sabato 14 dicembre 2013

LA MOSTRA FOTOGRAFICA DI MICHELE PETRUCCELLI AD ARTEFACENDO 


TI CERCHERO' NELLA LUCE, con sottotitolo "Sinuosità geometrica e l'armonia delle linee nascoste del corpo raccontato dalla luce", MICHELE PETRUCCELLI, ha esposto ieri le sue istantanee fotografiche presso la galleria d'arte allestita ad ARTEFACENDO, nella villetta comunale, luogo assunto, per questo genere di collezioni ma anche per altre forme di attività contigue all'arte e alla musica, a raccogliere il respiro culturale della città.

Lungi, premetto, da me la prospettiva di voler esprimere giudizi in merito alla consistenza dell'argomento, men che mai dare valutazioni alle capacità artistiche di Michele, competenze che non mi appartengono in alcun modo, (peraltro Michele è amico e collega di lunga data), però nonostante ciò una testimonianza seppure motivata dall'affetto si impone, vuoi perché la mostra fotografica è stata per me una nota piacevole, sorprendente e gratificante o per forza di cose perché in questa città, contrariamente alla inconsistenza politica e amministrativa di soggetti che hanno portato la città verso una catastrofe ambientale e finanziaria, riguardo la cultura, nelle forme più ampie di intervento, possiede la capacità e la forza, in contro tendenza, di interagire in termini di qualità, nel solco della storia culturale del luogo. E Michele Petruccelli entra in questo novero di personaggi che sta dando lustro al cammino della cultura sammarchese attraverso la fotografica, retaggio sino a pochi anni impensabile da elevare ad arte, ora invece in buona compagnia con Domenico Leggieri, Annalisa Nardella, Felice Nardella e molti altri compreso suo fratello Paolo che invece ha scelto un tipo di fotografia più improntata alla cronaca per mezzo del suo blog Notizie in Lamis, artisti tutti distintisi quest'anno nell'esposizione delle loro opere qui ad Artefacendo. Quasi un contraltare all'insipienza che ci gira attorno, se volete quasi un atto di resistenza in attesa di tempi migliori. 



Ritornando a Michele Petruccelli devo dire che la mostra mi ha rivelato un aspetto di lui che ignoravo ma che ho, con molta sorpresa, apprezzato tantissimo. Non ho la presunzione di conoscere il tema né tantomeno i nomi di fotografi importanti nella storia dell'arte fotografica, a parte il nome di Robert Mapplethorpe, ma solo per i suoi legami affettivi e storici avuti con Patti Smith quindi con la musica Rock. Lo "scandaloso artista", che operò presso il museo Metropolitan di New York, e che immortalò in alcuni scatti celebri nomi importanti del suo tempo tra cui anche la sua compagna con una bella foto che finì per illustrare il suo primo disco, Horses nel 1977.

Michele Petruccelli invece ci propone una galleria di scatti in bianco e nero, a tema monotematico di 
figure femminili fissate in una dimensione direi quasi onirica, volti colti nelle loro pose trattenute da una luce che coglie l'attimo, come ha ben introdotto
Matteo Coco durante la presentazione della mostra, laddove solo un talento sensibile come lui poteva riuscirci. Donne, verso la cui natura il mondo non sempre è stato generoso attraverso tragiche forme di violenza e mortificazione varie che in molte parti del globo esistono ancora oggi, con i segnali di una emancipazione che tarda ancora a realizzarsi. Qui non si sottolinea il suo aspetto materno o il ruolo che la donna conserva nella famiglia, ecc., Michele è più interessato ad evidenziare il lato più sensuale e fiero del suo corpo, la parte più nascosta, che non ha affatto nulla di avvilente o di strumentale anzi è proprio questa fondamentale suggestione che rende preziosa la figura femminile con l'armonia del corpo unito alla sua bellezza nelle tante forme con cui ella sembra chiedere oggi di esistere. E' una donna elegante, affascinante e moderna, padrona del suo corpo e della sua sessualità quindi padrona del suo tempo, dunque attrice ideale sulla scena del mondo, nel chiaroscuro ordine del suo mistero. Quasi un atto d'amore e di rispetto di Michele verso il loro universo, che noi ci associamo alla grande. 


LUIGI CIAVARELLA

mercoledì 6 novembre 2013


I TANTI VOLTI DI MIKALETT



Non è possibile in alcun modo ignorare nè tenere in sordina la sua poliedrica attività di artista e animatore di paese come allo stesso modo è impossibile non sottolineare il modo con cui lui riesce sempre a stare in cima dell'attenzione, vuoi per la realizzazione di un cd di canzoni, per la presentazione di un ballo nuovo di gruppo, per un videoclip, oppure per un tormentone o semplicemente per la considerevole attitudine sua di porsi sempre ben visibile nel luogo in cui è nato e nei rapporti che stabilisce con la gente che ci abita. Un dinamismo esasperato che lo porta a stare sempre al centro della scena come dire un vulcano sempre in eruzione, una congeniale dimensione on cui egli si riconosce..
Sto naturalmente parlando di Michele Giuliani noto soprattutto per via del suo “strampalato” pseudonimo Mikalett ormai logo di garanzia più che referente artistico di un progetto guida dal momento che sono tanti gli interessi che nutre il nostro al punto che è impossibile stabilire dei primati.
Innanzitutto partiamo dall’ultima sua trovata, il ballo dello Spread , che lui introduce con un videoclip che impazza su you tube per l’originale sequenza che lo caratterizza al centro di un giornale in cui i temi dell’economia e della finanza gli fanno da sfondo. Opera del nostro amico Felice Nardella che ha voluto cosi stigmatizzare l’ennesimo parto artistico della parte ballerina del nostro.
“… mentre l’Italia va a rotoli – si legge nella locandina che accompagna il videoclip – l’italiano ha un modo tutto suo di reagire …” naturalmente ridendoci sopra, una forma di autoironia che è difficile da spiegare a chi ha perso un lavoro o ha appena chiuso un’attività, magari a causa dello spread, ma tant’è: l’italiano è fatto così. Appunto ci si ride sopra secondo Mikalett. Una forma di rassegnazione che ben si addice allo spirito dell’italiano medio.
Naturalmente non c’è solo questo aspetto demenziale, altri tormentoni più regolari sono appena stati conclusi mentre altri ancora, seppure d’altro tipo, si stanno profilando all’orizzonte.
Di quelli appena chiusi e passati nel database della memoria storica del nostro paese ancora una coreografia legata ad una canzone ( “Moonlight Shadows “ ) di cui è possibile visionarne il video realizzato da Antonio Spagnoli, ormai stretto collaboratore di Mikalett per quando riguarda gli aspetti visivi e d’immagine (sue anche le realizzazioni video delle clip estratte dalle sue canzoni,, ultima della quale “ Sante Marche mia” davvero notevole ) ben graziato dalla presenza danzante di due belle ragazze del paese che si muovono al ritmo della canzone che Maggie Reilly canta, come noto, con voce cristallina, nell’album Crisis di Mike Oldfield del 1983.  
Un altro video, sempre realizzato da Spagnoli, è il famoso Flashmob diventato subito un brano-tormentone, scritto da lui stesso, che realizza nella centrale piazza Madonna delle Grazie con il contributo dei soliti amici e conoscenti che si prestano ad una spettacolare coreografia in cui vivono tutti gli elementi che servono a questo tipo di ballo : la rapidità e l’imprevedibilità che stanno alla base dell’azione e che sta ottenendo un grande successo anche fuori dall’ambiente in cui è nato grazie ai vantaggi mediatici del web.

