetto composito, oltre alla mostra sarà infatti realizzato un libro d’artista collegato all’esposizione, curato da Nico Vascellari.

Tra i progetti discografici relativi a Hendrix, il più corposo è senz'altro West Coast Seattle Boy - The Jimi Hendrix Anthology, in uscita per la metà di novembre. Si tratta di un cofanetto contenente 4 CD che includono 45 registrazioni, live e da studio, di materiali mai pubblicati prima, compresi demo e versioni altrnative di brani celebri dell'artista. Del cofanetto fa parte che un DVD documentario di 90 minuti dal titolo Hendrix: Voodoo Child.

Torna in libreria la versione aggiornata di Una foschia rosso porpora (Arcana), 750 pagine. Si tratta di una biografia maniacale (c'e' persino l'albero genealogico della famiglia). Gli autori sono il giornalista britannico Harry Shapiro e l'olandese Caesar Glebbeek, esperto mondiale del chitarrista che nel 1967 fondò la fanzine ed ha creato il Jimi Hendrix Information Centre, un enorme archivio a cui fanno riferimento tutti i fanclub del mondo.
Ma esce anche, per la prima volta in Italia (per Baldini e Castoldi) Scusami, sto baciando il cielo di David Henderson. Il giornalista-scrittore incontrò Hendrix all'apice della sua carriera, pochi mesi prima della sua scomparsa. Frutto di anni di lavoro e di decine di interviste con Hendrix e con parenti, amici e musicisti (da Miles Davis a Quincy Jones), racconta la sua vita dall'infanzia a Seattle al servizio nell'esercito Usa, dalla Londra anni Sessanta alla rapidissima ascesa alla celebrità, dalle chitarre incendiate sul palco ai tanti amori, fino all'incontro con l'alcol e le droghe.
Per la collana Underground (edizioni Shake) esce anche Jimi santo subito!, di Enzo Gentile, che racconta i motivi che ne hanno alimentato la leggenda, dai primi album nel 1966 ad oggi.

Londra, tra le tante iniziative, ricorda Hendrix nell'appartamento dove abitava, al numero 23 di Brook Street, all'ultimo piano di quella che era stata la dimora di George Frideric Handel. Fino al 7 novembre, all'Handel House Museum, sara' di scena Hendrix in Britain. In mostra i suoi abiti stravaganti, memorabilia, testi scritti a mano, foto, il suo famoso giubbotto arancione brillante, il cappello che indossava durante i concerti e il suo certificato di morte. Il ricavato servirà restaurare l'appartamento, che dal 15 al 26 settembre sarà aperto al pubblico.
San Marco in Lamis ( Italy ), il minimuseo di Nicola M. Spagnoli sito in via Bux, 1 ospita il 18 settembre dalle ore 19 – alle ore 21 una mostra di copertine di dischi in vinile formato 33 giri di Jimi Hendrix a cura di LUIGI CIAVARELLA. 

sabato 11 settembre 2010

OMAGGIO A JIMI HENDRIX A 40 ANNI DALLA MORTE.