Quello che invece mi piace sottolineare è anche il Mikalett  che produce teatro per gli amici del Cim, intrattenimento per l’Unitalsi, contributi di solidarietà verso associazioni che si occupano di tutela sociale verso amici meno fortunati di noi, che lo rendono a questo punto  sensibile  dispensatore di sorrisi l'attività che meglio lo qualifica e lo identifica e gratifica  per i tanti meriti acquisiti in questi campi.
La conta dei progetti e delle idee non finisce qui naturalmente, nel corso delle prossime settimane ci potrebbero essere novità. Per esempio si sta lavorando alla compilation di cover di  Gianni Morandi, di cui è notoriamente aficionado da lunga militanza, e di cui prevedibilmente entro il prossimo Natale, come di consueto, potrebbero esserci delle sorprese in questo senso. E’ questo il periodo in cui il nostro Mikalett esprime le sue passioni cantautorati. Un momento di pausa e di distacco dai tanti impegni che lo vedono protagonista durante l’anno e che qui spreca per realizzare finalmente ciò che più tiene: la canzone d’autore. Dopo le esperienze di Mondo di sempre nel 2006 e quella di Tutto mi appartiene l’anno scorso, potrebbe essere quest’anno il momento giusto per materializzare un sogno rincorso da tanto tempo quello cioè di omaggiare finalmente il faro di tutta una vita, Gianni Morandi , attraverso un pugno di sue canzoni di cui il nostro ha già dato prova di saper interpretare alla grande.  
LUIGI CIAVARELLA

domenica 27 ottobre 2013


GRANDE SUCCESSO PER “UNA CANZONE PER SOGNARE” , MANIFESTAZIONE MUSICALE DEL DJ MARIO MOSSUTO IN ALESSANDRIA NATIVO DI SAN MARCO IN LAMIS.

di Luigi Ciavarella

Si è conclusa ieri sera, con la proclamazione della vincitrice, la prima edizione della manifestazione canora “UNA CANZONE PER SOGNARE“ presso il locale Blu Moon di San Michele in provincia di Alessandria. A condurla, con piglio professionale, il nostro DJ MARIO MOSSUTO, nativo di San Marco in Lamis, che, insieme al noto presentatore del posto, BEPPE VIAZZI, e con la collaborazione di Radio Valle Belbo National, hanno portato a termine un evento di grande richiamo per quelle lande del Monferrato, riuscendo persino a coinvolgere cantanti ed interpreti di località fuori regione data la vasta eco avuta sin dal dicembre dell’anno scorso, mese in cui è iniziata la manifestazione canora. Per la cronaca ha vinto la gara la giovane Arianna Sciarratta di Asti con un brano di Adele dal titolo One and Only (suo anche il premio per la migliore interpretazione che gli è valsa una giornata in sala di incisione con Andrea Fresu ),al secondo posto Stefania Sturzo, potente voce soul nel panorama alessandrino che ha interpretato Proud Mary direttamente dal repertorio dei Creedence C.R. via Tina Turner, mentre il terzo posto è andato a Manuel Giannini che ha cantato “Ci vorrebbe il mare” di Marco Masini, seguiti tutti da una schiera di altri interpreti il cui livello artistico è stato ottimo secondo il giudizio di alcuni testimoni della serata. Tra le giovani proposte si è imposta Adelaide Lapadula giovanissima di appena 8 anni, che ha cantato  La gatta noto brano di Gino Paoli.
Il giudizio finale è stato affidato ad una giuria tecnica composta da Gaetano Pellino, uno dei migliori chitarristi italiani, fratello del rapper Neffa, con il quale ha vinto due dischi di platino, Serafina Carpari nota cantante e vocal coach, il patron di Radio Valle Belbo, Andrea Fresu, noto discografico, e Gian Piero Gatti, giornalista e fotografo di Radio Montecarlo.
La serata ha avuto un momento di spettacolo d’alta classe quando Gaetano Pellino è salito sul palco e coadiuvato dal DJ Mario Mossuto alla consolle, ha dato voce con la sua chitarra a due brani leggendari dei Pink Floyd e uno dei Dire Straits, mandando in visibilio tutto il pubblico presente in sala.
E’ stato un momento di grande partecipazione per un evento che già si preannunciava frizzante e ricco di attenzione verso la buona musica. Non sono mancati punti di eccellenza e una certa emozione che si respirava nell’aria per i tanti attestati di stima che sono piovuti sulla manifestazione, vuoi per l’impeccabile organizzazione ma soprattutto per la grande passione espressa dai due organizzatori, che hanno coronato un successo ottenuto oltre ogni aspettativa.
THE ATOMIUM 1972:  MARIO MOSSUTO il primo da sinistra.
Ma ciò che invece vorrei sottolineare è la figura dell’ideatore e dell’animatore della manifestazione “ Una canzone per cantare “, Mario Mossuto, che è nativo di San Marco in Lamis ma residente ad Alessandria sin dalla metà degli anni settanta, città nella quale si è trasferito per lavoro e nella cui zona ha costruito con gli anni una solida reputazione di disc jockey, organizzatore di eventi e serate all’insegna della buona musica e dell’intrattenimento di qualità, dapprima in veste di co-fondatore dell’evento canoro “Il Carrozzone”, e dal 22 dicembre dell’anno scorso di questa fortunata kermesse conclusasi ieri sera come già si è detto.
Alla manifestazione – mi riferisce Mario Mossuto non senza manifestare un certo orgoglio – ha partecipato un numero incredibile di giovani di cui però solo 25 sono riusciti a raggiungere la finale, in maggioranza provenienti della zona del Monferrato mentre alcuni altri anche arrivati da regioni limitrofe come la Liguria e l’Emilia Romagna, dove l’eco della manifestazione è giunta nonostante essa sia nata da meno di un anno, sicuramente cresciuta sulla spinta di una professionalità acquisita sul campo da tanti anni di esperienza vissuti da Mario Mossuto, senza volere escludere che qualche spinta promozionale sia potuto arrivare d’autorità dall’eco della precedente esperienza del carrozzone, nonostante “Una canzone per sognare” , si vuole sottolineare, non faccia alcun riferimento né tantomeno sia espressione o riflesso di quella passata esperienza.
Io e Mario alla Mostra fotografica Complessi nel 2010 a San Marco in Lamis.
Forse non tutti sanno che la storia musicale e il ruolo rivestito da Mario Mossuto nella storia della musica pop di San Marco in Lamis, prima di maturare l’idea migrante ( come molti d’altronde ) di trasferirsi ad Alessandria, è stata di primo piano nella nascita e nello sviluppo della musica pop locale attraverso l’esperienza fondante di due gruppi, I Butterflies e gli Atomium, nati col suo contributo a partire dagli inizi degli anni settanta e la cui storia è durata un intero lustro, passando anche attraverso altre esperienze musicali trasversali. Molte sue foto, che ha suonato il basso in entrambi i gruppi citati , sono visibili nel mio blog ( www.sammarcopop.blogspot.com ) attraverso una successione di fotogrammi spesso di qualità che rendono alla perfezione il ruolo avuto nel racconto di questa storia di musica e complessi che, aggiungo, hanno interessato il nostro paese sin dai tempi remoti e la cui storia è ancora viva, sotto altri auspici, ma pur sempre in contiguità col passato da cui trae linfa. E’ stato un protagonista e ha sempre mantenuto legami indissolubili con la sua terra d’origine.
Evidentemente queste passioni hanno la capacità di trasformarsi in continuazione rimanendo però sempre interiormente fedeli a se stesse poiché vincoli patologici di questo tipo una volta contratti son duri a morire.



LUIGI CIAVARELLA

venerdì 4 ottobre 2013




Questo BLOG, che illustra in maniera pressoché completa la storia musicale del nostro paese, dopo molti anni di silenziosa attività si arricchisce di una sezione VIDEO che riguarda per il momento in larga parte    le vicende musicali e le attività della SWING CLUB attraverso l'opera del suo principale protagonista,         Mikalett, di cui mi onoro di dirigerne le sorti per quando concerne gli aspetti editoriali.

Altri video, sempre riguardanti le manifestazioni musicali in paese, presto avranno cittadinanza in spazi adeguati in modo tale che tutti avranno modo di vedere e ( spero ) apprezzare dal momento che verranno ben evidenziati sul frontespizio del blog. Si tratterà sostanzialmente di spezzoni musicali, quadretti genuini e simpatici di serate musicali estratte da documenti filmati in gran parte girati da Domizio Nardella, a cui va sin da questo momento il mio ringraziamento. I nostri maggiori protagonisti, molti dei quali sono scomparsi, rivivranno oltre che nelle immagini familiari che troverete nella galleria, che resta il principale interesse del blog, anche nei filmati girati in paese, in luoghi chiusi o nei posti più suggestivi dei quartieri tipo la Padula, nei festival come nelle feste padronali o di partito. Luoghi che hanno consentito agli artisti locali di dimostrare tutto il loro talento artistico, la loro passione e di testimoniare in definitiva tutto il loro amore per la propria terra, avendovi cantato, con voce ferma e rispettosa, anche struggenti brani tradizionali dando modo, tra l'altro, alle nuove generazioni di avvicinarsi al respiro delle proprie radici affinché ne possano un giorno ereditarne lo spirito per affidarlo a loro volta alle generazioni che verranno. Una speranza che affidiamo alla loro sensibilità di sammarchesi, perché tutto non vada perduto.
Molti altri video riguarderanno estratti di concerti più specificatamente rock dal momento che vi sono gruppi di giovani qui in paese che suonano anche questa musica, potente e vibrante; altri invece rivolti più a sonorità pop di qualità sedotti tutt'al più dall'intrattenimento ma entrambi portatori di ventate di energia e buone vibrazioni, che sono elementi salutari, intercettati tra la villa comunale, luogo cult, e l'interno dell'edificio Balilla, anch'esso luogo appropriato per questo genere di eventi.
Naturalmente la ricerca andrà avanti e periodicamente spero di inserire
nuovi clip nella speranza che vengano apprezzati e divulgati con la consapevolezza da parte mia di rendere un servizio al paese raccontando la sua storia attraverso l'esperienza delle band e dei cantanti ma sopratutto attraverso la musica che ha reso grande la storia di questa valle.
Luigi Ciavarella