di Luigi Ciavarella


Avrebbe avuto 68 anni oggi Jimi Hendrix se fosse vivo. Se durante quella maledetta notte del 18 settembre 1970 non fosse rimasto vittima del suo vomito andatogli di traverso dopo aver assunto la sera precedente un micidiale cocktail di farmaci ( pastiglie di Vesparax, tranquillanti ) e alcool in una stanzetta dell’hotel Samarkand, a nord di Londra. Con lui, in quella fatale notte, vi era solo Monika Dannemann, la fidanzata tedesca che cercò di chiedere aiuto appena intuì che Jimi stava morendo per soffocamento. Inutilmente perché quando arrivarono i soccorsi le sue condizioni apparvero subito disperate e la corsa verso l’ospedale risultò vana. Jimi Hendrix morì subito dopo l’arrivo in l’ospedale. Naturalmente questa è solo la versione ufficiale. Altre versioni furono accreditate nei giorni successivi alla sua morte, varianti più o meno rispettose della verità, ma tutte convergenti solo in un punto : Jimi Hendrix morì per soffocamento in seguito all’ assunzione di farmaci e alcool, anche se la stessa Monika Dannemann in diverse interviste cambiò spesso la versione dei fatti, fu comunque questa la certificazione del Coroner.
Il più grande chitarrista del mondo, colui che aveva elevato lo strumento a immagine di dio, feticcio e totem moriva inaspettatamente con gran clamore quella notte del 18 settembre di quarant’anni fa dopo aver trascorso una serata come spesso gli accadeva suonando in qualche club con amici. Quella sera i suoi compagni di turno erano stati Eric Burdon e Chas Chandler, il primo celebre vocalist degli Animals, il secondo ex Animals anch’egli ma soprattutto diventato il suo manager, la persona che lo aveva scoperto in un club americano e lo aveva convinto ad emigrare in Inghilterra, a Londra, dove avrebbe trovato la gloria.
Il suo ultimo concerto, avvenuto in terra tedesca, presso l’isola di Fehmarn il 6 settembre di quell’anno, fu regolare routine per un musicista che l’idea di palco rappresentava il senso della propria vita artistica e umana. Ciò nonostante il concerto era stato disturbato da alcuni tafferugli intercorsi tra alcuni rodiese e il servizio di ordine, i famigerati Hell’s Angels che in precedenza avevano fatto anche di peggio ( vedi Altamont, il tristemente noto concerto dei Rolling Stones avvenuto nel dicembre del 1969, quattro mesi dopo i fasti di Woodstock ). Jimi era stanco attraversava un periodo non molto felice, anche se stava allestendo seppure con gran fatica la nuova edizione della sua band, la Band od Gypsies, mischiando in continuazione piani di lavoro e scalette di brani dell’ album, dimostrando di avere in mente una idea molto vaga del suo futuro. Quei brani poi verranno pubblicati subito dopo la sua morte, come sempre accade in questi casi, in modo speculare, smembrati in tanti album posticci poco rispettosi delle sue cose taluni subendo finanche manipolazioni inaccettabili e blasfeme. Alcuni di quei brani verranno ricomposti molti anni dopo, uno ad uno, con cura religiosa, rispettando tutti i passaggi e la volontà espressa dall’autore attraverso gli appunti, dal suo fedele tecnico del suono di quel tempo, Eddie Kramer per dare forma e compimento ad un progetto che Jimi Hendrix aveva in testa prima di morire. L’album usci nel 1997 e rivelò al mondo, semmai ce ne fosse stato bisogno, quanto fosse grande la sua musica, il suo talento e quale grave perdita subì il mondo della musica rock all’indomani della sua morte. L’album ha per titolo “ First Rays Of The New Rising Sun “, un titolo ben augurante e verosimilmente può essere considerato quanto di più prossimo alla volontà dell’artista. Album che Jimi Hendrix tuttavia non vedrà mai.
Jimi Hendrix era nato a Seattle, nel nord ovest degli USA, nel 1942 da padre afro americano e madre di origine pellerossa ; aveva imparato subito a suonare la chitarra e si era subito introdotto nei circuiti rock blues americani in qualità di turnista per autorità musicali come Little Richard, King Curtis, Ike & Tina Turner, ecc… all’epoca, tra la fine dei ‘ 50 e gli inizi dei ’60, personaggi molto famosi. Poi arrivò Chas Chandler in cerca di nuovi talenti da portare in Inghilterra e fu la sua fortuna. In Inghilterra incise il suo primo singolo : “ Hey Joe / Stone Free “ ( Track Rec. 1966 ), la title track in versione molto più lenta rispetto alle versioni dominanti. Questo determinò un successo clamoroso. Era un disco che sembrava arrivare da un altro pianeta e i concerti che ne seguirono furono cosi diversi ( Jimi si contorceva, dialogava con la sua Fender Stratocaster, la fedele compagna di una vita, e dalla quale tirava fuori ogni percezione e ogni rumore, ben assecondato da una sezione ritmica costituita da Mitch Mitchell alla batteria e Noel Redding al basso ) che in una occasione Pete Townshend, il leader degli Who, famosi all’epoca per via del loro brano My generation, si rifiutò di suonare dopo di lui, tanto quel meticcio lo aveva impressionato e tanto le era sembrata abissale la differenza tra i due.
Il primo album arrivò subito dopo l’emissione di nuovi singoli ( Tutti pubblicati dapprima nella raccolta vinilica “ Smash Hits “ e in seguito inseriti in coda alla ristampa in digitale del primo album ), nel 1967, per conto della Track Records, l’ epocale “ Are You Experienced ? “, come dire l’urlo definitivo del rock e la sua visionaria concezione della musica in rapporto col tempo, il disco cerniera che proietta la musica rock verso universi inesplorati e rende il blues e la psichedelica, per ragioni diverse ma complementari al suo progetto di musica universale, la materia necessaria con cui Jimi plasma la propria idea vincente di rock. Niente sarà più come prima. Are You Experience divide inesorabilmente i tempi del rock in due parti : da un’era primitiva, caotica, di tipo anarcoide ad un’ era moderna, il passaggio avviene sulle note di Purple Haze, Foxy Lady, The Wind Cries Mary, I Don’t Live Today, Fire, ecc… undici tracce essenziali che spingono in avanti i destini del rock. Undici classici del patrimonio universale della musica che fissano un’epoca dentro i segni della storia del mondo, che prescinde la natura del rock ed entra di diritto nella legittimità universale della musica accanto ai classici d’ogni tempo come Beethoven, Mozart e Miles Davis.
Il successivo “ Axis : Bold As Love “, pubblicato subito dopo, riversa nuova linfa, a volte sperimentale e aggressiva, altre volte impreziosita di virtuosismi, su una platea che sta crescendo in tutto il mondo, folgorata dalla sua capacità di tenere la scena in modo completamente differente da tutto il resto: suona la sua fender stratocaster dietro la schiena, le morde le corde, la rende protagonista di uno spettacolo letale perché al termine dello show verrà bruciata, distrutta in sacrificio ad un dio immaginario della musica.
Infine, nel 1968, Jimi Hendrix pubblica l’opera sublime “ Electric Ladyland “, doppio album dalla copertina subito censurata ( che raffigura un gruppo di donne nude che occupa per intero tutta la facciata della cover ) e sostituita per il mercato americano da una foto più convenzionale. L’album ha una gestazione sofferta per via di alcuni problemi legati alla salute di Hendrix e per alcune insofferenze sorte tra i membri del gruppo, nonostante l’organico fosse stata rinforzato da Chas Chandler da musicisti importanti come Steve Winwood, Al Kooper e Jack Casady, che costituiranno l’ossatura decisiva dell’intero progetto. Il lavoro ha un suo fascino particolare, visionario, a tratti esotico, ma sempre disegnato da Hendrix all’interno di una continuità col passato favorendo qui una spinta più moderna e meditata soprattutto in brani come Voodoo Chile, Crosstown Traffic e la dylaniana All Along The Watchtower, superba versione da brividi.
La discografia ufficiale di Hendrix, quella che lui conoscerà in vita, termina con un album dal vivo, “ Band Of Gypsys “ ( 1969 ), lavoro che prefigura il passaggio verso nuovi approdi musicali. Registrato durante alcuni concerti tenuti presso il Fillmore East di New York senza la Experience, l’album contiene sei brani eseguiti con nuovi musicisti, Billy Cox al basso e Buddy Miles alla batteria, tutti protesi verso sonorità più black e comunque molto più articolati rispetto al passato. Delle serate verrà pubblicato nel 1999 una versione più completa contenente due cd ( Live At Fillmore East, MCA Rec. ).
La consacrazione del personaggio avvenne a Monterey in California, fresco reduce dai fasti in terra inglese, nel giugno del 1967 davanti a una folla strepitosa. Hendrix, presentato da Brian Jones dei Rolling Stones, suo grande fan, esibì una performance straordinaria, su un territorio per lui ancora vergine. Il successo gli apri le porte della notorietà internazionale consentendogli di fare concerti in ogni parte d’Europa e d’America, compresa l’Italia.
In Italia Jimi Hendrix suonò il 25 maggio 1968 al Teatro Brancaccio a Roma. Dalle testimonianze d’epoca si rilevano alcuni episodi dominati dal mal funzionamento degli amplificatori, che fecero arrabbiare Jimi, sia a Roma che a Bologna il giorno successivo, dove tenne un altro concerto diviso in due set, senza che ciò gli impedì di portare a termine in modo brillante la propria performance. Il giorno successivo si esibì al Palasport di Bologna ( Titan Top Show ) in due set, pomeridiano e serale. Del concerto bolognese esistono testimonianze sonore di buona fattura oltre a entusiastici resoconti della serata apparsi sul web. Un altro concerto lo tenne in quei giorni al Piper di Milano portando a tre le città che ospitarono i concerti di Jimi Hendrix in Italia.
Dopo Monterey seguirono Woodstock, il cui contributo non fu molto apprezzabile e successivamente si esibì all’isola di Wight, agosto 1970, dalla cui Inghilterra mancava da oltre un anno, alla vigilia della sua scomparsa. Il concerto di Wight fu di grande profilo, forse stimolato dal calore del pubblico numeroso, e nonostante l’organizzazione non fosse impeccabile, Jimi Hendrix offrì una performance di grande qualità, immortalata poi sul doppio cd Blue Wild Angel ( MCA Rec. Usa 2002 ).
Molti altri concerti tenuti in ogni parte d’ Europa e d’America conducono in luoghi con nomi a noi familiari come il Winterland di S. Francisco, lo Sport Arena di San Diego, il Music Club di Cleveland, il già citato Fillmore East di New York, l’ Inglewood Forum di Los angeles, Il Capitol Theatre di Ottawa ( Canada ), ecc… Restano fondamentali i celeberrimi nastri del Pop festival Randall’s Island ( New York 1970 ) e The Baggy’s Rehearsal Sessions ( una serata superba con Cox e Miles a NYC nel 1969 ), e sugli stessi luoghi da menzionare le performance inconcludenti con Jim Morrison e Johnny Winter o gli stage con maestri come BB King o i famosi Basement Tapes improvvisati con Steve Stills di cui esistono sbiadite testimonianze su cd ; tenuti in considerazione e pubblicati in pompa magna le famose performance presso il Royal Albert Hall di Londra del febbraio 1969 ( 2 cd resi ufficiali nel 2001 ), Live At Barkeley, ( MCA 2003 ) evento accaduto nel 1970, poi Rainbow Bridge, nelle isole Haway, un abortito film sulla sua vita e di cui restano tracce della colonna sonora ; il Two Days At Newport, una buona due giorni in musica avvenuta nel giugno del 1969 e i tantissimi concerti tenuti nell’anno 1967, ad inizio carriera, nei teatri e nei palasport d’Europa. In tal senso esistono buoni nastri di concerti memorabili celebrati a Parigi ( Olympia ), Stoccolma ( Grona Lund ), Oslo, Gotenberg, ecc… con l’Experience ancora in stile naif, senza dimenticare la citazione di due templi del rock di cui Hendrix fu assiduo frequentatore : il Flamingo Club di Londra e lo Scene di New York, oltre ai super citati eventi di Woodstock, Wight e Monterey che restano le tappe più importanti della sua vita on the road, sino al conclusivo concerto, come si diceva all’inizio, avvenuto all’isola di Fehmarn in Germania il 6 settembre 1970. L’ultimo concerto di Jimi Hendrix tenuto su questa terra.
“ La storia della vita / è più rapida / di un battito di ciglia / la storia di un amore / e ciao e addio / finché non ci ritroveremo / “ sono le ultime parole scritte da Jimi Hendrix quella sera al Samarkand.




CONCLUSIONI
I dischi di Jimi Hendrix vengono ristampati continuamente pertanto è consigliabile l’acquisto delle ultime edizioni. In tal senso sono indicate le versioni pubblicate quest’anno dalla Sony oppure la recente emissione in edicola da parte del gruppo L’espresso, che contiene anche un ricco catalogo allegato al disco.
Oltre alla discografia ufficiale, quella cioè citata nell’articolo, vi sono anche album dal vivo o raccolte di brani postumi assemblate ufficialmente. Tra gli album dal vivo sono fortemente consigliati : Jimi Plays Monterey, At Fillmore East e The Blue Wild Angel_Live at Isle Of Wight, tutti pubblicati in belle edizioni dalla MCA RECORDS. Tra gli album postumi invece vi sono diversi titoli ma credo che l’ultima frontiera della scoperta hendrixiana sia “ Valleys of Neptune “, la cui recensione può essere consultata nello spazio Music Art di questo portale, e può considerarsi un buon acquisto.
Per i fan che vogliono avere tutto o quasi di Hendrix allora è possibile sintonizzarsi sui fan club che ne esistono diverse migliaia soltanto in Italia. In quei posti troverete chicche di rara bellezza e preziosi manufatti che parlano di concerti e fatti anche irrilevanti accaduti sul palchi di mezza Europa ( Italia compresa ) e Usa, nell’ordine di diverse centinaia di bootlegs dalla qualità a volte molto discutibile.
Riguarda i libri credo che le edizioni Arcana/Giunti abbiano in catalogo un cospicuo numero di titoli riguardante la vita e la discografia di Hendrix.

LUIGI CIAVARELLA

lunedì 6 settembre 2010

I CAPOLAVORI DELLA MUSICA ROCK

JOHN CALE
PARIS 1919 (P) Reprise records Usa 1973

di Sandro Bosio

Eccolo! Il capolavoro nascosto degli anni '70. Lo dico senza paura. L'eccessiva enfasi è dovuta al fatto che ho sempre amato tutto ciò che è legato ai Velvet Underground, da Andy Wharol a Lou Reed, a Nico per arrivare a John Cale, animo gentile, mente sperimentale, personaggio di spicco dell'avanguardia newyorkese di fine alli '60 (pur essendo gallese), concepì insieme al compagno di merende Lou uno dei dischi seminali per tutta la musica a venire. Poi le liti, l'allontanamento dal gruppo e la carriero solista, in cui John proseguì con tenacia ciò che aveva iniziato.
Scoprii questo disco per caso, come per caso si trovano i tesori più preziosi, e da subito l'ho amato. Il fatto che sia qui a scrivere è la dimostrazione che l'amo ancora. Si inizia con Child' Christmas in Wales, e la malinconia fumosa ha subito la meglio. Sono poche le canzoni con un potere evocativo tale, penso, ma quella successiva è ancora più triste, Hanky panky nohow: What's needed are some memories of planing lakes, Those planing lakes will surely calm you down. Arriveranno tempi migliori, John.
Macchè. La traccia numero tre è a mio parere la canzone più triste di sempre e probabilmente una delle più belle. The endless plain of fortune. Non ascoltatela da soli in macchina in una serata di nebbia, non ve lo consiglio. Arriva Andalucia: Andalucia when can I see you, When it is snowing out again. Dolce nostalgia di una terra tanto magnifica quanto lontana. Macbeth è l'intermezzo rock, forse l'autore aveva capito che non era sopportabile per un umano una tale dose di cupezza. Niente male comunque. Si riparte, la titletrack è sulla falsariga delle precedenti:You’re a ghost la la la,You’re a ghost,I’m in the church and I’ve come,To claim you with my iron drum,La la la. Pianoforte, cori, fiati, sperimentazione, musica classica ecc.Geniale, ma non è finita.
Grahan greene ricorda la sigla di Gordian, il cartone giapponese. Ecco perchè mi piaceva quella canzone. Ancora due e siamo alla fine. Mi pare superfluo aggiungere che Half past france non sia esattamente un esempio di canzone spensierata mentre Antartica starts here è probabilmente la seconda canzone più triste di sempre, ma entrambe hanno intrecci melodici tanto semplici quanto importanti. Questa è musica che ferisce, che deve essere ascoltata e metabolizzata, con un potere immenso e per tale motivo da maneggiare con estrema cautela.
Dimenticavo la cosa più importante.La voce di John Cale: è meravigliosa, ha quacosa di sciamanico, ti avvolge e ti stordisce, è potente e delicata. Ti colpisce e ti accarezza, esattamente come questo capolavoro di una tristezza immensa e lucente.

domenica 5 settembre 2010

PARIS 1919 DI JOHN CALE ( 1973 )