mercoledì 18 settembre 2013

UN RICORDO DI JIMI HENDRIX A 43 ANNI DALLA MORTE.
di Luigi Ciavarella


Ci sono molti modi per iniziare a parlare di Jimi Hendrix oggi a 43 anni dalla morte. Tanti modi per ricordare la figura suprema del rock, colui il quale “… prese possesso del rock non ancora maggiorenne e lo rivoltò …” secondo il giudizio di Eddie Cilia, poiché nasce con lui un’idea completamente nuova di suonare quella musica, direi quasi una visione e un approccio completamente agli antipodi che lasciano sbalorditi un po’ tutti, Come, per esempio, quella sera dell’11 settembre 1967 quando, alla presenza della crema del rock londinese al gran completo, ( “… se fosse scoppiata una bomba lì il rock inglese avrebbe cessato di esistere …” disse Charles R. Cross ) al Bag’s Nails, un malfamato locale dalle parti di Soho, Hendrix si produce in una performance strabiliante, aliena per quei noti musicisti convenuti in quel posto ad assistere alla meraviglia del momento, i quali restano tutti a bocca aperta, sballottati nella confusione tra lo stupore e la rabbia.
Jimi aveva già inciso il suo primo singolo Hey Joe, un brano molto amato da Chas Chandler, il manager che lo aveva scoperto in America e lo aveva convinto a trasferirsi in Inghilterra, lasciando sul suolo natio una band riluttante al passaggio in Europa tra cui un Randy California alle prime armi che avrebbe di lì a poco fondato gli Spirit sulla falsa riga della musica prodotta da Jimi Hendrix sull’altra sponda dell’Atlantico. Hey Joe aveva avuto altre versioni, talune anche di successo come per esempio quella dei Leaves che era invece di stampo proto hard ( altre note quelle dei Standells e dei , Love ), tutte rispettose della tradizione na Jimi Hendrix ne aveva ricavato una nuova versione con un fraseggio impeccabile, lenta e voluttuosa senz’altro con un suono più personale rispetto alle versioni dominanti. Il brano era al sesto posto in classifica quando esplose il “caso Hendrix” il guitar hero, fenomeno e asceta che presto avrebbe cambiato il modo di suonare e vivere il rock, spingendolo verso una maturità competitiva con altre forme musicali,  idea assolutamente impensabile appena pochi mesi prima.  
Al suo fianco oltre a Chas Chandlers, che abbandonò gli Animals per occuparsi di lui, e Michael Jeffrey, che avrà cura degli aspetti manageriali, viene approntato il gruppo che affiancherà Jimi, che si chiamerà Jimi Hendrix Experience, e sarà composto da Noel Redding al basso e Mitch Mitchell alla batteria. Il primo aveva risposto ad un annuncio sul Melody maker, convinto di dover suonare la chitarra con gli Animals mentre invece si trovò a suonare, suo malgrado, il basso con Hendrix, e, forse è questa uno degli aspetti peculiari del suono hendrixiano dal momento che Redding suonò il basso con linee melodiche cioè senza necessariamente dover dare ritmo alla struttura del pezzo mentre Mith Mitchell, il batterista, che aveva uno stile tra Keith Moon e Ginger Baker, come dire i migliori percussionisti del momento, era perfettamente in linea con gli standard musicali prodotti da un power trio, come era d’uso in quel periodo ( si pensi a Who e Cream su tutti ) assecondando di molto gli assoli e le improvvisazioni di chitarra del loro leader. Quindi  contrariamente a quando si disse all’epoca, non furono affatto due gregari anonimi poiché ciascuno di essi contribuì non poco a creare la base necessaria su cui il musicista nero poi improvvisava la sua musica.  
La Decca Records dopo aver commesso l’immane errore di rifiutare i Beatles rifiutò anche Jimi Hendrix ( evidentemente i dirigenti di quella etichetta dovevano essere dei grandi  sprovveduti per non dire altro ) e la Jimi Hendrix Experience finì alla Track, l’etichetta degli Who di Kit Lambert. Come si è accennato, il primo singolo del gruppo fu Hey Joe subito ben accolto nelle classifiche inglesi. Invece la prima tourneè fuori dal suolo inglese fu in Francia al fianco di Johnny Halliday, facendo da spalla alla massima espressione rock francese in quel momento.
Nel 1967, anno cruciale del rock, Jimi Hendrix pubblica Are You Are Experienced ? l’ album che per alcuni arriva direttamente da Marte tanto sembrano alieni quei suoni di chitarra e quei ritmi incalzanti, colorati momenti di straordinaria evoluzione di un suono che esprime un forte senso di novità, un passaggio epocale verso sonorità più mature e moderne in grado di interagire col mondo contemporaneo insieme ad altri lavori superlativi come Sgt. Pepper’s dei Beatles e The Piper At The Gates Of Down dei Pink Floyd di Syd Barrett, entrambi impegnati a rivoltare il mondo della musica rock.
Il disco di Hendrix travolge il blues, lo esalta, lo corregge come mai nessuno aveva mai pensato di fare, lo rende vivo e sofferente e allo stesso modo lo plasma a suo piacimento affinché diventi materia necessaria per i suoi pirotecnici momenti circensi, rituali e autodistruttivi simboli sacrificali, quasi un orgasmo definitivo come molti hanno saputo interpretare le lunghe performance del maestro nero in mezzo al palco nell’atto supremo di bruciare la propria chitarra.     
Esattamente come accadde a Monterey nella serata del 18 giugno del 1967 quando, presentato da Brian Jones dei Rolling Stones, finalmente ha modo di esibirsi nella sua terra dopo un tempo di decantazione trascorso in Inghilterra, che gli aveva dato i natali musicali, davanti al suo numeroso pubblico. E fu una serata indimenticabile. Jimi Hendrix non riuscirà mai più ad eguagliare quel concerto rimasto nella storia come la massima espressione dell’arte hendrixiana, peraltro immortalato in un album altrettanto epocale.
Né Woodstock due anni dopo, né altri posti nel frattempo divenuti celebri grazie al suo passaggio, avranno l’impatto di Monterey, durant-e uno dei pochi esempi di festival di qualità, dove Jimi Hendrix, complice una folla composta ma preparata ad ascoltare la sua musica, la sua voce, sensuale e contorta dalle tante smorfie piegate sulle improvvisazioni del momento, ora rabbiosa e ora allucinata, diventa testimonianza di un periodo tra i più fulgidi della storia della musica rock. 
Jimi Hendrix pubblicherà in vita altri tre album, Axis: Bold As Love, con copertina mistica orientale, Electric Ladyland, un doppio che sarà il suo testamento musicale e un album live, Band Of Gypsye, ricavato dalla sintesi di una performance al Fillmore East di New York. Dopo la sua morte avvenuta il 18 settembre 1970 in un alberghetto della periferia di Londra, in circostanze accidentali, l’industria della musica metterà in moto la propria voracità iniziando con l’ignobile operazione speculativa da parte di Michael Douglas prima di essere fermato dalla famiglia del musicista scomparso, la quale in questi ultimi anni è riuscita a mettere ordine nella sconfinata discografia post mortem dell’artista di seattle, con cura e affetto affinché l’anima del più grande musicista rock, che riposa a Seattle, non si disperda mai.

LUIGI CIAVARELLA   

mercoledì 17 luglio 2013

Johann Weyer (1515-1588), medico di Guglielmo V, duca di Cleve, sosteneva che le streghe non praticassero tutte le attività che venivano loro attribuite. Nei due testi De praestigiis daemonum (1563) e De lamiis volle dimostrare che le donne ignoranti che ammettevano di essere streghe soffrivano di allucinazioni e non dovevano essere prese sul serio.

Nelle sue tesi usò l’arte medica sostenendo che i maleficia delle streghe si potessero spiegare con cause mediche e naturali e che le confessioni delle streghe sono conseguenza di un disturbo dell’utero chiamato melanconia. Dimostrò che il patto con il diavolo non poteva essere considerato valido (perché sia valido un contratto i due contraenti devono avere la stessa natura) e quindi, non sussistendo, non poteva essere considerato un crimine.

Per Weyer la stregoneria era un tentativo compiuto da una persona con disturbi mentali di fare qualcosa che era impossibile sul piano fisico e giuridico. Tuttavia non si spinse a negare l’esistenza di Satana: egli ammise che il diavolo poteva influenzare la fantasia umana. I maleficia erano da attribuire a cause umane, ma il diavolo era responsabile di aver fatto credere alle streghe di averli causati, giocando sulla fantasia di povere donne ignoranti e malate.

In linea col Canon Episcopi, Weyer affermò che Satana non ha reso le donne dementi, ma solo più vulnerabili: il processo contro queste donne, eretiche, è possibile, ma nessuna deve essere messa a morte.