UNO DEI CAPOLAVORI DELLA MUSICA ROCK


di Sandro Bosio
Eccolo! Il capolavoro nascosto degli anni '70. Lo dico senza paura. L'eccessiva enfasi è dovuta al fatto che ho sempre amato tutto ciò che è legato ai Velvet Underground, da Andy Wharol a Lou Reed, a Nico per arrivare a John Cale, animo gentile, mente sperimentale, personaggio di spicco dell'avanguardia newyorkese di fine alli '60 (pur essendo gallese), concepì insieme al compagno di merende Lou uno dei dischi seminali per tutta la musica a venire. Poi le liti, l'allontanamento dal gruppo e la carriero solista, in cui John proseguì con tenacia ciò che aveva iniziato.
Scoprii questo disco per caso, come per caso si trovano i tesori più preziosi, e da subito l'ho amato. Il fatto che sia qui a scrivere è la dimostrazione che l'amo ancora. Si inizia con Child' Christmas in Wales, e la malinconia fumosa ha subito la meglio. Sono poche le canzoni con un potere evocativo tale, penso, ma quella successiva è ancora più triste, Hanky panky nohow: What's needed are some memories of planing lakes, Those planing lakes will surely calm you down. Arriveranno tempi migliori, John.
Macchè. La traccia numero tre è a mio parere la canzone più triste di sempre e probabilmente una delle più belle. The endless plain of fortune. Non ascoltatela da soli in macchina in una serata di nebbia, non ve lo consiglio. Arriva Andalucia: Andalucia when can I see you, When it is snowing out again. Dolce nostalgia di una terra tanto magnifica quanto lontana. Macbeth è l'intermezzo rock, forse l'autore aveva capito che non era sopportabile per un umano una tale dose di cupezza. Niente male comunque. Si riparte, la titletrack è sulla falsariga delle precedenti:You’re a ghost la la la,You’re a ghost,I’m in the church and I’ve come,To claim you with my iron drum,La la la. Pianoforte, cori, fiati, sperimentazione, musica classica ecc.Geniale, ma non è finita.
Grahan greene ricorda la sigla di Gordian, il cartone giapponese. Ecco perchè mi piaceva quella canzone. Ancora due e siamo alla fine. Mi pare superfluo aggiungere che Half past france non sia esattamente un esempio di canzone spensierata mentre Antartica starts here è probabilmente la seconda canzone più triste di sempre, ma entrambe hanno intrecci melodici tanto semplici quanto importanti. Questa è musica che ferisce, che deve essere ascoltata e metabolizzata, con un potere immenso e per tale motivo da maneggiare con estrema cautela.
Dimenticavo la cosa più importante.La voce di John Cale: è meravigliosa, ha quacosa di sciamanico, ti avvolge e ti stordisce, è potente e delicata. Ti colpisce e ti accarezza, esattamente come questo capolavoro di una tristezza immensa e lucente.

sabato 28 agosto 2010

LUIGI CIAVARELLA

LA STORIA DEL POP A SAN MARCO IN LAMIS
1948 - 2000

Non interessa qui introdurre una data d’inizio della nascita del pop a San Marco in Lamis né insinuare peculiarità particolari del fenomeno peraltro comune a molte altre realtà...

, ma senza forzare analisi diciamo soltanto che qui più che altrove il fenomeno dei complessi e dei cantanti pop e più in generale la nascita dei primi embrioni musicali a carattere di orchestrine swing subito dopo la fine della guerra hanno avuto una caratterizzazione molto forte.

D’altra parte la città ha sempre avuto una forte attitudine verso l’arte, la musica e la letteratura e ha fornito in termini di qualità un contributo molto alto alla crescita culturale del territorio.

Nella terra di Borazio, di Tusiani e di Soccio non poteva non nascere quindi una cultura musicale di qualità, e va intesa in questa scia la nascita dei primi gruppi musicali a San Marco in Lamis espressi attraverso la conoscenza e la passione viscerali per la musica americana ovvero la musica jazz nella fattispecie la forma più leggera dello swing e inevitabile confronto con la grande melodia della canzone napoletana.

Da un siffatto incontro scaturisce la musica che il maestro Tonino Lombardozzi, un mix di jazz e melodia napoletana, interpreta , supportato da un gruppo di musicisti ben motivato composto da Luigi La Porta, Francesco Russo, Nazario Tancredi e Antonio Longo, la sua musica in ogni luogo, dai palcoscenici di paese alle tavolate di campagna sino alle feste di matrimonio e di paese.

Forse sulla via aperta dalle esibizioni di Lombardozzi e amici oppure in modo spontaneo che si formano e si inseriscono poi gruppi come i Walter Pitet nel 1954 e il trio, e in seguito duo, degli Speranzoni, composto da autentici pionieri dell’arte musical – cabarettistico pop del paese ( Gli Speranzoni erano Michele Fulgaro, Matteo Napolitano e Armando Inglese ), persone o artisti che animeranno, in modo semplice e spontaneo, le feste di matrimonio e di paese forniti di un loro repertorio di canzoni napoletane e esilaranti maschiette e sberleffi di piazza che tutti apprezzeranno. D’altronde sono anni di transizione, difficili ma anche tempi di grandi speranze in una area geografica peraltro ancora molto depressa.

Se i maestri Tonino Lombardozzi e Luigi La Porta erano dotati di un bagaglio musicale di base molto colto ( non a caso diventeranno il primo un apprezzato maestro di fisarmonica e il secondo insegnante di musica presso il conservatorio di Foggia e in seguito direttore d’orchestra ) , Michele Fulgaro, che vantava origini musicali autodidatte, guida invece una formazione pop molto in sintonia col mondo della musica leggera che rilevava brani d’attualità musicale riproponendoli tout court, candidandosi in questo modo ad essere il vero propulsore e rappresentante di quell’anima popolare e genuina, alla portata di tutti i gusti, che successivamente a vario titolo tutti i gruppi e i cantanti locali adotteranno perché forniva la materia necessaria alla qualità del successo adatto ad un pubblico formato prevalentemente da giovani.

Il prototipo del classico gruppo dance, che ha nobili parenti per esempio in America, ( nel nord ovest, regione laboratorio, dalle parti di Seattle, dove impazzano gruppi come i Sonics e i Wailers, sui luoghi dove nacque Jimi Hendrix e dove 30 anni dopo esploderà il fenomeno grunge ) si sviluppa attraverso la composizione di un gruppo di quattro elementi con una strumentazione essenziale di base con l’aggiunta di volta in volta della presenza di un sassofono o di una fisarmonica. Spesso la carenza di un vero cantante fa slittare il repertorio verso tarantelle e mazurke, ritmi più adatti allo spirito della festa nuziale o di paese.

Michele Fulgaro è un artista completo ; oltre alla chitarra, suo principale strumento, suona anche la tromba, la batteria e soprattutto canta con tonalità molto vicine alle esperienze dei cantanti melodici napoletani. Ma il vero progenitore del pop a San Marco è stato Antonio Verde, il mitico zio rosso, padre fondatore di fatto della scena pop in paese.