Il pensiero di Weyer rimase isolato e le sue idee vennero screditate dai più grandi inquisitori; solo verso la metà del ‘600 gli intellettuali europei cominciarono a mettere in discussione il potere del Demonio e le sue opere.

venerdì 14 giugno 2013

COLLAGE
                           L’ART ROCK nel PROGRESSIVE ITALIANO ANNI ‘70

di NICOLA M. SPAGNOLI

Per la Giornata europea della Musica 2013 un nuovo evento a cura del "Minimuseo" di San Marco in Lamis in provincia di Foggia ma non nella sede classica quanto, per la prima volta, nei Laboratori ARTEFACENDO della cittadina garganica che offre più ampi locali. Si tratta dell’esposizione di preziose e storiche copertine dei più rappresentativi capolavori del Progressive rock italiano degli anni ’70. L’esposizione, a cura di NICOLA MARIA SPAGNOLI e LUIGI CIAVARELLA, inizierà il 19 giugno alle ore 18 e si concluderà il 21, giorno appunto della festa e del solstizio d’estate. Di seguito una breve introduzione al genere musicale trattato, partendo dallo scenario internazionale.
Nella breve storia del Rock se c'è stato un periodo in cui si è cercato di fare qualcosa di diverso dalla solita canzonetta di due/tre minuti unendo  più generi musicali, nonché della solita copertina fotografica, certamente fu quello degli anni settanta del secolo scorso, con la nascita di quello che comunemente venne definito Progressive Rock.
Il termine, coniato qualche anno dopo, indicava soprattutto il nuovo rock, quello alternativo, underground, e lo dimostrano alcune riviste specializzate e nuove dell’epoca come il numero 1 di GONG, in cui si dava ampio spazio alle Mothers of Invention, agli Hatfield & the North, a Tim Buchley, alla Bongo Dog Doo  Dah Band, ma anche al nuovo jazz di Archie Shepp, alla musica d’avanguardia ed ai nostrani nuovi supergruppi come Il Volo di Vince Tempera  e Alberto Radius. Il termine d’altronde girava già, e abbondantemente, fin dal ’69, financo sulle raccolte inglesi della Vertigo, della Harvest e di altre case discografiche specializzate nella scoperta di nuovi gruppi.
I brani, in questo filone, quindi si allungarono, a volte a dismisura divenendo vere e proprie "suite", dove naturalmente la parte del leone non fu più della chitarra ma degli strumenti a tastiera allora in gran voga come il mellotron o i primi sintetizzatori che affiancando innanzitutto organo e pianoforte contribuivano a creare un suono barocco e a volte fin troppo pomposo pur non saccheggiando soltanto Bach o Hendel. Naturalmente anche basso, batteria e chitarra, i classici strumenti del rock'n roll dovevano esserci ed ecco creata la nuova fusion, certamente  una novità che non sempre diede risultati eccellenti. Ma non era tutto lì. Insomma non era cosi' semplice o semplicistico. C'era di più. C'era soprattutto il ritorno della cultura, voluta sia dai musicisti che non , erano in genere più improvvisati ma che si erano formati nelle accademie, c'erano anche i gusti del pubblico giovanile che erano maturati, almeno di quello più "acculturato" come studenti e figli di papà che potevano  più facilmente spendere in dischi e concerti per una, diciamolo pure, voglia post-sessantottina di restaurazione, di ritorno all'ordine. Questa voglia venne però immediatamente annullata, all’ interno di questo movimento, dai gruppi prog politicizzati ad iniziare dagli Area e poi dai T.T.T. (Teatro Temporaneamente Traballante) preceduti naturalmente dagli  inglesi Henry Cow (il movimento R.I.O. ovvero Rock in opposition) e dai Soft Machine di Robert Wyatt. Ma come mai la classica aveva avuto questo revival improvviso? Merito forse della sua diffusione di massa con le prime uscite in edicola, da parte di alcune case editrici, di fascicoli e dischi con la storia della musica seria, a volte con una vera e propria "presentazione” dove le musiche venivano introdotte con delle vere e proprie piéce teatrali da parte di grandi attori o voci del momento.
La scoperta di tutto un mondo musicale nuovo soprattutto etnico, con una selezione che attingeva a piene mani dai cataloghi Philips, Prestige e Chant du monde. Un altro segnale lo diedero nei '60 alcune colonne sonore suggestive e piene di nuovi suoni, fra cui, a parte quelle notissime di Ennio Morricone o quelle di  A.F. Lavagnino, il primo con espliciti riferimenti al mondo dei raga indiani, molto tempo prima che li "scoprissero" i Beatles o che diventasse popolare in occidente un certo Ravi Shankar.
E proprio ai Beatles molti addebitano, alla metà degli anni '60, con Revolver e soprattutto con Sgt.Peppers, la vera nascita di una musica diversa, svincolata dal beat e dal rock che si dilata e cerca altri orizzonti, seguiti a ruota dai Rolling Stones  con il loro sottovalutato e psichedelico "Their Satanic Majesties Request". Ma dove la mettiamo la lunga Goin’home del ’65 da Afthermath, sempre degli Stones, il primo brano superiore agli undici minuti in cui rock, blues e rumoristica stradale mirabilmente si fondevano? Oggi possiamo dire che se c'è stato un periodo ben definito in cui si è cercato di fare qualcosa di diverso, come stile globale e non sporadico quindi, che non fosse la solita fusion con il folk o con il blues( o fra folk e jazz come per i Pentangle) certamente è successo soprattutto negli anni settanta, appunto con quello che comunemente viene definito  Progressive Rock, anche se di avvisaglie, importanti, ce n’erano state anche prima. Certamente i filoni del Prog furono tanti, fra cui uno che possiamo definire "gotico" e che è quello rappresentato maggiormente da Peter Hammil e dai suoi Van der Graaf Generator o anche dai King Crimson, quello “medievalista” con  i Gentle Giant e in un certo modo gli Strawbs, quello romantico con Renaissance ma anche uno spiritualista-orientalista con i Quintessenze seguiti poi, a modo suo, dal nostro Claudio Rocchi.
C'era, con il ritorno alla cultura, anche il ritorno alla poesia e proprio i poeti o aspiranti tali, sono chiamati a collaborare o a confezionare testi elaborati (Pete Sinfield per i King Crimson), a volte ermetici, senza più cuore e amore,  testi che erano, in verità, fascinosi ma per lo più incomprensibili o almeno bisognosi di qualche spiegazione in più come nelle antologie commentate di letteratura, testi sofisticati, fuori dalla norma e, soprattutto, da ascolto, come la musica del resto che cessava all’improvviso, rompendo con la tradizione del Rock, di essere musica da ballo.
Ma la contaminazione era avvenuta a monte, proprio nella musica classica contemporanea. Veniva certamente dagli Stati Uniti dove Frank Zappa, che da piccolo aveva, da autodidatta, fatto composizione  e che al suo esordio con le Mothers of Invention o nel ’66 con Freak out (uno dei primi dischi doppi) e poi con Absolutely Free e, ancor di più, con  la lunghissima King Kong di Uncle Meat e nella collaborazione con il violinista J.L.Ponty, faceva riscoprire, oltre al jazz più moderno, anche musicisti classici contemporanei come Edgar Varese ed Igor Stravinsky che così divennero, loro malgrado ed a-posteriori, vere stelle del Rock. Dove Terry Riley con la sua minimalista "in C" affascinava tanti rocchettari europei (fra i primi The Who), dove John Cage con il suo pianoforte "preparato" apriva ai rumori e quindi all’evento,  alla società moderna,  trovando proseliti anche in Italia (Demetrio Stratos) e poi veniva da veri complessi rock come i Vanilla Fudge che con la stranissima suite The beat goes on del 1968 dilatavano fino a completamente stravolgerlo il martellante riff di Sonny Bono, dai New York Rock & Roll Ensemble che trasformavano il classico in rock, o meglio il rock in classica; veniva con Walter Carlos e Benjamin Folkman che, con prefazione proprio di Robert Moog, "Switched-on"avano su Bach, ed in Europa con i concerti universitari di Pierre Henry o di Les Percussions de Strasbourg, stimolati dall'interesse popolare, allargato come mai prima, fino ad abbracciare Stockausen e tutte le avanguardie del ‘900.
Certamente i primi a muoversi, in Europa, nel mondo del Rock, furono d'oltralpe ed anche coloro che s'erano già fatto un nome ed una popolarità con il filone psichedelico non tardarono a tentare esperimenti nuovi. I Deep Purple con il loro concertone per gruppo e orchestra od i Pink Floyd che dal sofisticato Ummagumma del '69 passarono d'un colpo solo, l’anno dopo, alla sinfonia rock con Atom heart mother. Alcuni si imbarcarono nell’avventura ma, per scarso successo, tornarono subito sui loro passi come gli Spooky Tooth, altri nacquero proprio, si può dire, Prog, come i Nice od i King Crimson o come l'intera "Scuola di Canterbury", comunque, dopo i primi sporadici ma popolarissimi tentativi, abbastanza isolati, di Moody Blues e Procol Harum del '67, la schiera si infittisce, e si nobilita, in G.B. con Family, Caravan e Traffic  fra gli altri ed esplode nel 1969 con una miriade di nuovi gruppi che, inevitabilmente, fecero colpo anche per le copertine "nuove e diverse", per lo più realizzate con commissione ad artisti veri, che contribuirono non poco ad entusiasmare ed eccitare i giovani che impararono presto a distinguere a colpo d’occhio il nuovo prodotto. Il fenomeno si limitò a pochi nomi in oltreoceano ma si affermò con forza nel Regno Unito e da lì dilagò subitaneo in Germania, dove assunse un aspetto del tutto particolare, cosmico ed elettronico, in Francia, in Spagna (nel dopo-Franco) e nei paesi sudamericani, in alcuni Paesi dell’Est e, soprattutto, in Italia, terra della musica classica per eccellenza, dove trovò terreno fertilissimo per nuovi ed originali germogli ma pochissimi riuscirono ad entrare nelle Charts e quindi a vendere ed anche da questo derivano alcune quotazioni da sballo di oggi per alcuni di quei dischi.