Lo possiamo cogliere in una istantanea storica fornita dal libro “ Bande e gruppi musicali di San Marco in Lamis “ ( 2005 ) mentre suona il mandolino, nel 1954 col gruppo Walter Pitet, accanto ai suoi allievi prediletti, Giuseppe Petrucci, Matteo Vigilante, Matteo Napolitano e lo stesso Michele Fulgaro.

Da una costola dei Walter Pitet nascono Arcangelo e il suo Complesso poi evolutosi in i Modernissimi o Mods secondo uno schema evolutivo della scena pop locale, che contemplava la presenza sempre degli stessi musicisti con piccole variazioni, almeno sino alla nascita dei Protheus, avvenuto nel 1968 durante l’anno principe della musica pop mondiale, quando il gruppo si stabilizza definitivamente.

Il gruppo reca con se una novità sostanziale : adotta finalmente al proprio interno la presenza di un vero cantante, il mitico Beppe Monte ( Giuseppe Chiaramonte ) che dà stabilità e sicurezza al gruppo e al contempo offre ad una platea di giovani e meno giovani, l’opportunità di ascoltare un repertorio adatto ai nuovi tempi, slegato dal passato e aperto al futuro, con garbo moderno.

I Protheus sono l’unico vero complesso Pop sammarchese presente in tutte le feste di matrimonio ed è composto oltre che da Beppe Monte e Michele Fulgaro, da Matteo Napolitano ( batteria ), Michele Verde ( chitarra), Michele Perta ( tastiere ); si tratta dell’ unica istituzione pop in paese mentre tutto ciò avviene in un momento storico molto frenetico per le vicende ambientali del paese avviato a vivere in termini di transizione nuovi modelli sociali e di costume che la moda stava imponendo anche da noi.

Il repertorio non era più legato soltanto alle tarantelle e alle mazurke ma grazie alla presenza di Beppe Monte la gente aveva modo di ascoltare i successi che la radio e la tv proponevano in quel momento soprattutto durante il periodo estivo. Quindi una trasformazione necessaria per adeguare la proposta musicale alle effettive esigenze d’ascolto dei giovani ; d’altronde sono gli anni del beat e i nostri, copiando come tutti, adotteranno una divisa dai diversi tagli e colori più consone alle nuove esigenze imposte dai primi passi imposti dallo spettacolo e che si possono ammirare nelle varie foto che riguardano i Protheus o i Mods del secondo periodo.

Naturalmente in quel periodo si stanno formando altri gruppi che la mostra e il libro cercano di fornire testimonianza, ma sono gruppi nati e vissuti come meteore, vissuti tra la metà dei sessanta e gli inizi dei settanta ; per esempio i Draghi ( formati da Antonio Coco – ch , Michele Martino - bt, Michele Ruggeri - fis e Michele Nardella – bs ), i Devils ( con la presenza dell’indimenticabile Luigi Tantaro alla chitarra ) e i Roll K 70, che animeranno anch’essi feste nuziali e serate dancing, questi ultimi “famosi” per aver ospitato al loro interno le prime esperienze canore di Gennaro Sassano, personaggio fondamentale di riferimento più che cantante puro, che troveremo nei decenni successivi nelle varie edizioni degli Atomium.

2.Tra la fine degli anni sessanta e gli inizi dei settanta saranno numerosi i gruppi giovanili che, stimolati dai nuovi suoni di provenienza estera, più compatti e articolati, si formeranno nella valle.

Da citare gli immensi The Birds ( band composta da Luigi Nardella, - voce solista, Michele Gaggiano –ch , Michele Villani, -ch, Silvestre Cervone – bs, Giovanni Fulgaro –bt. ), The Wolves ( Leonardo Ianzano –voce solista, Michele Giuliani –ch, Michele Martino – tast, Leonardo Perta –bs, Alfonso Patrono –bt ) e Le Pietre Azzurre, ( con Natale Tenace –ch, Pietro Longo –tast, Luigi Stanco –bs e Luigi De Sol –bt ) gruppi fondamentali per capire il passaggio da una musica melodica, semplice e ripetitiva ad una musica più moderna, complessa e dai tratti persino hard come stava imponendo la moda progressiva di quel periodo, peraltro all’interno di una nuova scena molto più frenetica dal punto di vista generale dell’evoluzione musicale rispetto al passato.

Indimenticabile resta in questo senso la resa del brano “La prima goccia bagna il viso” eseguita dai Birds in una impeccabile performance da brividi durante un loro storico concerto tenuto nel paese agli inizi del decennio ‘70.

Sulla scia dei Birds, scomparsi quasi subito, si formano i Butterflys nel 1971, gruppo essenziale, che propone una musica da “ juke box “ prelevata dai successi del momento ; non hanno un vero cantante anche se Leonardo Parisi, che suona anche la tastiera Farfisa, si sforza di assumerne il ruolo. Gli altri componenti, tutti alle prime armi, sono Mario Mossuto al basso, Angelo Accadia alla chitarra e Mario Masullo alla batteria. Di tutto l’organico il solo Mario Masullo avrà una carriera regolare in futuro ed è tuttora in attività dopo aver suonato con quasi tutti i gruppi che si sono avvicendati in paese nel corso degli anni seguenti.

Il complesso i Butterflys non aveva grande spessore musicale ma è servito da laboratorio per la nascita del gruppo gli Atomium, forse il gruppo più importante di tutta la storia musicale della città.

Il primo nucleo degli Atomium , formato agli inizi del 1972, era composto da Mossuto, Parisi e Masullo provenienti dai Butterflys, con l’inserimento di Paolo Pinto e Leonardo Pignatelli, chitarrista e cantante, entrambi musicalmente molto dotati. In seguito a Leonardo Parisi subentrerà Angelo Ceddia, precoce talento musicale proveniente dal conservatorio, assestando cosi la line up della band in modo pressoché definitivo

Riguardo gli Atomium, la mostra e il libro forniscono una serie di foto che partono dalla nascita sino allo scioglimento del gruppo avvenuto verso la fine del decennio che corrisponde pressappoco con la nascita dei Fly , il nuovo gruppo di Paolo Pinto, leader dei disciolti Atomium.

Durante questo periodo il gruppo ha subito diversi avvicendamenti nel proprio organico; i nuovi musicisti, da Giovanni Del Mastro a Tiziano Paragone, Gennaro Sassano e Angelo Ceddia guidati dalla leadership di Paolo Pinto, saranno i nuovi componenti stabili del gruppo.

Gli altri gruppi che pure hanno avuto una storia più o meno simile a quella degli Atomium non avranno abbastanza forza per sopravvivere in modo regolare alla usura del tempo.

Le Pietre Azzurre, che erano guidate dal chitarrista Natale Tenace, diventeranno il gruppo di supporto di Mikalett, l’unico cantautore del posto ad aver inciso due singoli nei corso degli anni settanta e il gruppo figura nei crediti dei due dischi.

Nei settanta Michele Fulgaro cessata l’attività con i Protheus forma insieme ad Antonio Serafino Panzone e Mario Masullo il gruppo The Revivals, nome appropriato per una realtà musicale formata da dinosauri del pop locale riuniti soltanto per proporre canzoni d’altri tempi.

Sono spesso raggiunti sul palco da Toni Rispoli, il maestro Tackis, eccellente cabarettista del posto, Beppe Monte e Little Rock, alias Bonifacio Tancredi, quest’ultimo diventerà in seguito la voce principale del gruppo.

Il maestro Tackis, alias Luigi Soccio, recentemente scomparso, ha pubblicato un singolo con cinque brani molto esilaranti, che resta un piccolo capolavoro di avanspettacolo di qualità nella storia del nostro paese ; mentre Tonino Rispoli, eccellente chansonnier, proveniente per educazione musicale dalla canzone francese è l’unico personaggio che può vantare un inizio di carriera folgorante iniziata nel posto principe della canzone italiana, San Remo nel 1961. ( una foto in particolare lo ritrae addirittura sul palco del casinò municipale della città dei fiori durante una sua esibizione ). Alcune foto presenti in mostra lo immortalano accanto ai maggiori big della canzone italiana dei primi sessanta: si tratta di personaggi importanti, da Mina a Joe Sentieri sino a Gino Latilla, passando per Umberto Bindi e Herbert Pagani, lo sfortunato cantautore italo francese scomparso nel 1988.

Tonino Rispoli (nella foto con Mina) ha pure inciso un singolo ( La donna dei miei sogni / Oh Susanna ) di difficile reperibilità.

Restando nello spazio riservato ai cantautori è impossibile non accennare alle poliedriche attività di Mikalett, al secolo Michele Giuliani, unico personaggio del posto ad aver prodotto due singoli ( Dimmi di si / Piangi e Canzone va / Chi siamo noi, rispettivamente nel 1976 e 1977 ) e due audiocassette musicali originali. Una delle quali, Ballata per due briganti, nonostante una registrazione approssimativa, resta il pezzo più pregiato del catalogo. Naturalmente si narrano le gesta di due briganti del posto, Orecchiomuzzo e Lu Zambre, qui esaltati come eroi romantici.

Riguardo la musica folk a San Marco in Lamis la materia merita una lettura più attenta ed approfondita perché illumina una materia che riguarda la qualità e le radici culturali di una comunità. Indubbiamente i gruppi Festa Farina e Folk , Celano Musica e la Baracca Folk hanno saputo assolvere con impeccabile puntualità e rigore, nel corso degli anni, sia sui palchi della provincia che nella testimonianza rese su nastro, il compito non facile di trasmettere agli ascoltatori tutta la bellezza e la autenticità di quei canti che sono patrimonio della nostra cultura popolare. Ma non basta perché evidentemente occorre dare continuità e visibilità ad un progetto di più grande respiro attraverso la formazione, lo studio e la ricerca del materiale tradizionale per affidarlo alle cure professionali di musicisti preparati che la città è in grado di fornire.

Una rinascita di quei gruppi o parte di essi andrebbe sollecitata.

La musica folk ha il compito di custodire l’anima e la tradizione di un popolo e i brani, a volte struggenti altre volte gentili, hanno inciso fortemente nel tessuto della storia del nostro paese in maniera profonda e sincera, motivo per cui vanno salvaguardate oltre che rispettate. Brani come “La Vadda de Stignano” o la famosa tarantella offrono gli estremi di una condizione musicale di grande spessore e mi piace ricordare in questo passaggio la voce potente e versatile di Leonardo Ianzano, unico a potersi esprimere in gioventù con canzoni pop con i Wolves e le Ombre e nell’età matura dare un contributo decisivo ai brani da brivido della grande ballata popolare e tradizionale di San Marco in Lamis.

Un altro personaggio fondamentale della scena folk tradizionale, che ha investito nella ricerca e inciso nella crescita musicale del territorio, per passione e attenzione alla materia, è stato e lo è tutt’ora Raffaele Nardella, vera anima, passionale e sincera, personaggio decisivo per capire l’importanza dell’intera attività folk a San Marco in Lamis durante gli anni ottanta. Oltre al contributo, tra gli altri, di Angelo Ciavarella, co-fondatore del gruppo ed eccellente chitarrista folk del posto e di altri musicisti.

( Da aggiungere in extremis la recente pubblicazione di un cd del gruppo Festa Farina e Folk, avvenimento eccezionale che dimostra la buona salute che gode la materia nella nostra valle, rinascita auspicata e salutata con grande affetto da tutti gli amanti della buona musica.

Rimando per una lettura dettagliata del lavoro alla recensione scritta con grande competenza da Pietro Massaro sul sito emanueledamore.it. )



3.Terminata la storia pionieristica dei gruppi e dei cantanti sammarchesi si entra ora in territori più regolari, le passioni si sono assopite e i progetti musicali si sono assottigliati.

I Fly, nati da una costola degli Atomium, assumono il ruolo di leadership del pop locale degli anni ottanta.

Nei settanta le varie edizioni degli Atomium avevano dato impulso e continuità alla linea melodica imposta dal duo Pinto – Pignatelli, assolvendo il compito di fornire le migliori condizioni possibili per performance di qualità in un rapporto tra effetti e melodia sulla scia di uno spettacolo ricavato dalla moda del momento. I Fly sono guidati da Paolo Pinto, con un organico sempre variabile dove si avvicendano continuamente musicisti del posto nel corso degli anni : da Aldo Pirro a Antonio Mastromauro a Pippo Cofano, poi Elvira Massaro, Maurizio Napolitano, ecc… un gruppo che assume il controllo della piazza essendo l’unico, tra l’altro, a poter disporre di risorse tecniche e professionali in grado di allestire spettacoli di grande effetto, sulle tracce di analoghe esperienze che stanno investendo il mondo dello spettacolo mondiale.

Sono tuttavia gli anni del riflusso, interlocutori e generale appiattimento musicale.

Le condizioni sociali alla metà dei settanta sono deprimenti, vi è disoccupazione ovunque soprattutto in Inghilterra e in genere nasce proprio da queste situazioni di disagio sociale e giovanile unito alla depressione, l’impulso alla rinascita musicale. In effetti dopo le prime avvisaglie captate a New York e in tutta la East Coast ( i Television e Patty Smith su tutti ) in Inghilterra non tarda ed esplodere con rabbia e disordine devastanti la bomba punk con tutta la sua ira iconoclasta spargendo, agli inizi del fatidico 1977, veleno dappertutto. Tutto viene rimesso in discussione. La scena punk rianima il rock n roll, inserisce nuovi imput, organizza una nuova rivoluzione di musica e costume e si prepara ad essere scena dominante in tutto il mondo, che avrà uguale rilevanza storica soltanto se si guarda indietro alla scena beat psichedelica del ’66, naturalmente con differenti motivazioni di fondo.