Alcuni arrivano ad individuare la prima pianticella prog italico nel disco dei New Trolls del ’68 fatto in collaborazione con Fabrizio De Andrè, Senza orario, senza bandiera, certamente già al di fuori del beat, ma in quanto a innovazione… o subito dopo, nel ’69, in quello degli Stormy Six (con il già promettente Claudio Rocchi ) Le idee di oggi per la musica di domani, ma potremmo risalire alle Storie della sera Chetro & Co. un EP su versi di P.P. Pasolini oppure al disco-quadro (nel vero senso della parola) di Le Stelle di Mario Schifano del ’67, oggi  introvabile e quotatissimo e persino falsificato come le vere opere d’arte. Per avere episodi continuativi dobbiamo comunque aspettare il 1970, anche per poter parlare realmente di Prog italico con lo splendido esordio del Balletto di Bronzo (Sirio 2222), con una novità  entusiasmante da parte di vecchie glorie come l'Equipe 84 (ma in verità Id era del solo Vandelli) o anche con il precedente Stereoequipe poi con un complessino nuovo nuovo, la Formula 3, che prodotto da Battisti sfornava un "Dies irae" non da brivido ma coinvolgente. Ottimo anche l'esordio dei Trip e del già citato Claudio Rocchi che con un solo titolo "Ouvres" primo brano dell'LP d’esordio “Viaggio, con un entusiasmante Mauro Pagani al flauto, potrebbe benissimo rappresentare tutto il Prog italiano, anche quello successivo. Ottimo esordio dei Circus 2000 con una delle poche vere cantanti in circolazione, Sylvana Aliotta e quello dei Gleemen che sfoceranno successivamente nei Garybaldi. Il primo disco di successo del progressive italiano fu certamente il sopravvalutato Collage delle Orme anche se i germogli già ci sono nel precedente Ad Gloriam. Seguirono due veri gioielli, anch’essi di grande impatto, Per un amico della Premiata Forneria Marconi, gruppo derivato dai più leggeri Quelli e l’esordio, con l’originale copertina a salvadanaio sagomato, dei Banco del Mutuo Soccorso. Fra i prodromi come non ricordare anche Aria di Alan Sorrenti, Ys del Balletto di bronzo  e poi tutti gli altri che vennero successivamente, da Franco Battiato agli Area, dal Canzoniere del Lazio ai Pierrot Lunaire, dagli Opus Avantra  a Roberto Cacciapaglia fino a morire lentamente con l’avvento del Punk per poi risorgere più di una volta, fino ai giorni nostri, seppure in forme underground ma sempre fedele alla linea..

                                                                                                    Nicola Maria Spagnoli






venerdì 17 maggio 2013

LA STRANA DISPUTA TRA MUSICA CLASSICA E ROCK


                                                                             di Luigi Ciavarella

Non riesco ad immaginare la storia dell’umanità senza l’invenzione della musica. Evidentemente essa è nata insieme all’uomo, con suoni, rumori e canti che hanno accompagnato la sua crescita civile e scandito i momenti più esaltanti della sua storia. Suoni e rumori che giocoforza presto hanno avuto il bisogno di organizzarsi su basi condivise offrendo così a tutti ampia facoltà di accedervi alla sua fonte. E’ un dato di fatto inconfutabile.
Certo la musica classica ha ottenuto la visibilità maggiore essendo questa la musica per antonomasia, la base su cui si fonda un principio, un’idea di suono organizzato su modello universalmente riconosciuto. Almeno a partire dalla metà del settecento essa da corpo alle istanze dell’alta società che per ovvie ragione è la prima ad usufruire dei vantaggi di quelle melodie suonate in piccoli ambienti ma che ben presto si sarebbero allargate favorendo spazi e forme comunitarie più eterogenee e popolari grazie forse all’impegno del musicista veneziano Antonio Vivaldi, che forma allievi orfani ospitati nel Pio Ospedale della Pietà della sua città, dove lui è insegnante di violino, contribuendo in tal modo a diffondere anche  tra ceti popolari la passione per la musica. Il bel libro di Tiziano Scarpa “Stabat Mater”, peraltro premio Strega 2009, racconta molto poeticamente questo rapporto tra il musicista e le giovani allieve ospite nell’orfanotrofio, che all’età di 15 anni, secondo il regolamento, avrebbero dovuto lasciare l’edificio. In particolare con Cecilia, la ragazzina che ha vissuto in quella casa dalla nascita, essendo stata abbandonata li in fasce dalla madre. Lei che si interroga, che vive una propria esperienza educativa, creatura sensibile che durante le notti si apparta e immagina il volto di lei che non ha mai conosciuto, persino dialoga con la genitrice dal volto sconosciuto ponendosi tanti  altri interrogativi senza risposte. Ma l’incontro con il maestro le consentirà di imparare a cantare nel coro della chiesa durante le funzioni religiose e dare quindi un senso alla propria vita. La musica assume quindi una funzione salvifica nel momento in cui indica una traccia e un segno di speranza nella sua vita di adolescente.
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Non sono interessato a conoscere i misteri della musica classica né, volendo, avrei gli strumenti per farlo. Tuttavia alcune opere musicali, per tanti motivi tutti riconducibili al mio interesse per la musica rock, hanno avuto un ruolo importante della mia vita per gli intrecci ibridi non classificabili che hanno contribuito ad arricchire un terreno incontaminato, se non per ragioni di consumo, perlomeno per i risultati ottenuti in termini di qualità, seppure limitati nel tempo, subordinando alla musica popolare brandelli di cultura classica-barocca, inventando di fatto la nascita di un genere ma provocando allo stesso modo un equivoco madornale, un limite posto allo sviluppo di un metodo che non ha ottenuto i risultati sperati poiché la musica rock ha preteso di giocare alla pari una partita già perdente in partenza. ( La musica rock Progressiva 1970 – 1975 in Italia ). 
Chiarito ciò mi preme sottolineare che Il mio rapporto con la musica classica è sempre stato di natura impulsivo, disegnato sempre sui miei bisogni temporali di conoscenza e di ascolto senza pretese proto didattiche meno che mai di ipotetiche affiliazioni, come d’altronde è accaduto anche con la musica Jazz, che, allo stesso modo, è rimasta anch’essa estranea al mio microcosmo musicale.
Ma la musica classica al pari della musica jazz è stata oggetto, a partire dalla fine degli anni sessanta, di attenzione da buona parte del rock europeo, interessato ad interagire in quel momento di dialogo possibile sul piano della contaminazione tra generi diversissimi tra loro ma contigui ad un progetto di immagine che vedeva la musica universale non più misurata su piani differenti di attenzione ma accolta in tutta la sua integrità estetica. Non centrava nulla il fatto che potessero scambiarsi le vesti. Era pensabile per esempio che un concerto di musica rock avvenisse nei teatri consacrati alla musica classica mentre era del tutto improbabile che la London Symphony Orchestra suonasse partiture di musica classica negli stadi. Quindi il rapporto non poteva funzionare ma la musica rock, forte delle sue urgenze espressive e delle istanze sociali di cui era portatrice, in un dato momento ha incominciato a prendere dal repertorio classico il suono che gli serviva per tracciare un altro percorso esistenziale. Non solo la rielaborazione-adattamento di melodie o la trasfigurazione di rigide partiture classiche ma la pretesa di spingersi sino a sottrarre al genere classico gli elementi più spettacolari per consumare sino in fondo una appropriazione spesso indebita, nonostante il rock sino a quel momento altro non era stato che un’accozzaglia di suoni blasfemi, selvaggi, malati sin dentro le proprie viscere. Insomma un suono plebeo che pretendeva di rubare alla nobile arte dei salotti e dell’educazione musicale dei teatri il loro status di musica per menti raffinate, barocchismi sensibili ed arie tra le più struggenti mai scritte, nutrimenti agli antipodi per una generazione che stava portando a compimento tutte le forme viventi della musica, dal jazz alla classica all’elettronica sino a scardinare i terreni della musica folk e popolari in un rapporto crescente di intuizioni geniali tali da regalare alla musica leggendarie performance e dischi da favola, a volte con garbo, intelligenza e competenza, altre volte invece con molta approssimazione superficiale.
E’ dunque questa la forza della musica rock, trainare cioè nel proprio “ caos organizzato “ ogni forma di contaminazione, direi persino la sua missione primordiale. Tutto questo nei primi anni settanta, che furono momenti di crescita straordinaria in ogni campo dello scibile musicale possibile e atto di nascita di un serio confronto tra tutte le anime presenti nell’agone, dagli interessanti sviluppi imprevedibili sino alla paranoia insopportabile e catastrofica sconfitta per la incauta esigenza di pretendere i segni della musica globale come fine degli steccati che, secondo i nuovi padroni del vapore, non avrebbero mai più ostacolato i vincoli di un rapporto fondante di  musica universale.
Naturalmente non è stato cosi. I pochi che hanno creduto, inconsciamente o incautamente, hanno finito i propri giorni in ambienti underground altri hanno cessato ogni velleità di comunicazione mentre molti dei protagonisti semplicemente hanno continuato a voltare pagine senza ottenere più quella visibilità che hanno cercato per tutta la loro vita.
La musica punk nella primavera del 1976 spazzerà via tutto poiché il ritorno alle piazze sudice e malsane è sempre stata la vera vocazione del rock, la cornice ideale, la propria raison d’etre , la stessa sopravvivenza. Questa volta ancora più viscerale, il rock assorbe tutte le istanze sociali, dal degrado al disagio giovanile i temi cari al popolo giovanile del rock, e li rappresenta nella maniera più consona.
D’altra parte non si chiede altro al rock se non essere se stesso.
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I brani o intere opere scippate alla musica classica o semplicemente rielaborazioni o citazioni più o meno consapevoli è piena la storia della musica rock. D’ altra parte è inevitabile che la musica finisca sempre per confrontarsi senza distinzioni, persino somigliarsi. Naturalmente il momento più stretto di avvicinamento tra i due generi è stato il periodo che va dalla fine degli anni sessanta alla fine dei settanta poiché fu quello il momento in cui nel rock prese vita la consapevolezza di suonare un tipo di musica più adulta, ragionata con criteri moderni, evoluta. Grazie anche all’invenzione dei nuovi strumenti musicali elettronici come il mellotron e i vari sintetizzatori che presero piede verso la fine dei sessanta in Inghilterra soprattutto,i musicisti rock più esposti alla contaminazione presero la decisione di “progredire” la propria musica su piani più meditativi ed elaborati, fornendo in tal modo la creazione di un ibrido musicale senza più costrizioni stilistiche confrontando le proprie idee soprattutto con la musica classica, non sempre con il rispetto dovuto, provocando la protesta dell’elite classica non disponibile per ovvie ragioni ad accogliere intrusioni nel loro campo ovattato né tantomeno a confrontarsi con quella teppaglia insulsa e arrogante che per motivi inspiegabili un bel momento ha deciso di abbattere ogni barriera senza mai riuscirci.
Do qualche cenno del cammino della musica “altra” quella che ha rubato alla classica metodo e arie per i propri bisogni stilistici. Gli Aphrodite’s Child nel 1968 pubblicano il loro secondo singolo dal titolo Rain and Tears, il tema del brano, arrangiato da V. Papathanassiou, leader del gruppo greco, è preso da un’aria del Canone di Pachelbel del XVII secolo, per clavicembalo e violino. Il pezzo avrà un buon successo.
Il gruppo inglese THE NICE adatta e rifà Bach e Sibelius con una disinvoltura tale da far gridare allo scandalo il mondo accademico della musica colta. Il protagonista blasfemo principale è Keith Emerson che di lì a poco formerà insieme a Greg Lake e Carl Palmer la famosa band che porta i loro nomi, continuando su questa linea di adattamento di famose arie di musica classica. Inoltre i Nice sono pure responsabili di un personale adattamento del celebre tema di Leonard Bernstein, America tratto dall’opera West Side Story.
Emerson Lake & Palmer si spingono sino ad adattare una famosa opera di Modest Mussorgkji, Pictures At An Exhibition, in cui si alternano alle partiture originali del maestro russo spunti musicali del gruppo in un perfetto equilibrio che rasente il miracolo. Lo stesso fanno con Fantasia para un gentilhombre di Joaquin Rodrigo, noto strumentale inserito nel 1978 in un album poco fortunato ( Love Beach ). Senza dimenticare che lo stesso gruppo prende spunto dalla toccata e fuga in fa maggiore BWV 540 di J.S.Bach per arricchire le partiture del loro album Tarkus qualche anno prima. Chiudiamo con il Bolero di M.Ravel ( Abandon’s Bolero )presente nell’album Trilogy, considerato il loro lavoro più compiuto, che il famoso trio elabora sulla scorta di un progetto a schema che sarà il tema conduttore dell’intero progetto. Lo stesso dicasi per il canto liturgico del poeta William Blake, Jerusalem, in apertura del album Brain Salad Surgery del 1974, che ha chiaro l’ incedere barocco.
Altre curiosità possono essere per esempio il brano A Whiter Shade of Pale dei Procol Harum del 1967, brano conosciutissimo in tutto il mondo, che altro non è che l’adattamento suite per orchestra n. 3 di Bach, nota anche col titolo Arie sulle mie corde. Come si può notare il buon J.S.Bach è il musicista classico più gettonato e  usurpato e questo può dirla lunga sui legami concettuali tra musica rock e classica.
Naturalmente ci sarebbero tanti altre citazioni da fornire ma occorrerebbe scrivere un intero libro per meglio focalizzare il fenomeno, tuttavia ricordo in corsa che i Deep Purple hanno scritto un intero lavoro sul rapporto tra gruppo rock e orchestra nella fattispecie con la Royal Philarmonica Orchestra, peraltro privo di successo ; i New Trolls hanno fatto altrettanti tirando per i capelli Antonio Vivaldi nel famoso Concerto Grosso, lo stesso hanno fatto più o meno tanti altri gruppi prog italiani, (il Rovescio della Medaglia  Contaminazioni per esempio, sulla scia del progetto affine a quello dei New Trolls ) e tanti altri.  
                                                                                                                 LUIGI CIAVARELLA                                                                                     