Qui di Punk o di rock estremo bisognerà aspettare gli anni novanta quando gruppi di giovani avranno il coraggio, spinti dalla travolgente musica punk californiana contaminata con l’ hardcore melodico dei Bad Religion dei primi ottanta, figlio legittimo di quella grande rivoluzione del 76, saliranno sul palco della villa comunale e suoneranno anche quella musica o ispirandosi ad essa. In realtà qui il punk viene accettato come propulsore, quella che i giovani gruppi suoneranno sarà un rock moderno dai suoni pesanti ed immediati, presi in prestito un po’ da tutti i generi dominanti in quel periodo.

La mostra e il libro offrono anche in questo reparto qualche nome ( Virtuals, Shout, Shiny Flowers, Evening, Pattuglia Cosmica ecc. ) gruppi che si muovono all’interno di una musica pop / rock d’autore ad eccezione del gruppo della Pattuglia Cosmica dove pare più interessato a sviluppare un suono proprio di tipo noise che fa riferimento ai Sonic Youth e alla scena grunge in generale.

Mancano testimonianze di gruppi dotati di suoni estremi, metallo pesante e tutte le contaminazioni immaginabili, ma spesso sono gruppi che si formano e si scompongono nello spazio di un battito d’ali per cui non lasciano in paese alcuna traccia.

I Fly, che hanno avuto un certo successo, appartengono alla cernita dei gruppi che hanno caratterizzato un periodo musicale preciso, fornendo una musica senza grandi novità ma, come ho già detto, di grande valore professionale. I loro spettacoli erano dotati sempre di una formalità impeccabile e anche se a volte scadevano nel pop più stucchevole, sapevano farlo con molta classe.

Hanno inciso un singolo, Via con te / Averti un attimo, nella qualità media del periodo.

In questo filone, fatto di pop elegante e ricercato, si inserisce anche l’attività musicale di Angelo de Maio, artista precoce e attualmente insegnante di musica. Ha all’ attivo un ottimo singolo pubblicato nel 1983 col nome d’arte Mayo ( La donna che cercavo / L’innocenzai ricordi l’età ), da lui scritto e prodotto.

( Da aggiungere la pubblicazione in seguito di due ottimi cd Sono figli dell’amore e Telefonami ora, rispettivamente nel 2005 e 2010, certamente lavori più maturi ed elaborati ).

Da citare Giuseppina Panzone, unica donna in un ambiente dominato sin qui dagli uomini, figlia dell’indimenticabile Antonio Serafino, scomparso recentemente ; ha pubblicato in forma artigianale un buon cd in cui si esprime con linee melodiche in lingua e in napoletano di buon livello.

In un paese tradizionalmente di emigranti non potevano mancare personaggi legati a questa condizione. Mi piace ricordare qui, con grande simpatia ed emozione, almeno due nomi che credo possano considerarsi due concetti di canzone italiana ed internazionale all’estero dove sono sempre vissuti, entrambi emigrati oltre oceano ed entrambi legati alle radici della loro terra.

Michele Rendina, che ha pure inciso un singolo ( L’amore a primavera / Sono un essere umano ) , è considerato un cantante melodico legato fortemente alle radici della sua terra e infatti canta, nelle lontane terre australi per amici e connazionali, solo canzoni italiane ; il secondo, Peter Nardella, ha invece tutt’altra storia. Cantante dai toni confidenziali, delicati, Peter Nardella (foto) era dotato di una voce straordinaria, che ricorda molto per tonalità la tradizione dei grandi cantanti italo - americani ( Dean Martin e Frank Sinatra per intenderci ). Era nato ad Akron, in Ohio ( Usa ) nel 1926 da genitori sammarchesi trasferiti in America agli inizi degli anni venti. Fu protagonista e voce solista del complesso pop - jazz Phil Palumbo and The Pals, titolare di alcuni lavori divisi tra jazz e tradizione. Da mettere in grassetto un cd dalla durata breve ( In Memoria ) dove sono custoditi come in uno scrigno prezioso un gruppo di canzoni favolose, interpretate da Peter con grande pathos : da Feelings a More, da Al di la a The Shadows Of Your Smile sino a He Ain’t Heavy.

Peter Nardella è scomparso nel 2001.

Per concludere non possiamo non lodare le qualità di due grandi musicisti contemporanei :

Teo Ciavarella e Ciro Iannacone.

Teo Ciavarella è un musicista di formazione jazz blues, oltre ad essere artista completo, esegue quella musica e si esprime su livelli professionali molto alti. In effetti opera a Bologna accanto a musicisti di fama internazionale ed ha prodotto sinora diversi pregevoli lavori a suo nome o in collaborazione. Accanto ai suoi pirotecnici spettacoli vorrei ricordare almeno il brano “ Gargano Elegy”, inserita all’interno del suo ultimo lavoro, che riguarda le nostre radici comuni , peraltro interpretata in modo suggestivo e con grande partecipazione..

Ciro Iannacone invece è un cantautore sanguigno e gentile formatosi alla scuola dei cantautori dei settanta ( De Gregori su tutti ). Ha prodotto finora due cd di grande qualità ( soprattutto il primo, inarrivabile “ frenetico cittadino “ ) però esprime tutta la propria forza e offre il meglio di sé sul palco dove si trasforma in autentico mattatore fornendo spettacoli sempre di qualità ( un cd dal vivo renderebbe giustizia delle effettive capacità artistiche di Ciro Iannacone ).

Atteso alla prova del terzo lavoro, con l’auspicio di trovare oltre all’ispirazione giusta anche un ottimo produttore, Ciro Iannacone resta un talento naturale che dovrà ancora esprimere tutta la sua forza

domenica 22 agosto 2010

MOSTRA FOTOGRAFICA “ COMPLESSI ! “ A SAN MARCO IN LAMIS.
1.
E’ terminata ieri sera a tarda ora la terza edizione della mostra fotografica dei gruppi e dei cantanti sammarchesi, quest’anno dedicata solo ai complessi degli anni 60 / 70 con qualche coda nei decenni successivi. La novità sta nel fatto che una intera sezione è stata dedicata ai musicisti del posto scomparsi in questi ultimi anni, inevitabile omaggio a personaggi che hanno reso grande la scena musicale del paese nel corso degli ultimi decenni del secolo scorso. Da Tonino Lombardozzi ( qui introdotto da una sequenza fotografica preziosa e struggente che riguarda i primi timidi passi dei gruppi pop più o meno organizzati in paese – 1948 – 1950 – e da lui guidati ) a Tonino Rispoli, anch’egli in bella vista per una serie di fotografie che lo hanno visto in compagnia, agli inizi dei sessanta sulla riviera ligure – dove lui all’epoca risiedeva – accanto a personaggi importanti dello spettacolo e della canzone leggera italiana del periodo. Del gruppo la foto più importante è senz’altro quella che lo ritrae accanto ad una Mina timida ed impacciata ( siamo nel 1961 e la grande Mina era alle prime armi ), immagine rara, sicuramente il pezzo forte dell’intero catalogo. Non sono da meno anche le restanti foto. Il cantautore vi è immortalato vicino ai principale cosiddetti big della canzone italiana dei primi anni sessanta, monumentali scatti che lo fissano accanto a Umberto Bindi, Joe Sentieri, Gino Latilla e Herbert Pagani tra gli altri, personaggi popolari della scena sanremese di quegli anni cruciali dove pure Rispoli è ritratto proprio sul palco del casinò municipale nel corso di una performance, in una foto splendida e storica del 1961.
Vi sono altri amici scomparsi, da Beppe Monte a Bonifacio Tancredi sino al maestro Tackis passando per Luigi Tantaro, quest’ultimo, il primo a lasciarci molti anni fa in modo improvviso, grande appassionato di musica dei sessanta, batterista chitarrista e cantante di valore, presente, seduto dietro i tamburi in una foto che il destino ha voluto fissare in uno scatto memorabile e beffardo, accanto a Bonifacio Tancredi e Antonio Serafino Panzone, durante uno spettacolo dei Revivals nel 1986. Entrambi i musicisti sarebbero poi scomparsi a distanza di poco tempo l’uno dall’altro, diversi anni dopo.
Il maestro Tackis, che ci ha lasciato nel novembre del 2009 in maniera drammatica, qui ripreso durante uno spettacolo a Rignano Garganico, è autore di un incredibile EP da incorniciare come unico reperto della scena demenziale cabarettistica del posto ( un Petrolini sfarzoso e godibilissimo, per usare alcune sue felici espressioni ) a cui però è mancata una continuità formativa, necessaria per far crescere il personaggio all’interno di una scena dove lui era l’unico protagonista ( un paragone seppure forzato può essere fatto con i Speranzoni, ovvero M. Fulgaro e M. Napolitano colti in una istantanea nel 1957 ), mentre Bonifacio Tancredi, alias Little Rock, tenero e sincero interprete della fiera canzone italiana dei sessanta e delle origini del rock and roll, ha rappresentato la parte più genuina della proposta revivalistica e nostalgica del pop sammarchese.
Beppe Monte ( Giuseppe Chiaramonte ), anch’egli cresciuto musicalmente nei primi anni sessanta è stata la presenza fondamentale, gran voce versatile dai toni confidenziali, del gruppo–istituzione a San Marco in Lamis, i Protheus. Tra le tante cose a lui attribuite, va ricordata la sua partecipazione al programma radiofonico La Corrida, di cui conservo la viva testimonianza, condotta da Corrado, in cui Beppe Monte vinse in volata con una superba interpretazione del brano Tanta voglia di lei dei Pooh.
Antonio Serafino Panzone, di cui sua figlia Giuseppina ha seguito le orme paterne con risultati eccellenti, ha avuto un ruolo di arrangiatore e bassista, all’occorrenza, nell’allestimento di spettacoli musicali sempre di impronta amarcord, e sempre in presenza di amici fatti della stessa sostanza : da Rispoli a Fulgaro, da Masullo a Tackis, tutti presenti in un gruppo di foto in cui si è voluto caratterizzare un periodo preciso della storia musicale del paese ed evidenziare il ruolo di coordinamento avuto da Panzone in questa storia.
2.
Altre fotografie hanno riguardato e documentato l’attività live dei tanti gruppi che si sono avvicendati sulla scena musicale in paese nel corso degli anni tra il 1969 e 1973, un lustro importante in cui la scena pop è cresciuta e si è ramificata in tante esperienze riconducibili a gruppi come I Wolves, Le Pietre Azzurre, I Birds, I Butterflies e gli Atomium, formazioni che hanno colto dalla fiorente scena pop nazionale i segni di cambiamento dei canoni musicali, suoni mutati e senz’altro più elaborati rispetto al passato.
I Wolves erano guidati da Leonardo Ianzano, cantante dalla voce spettacolare, cresciuto negli anni sino a raccogliere l’eredità della scena folk nostrana attraverso l’esperienza col gruppo Festa Farina e Folk, tuttora in attività ; i Birds erano caratterizzati da un naturale spinta progressive, molto forte all’interno del gruppo, mentre i Butterflies erano un gruppo di amici ispirato dalla scena pop dominante ( il solo Mario Masullo, batterista del gruppo, avrà sino ad oggi una vita artistica regolare ). Le Pietre Azzurre di Natale Tenace e Pietro Longo avevano invece scelto un suono con connotati hard melodici, in linea con certe tendenze di provenienza esterofila. Ciò che resta del gruppo è Luigi Nardella attualmente cantante dei Monoreddito, un gruppetto di amici attempati che suona ancora con immutato entusiasmo brani immortali dei sessanta e temi folk sammarchesi negli angoli suggestivi del paese e nei luoghi limitrofi.
Gli Atomium, ( la mostra gli dedica tutta la lunga genealogia partita dal 1972 e terminata alle soglie degli anni ottanta ) sono gli eredi, per popolarità e longevità, dei Protheus. La loro storia è ricca di avvicendamenti, innesti spesso azzeccati che hanno corrisposto sempre nuova linfa all’ evoluzione della loro musica. Vi hanno pure inciso un micidiale 45 giri nel 1976 durante un periodo in cui, ospite Gennaro Sassano, sembrava che il gruppo potesse decollare verso altri lidi. Cosi non è stato ma resta un gruppo fondamentale e soprattutto laboratorio per i Fly il nuovo gruppo di Paolo Pinto negli ottanta e novanta.
Anche dei Fly e della intera scena pop di fine millennio, la mostra ha fornito ampia documentazione, soprattutto di quei gruppi giovanili la cui storia è stata fragile ( eccetto i Virtuals forse ), seppure fuori tempo massimo rispetto ai tempi fissati dalla mostra, viene ricomposta secondo tortuosi passaggi e mai messa in luce in modo limpida e definitiva. I Fly hanno scelto lo spettacolo, niente evoluzione ; hanno scelto di fare concerti di qualità, assemblando repertori molto versatili buoni per tutti i gusti, a volte anche stucchevoli ma necessari a cavalcare i tempi in modo dignitoso. No so dire se siano ancora in vita.
Della mostra sono state esposte 150 fotografie formato grande, a colori, in bianco e nero e color seppia ; stampate e distribuite ai visitatori ( numerosi come sempre in queste occasioni ) un cospicuo numero di cartoline in 5 variabili soggetti, alcune riproducono il manifesto e la locandina, elaborate da Francesco Paolo Giuliani, ( la locandina racchiude le fotografie di tutti gli amici scomparsi, a cui la mostra è stata dedicata ) e alcuni dipinti di Nicola Maria Spagnoli dei 60 che la mostra ha ospitato, oltre ad una stupenda cartolina d’epoca raffigurante Tonino Lombardozzi ed amici ( 1948 ), che vuole dare lustro ai pionieri e alle origini del pop sammarchese e offrire al contempo ai sammarchesi sparsi in tutti gli angoli della Terra una buona ragione per essere orgogliosi del loro passato ( e della loro terra ).

LUIGI CIAVARELLA