venerdì 3 maggio 2013

LA SCOMPARSA DI FILIPPO PIRRO.

E’ scomparso il pittore, scultore e poeta FILIPPO PIRRO uno dei maggiori protagonisti della cultura cittadina e dell’intero mezzogiorno. Aveva 69 anni e da tempo era malato.

 
                                                             di LUIGI CIAVARELLA 

Non conoscevo Filippo Pirro di persona prima che il grande artista non assumesse la decisione di passare alla poesia in un momento in cui anch’io ero attivo su quel fronte, senza abbandonare per questo l’arte pittorica e scultorea. 
Erano gli inizi degli anni ottanta e la notizia di questa sua decisione, evidentemente dettata da urgenze creative in continuità con la sua arte, non mi colpì più di tanto poiché avevo sempre visto la sua arte come una trasposizione altamente poetica. 
Una sensibilità in cui era forte il richiamo all’arte poetica per tutte quelle sfumature, quei particolari e quelle sovrapposizioni intelligenti e colorate che resero famosa la sua arte non solo da queste parti ma in tutto il mezzogiorno e oltre.
Quando mi disse che aveva pronto un’opera poetica lo indirizzai subito verso la mia associazione culturale di riferimento, La Vallisa di Bari, diretta dal suo fondatore e mio amico carissimo Daniele Giancane, all’epoca una delle punte intellettuali più avanzate della ricerca poetica in Puglia.
L’opera ha per titolo “ La casa del bosco”, pubblicato nel 1982 con prefazione di Joseph Tusiani, che tenne a battesimo la sua opera prima dove Filippo ci informa subito che trattasi di poesie scritte nell’arco di 12 anni (1969-1981) e questo non può che confermare il sospetto che poeta lo sia sempre stato anche se lo ha manifestato tardivamente.
Due forme d’arte complementare come d’altronde sottolinea Joseph Tusiani nell’introduzione al libretto citato, “trasferite verso un identico ideale o sogno artistico…” in un grumo di poesie altamente liriche che richiamano spesso la sua militanza nel mondo dell’arte senza più ormai distinzione di ruoli.
Il suo status di poeta viene alla ribalta in maniera naturale e saranno molti i premi che otterrà nelle varie edizioni letterarie sparse per tutta l’Italia nel corso degli anni e trovo del tutto ovvio che un poeta della sua statura riesca poi a creare quel luogo incantato che ogni poeta sogna, “il sentiero dell’anima” in cui si ripercorrono tracciati dove “… gruppi monumentali, statue in tecnica mista su basamenti di pietra, e, dipinti, sia in affresco che in murales….” fanno bella mostra nelle loro geometrie perfette e i loro silenzi ancestrali, quasi a dimostrazione dell’azione salutare dell’arte, in stretto rapporto con la natura circostante, che diventa a questo punto il centro del mondo nella sua sintesi più congeniale.
Arte e poesia come impegno di vita e come ricerca interiore: possono essere questi i basilari segni d’inizio di un dibattito intorno all’arte e l’opera di Filippo Pirro. Quei personaggi di pietra : contadini, emigranti, che hanno popolato e raccontato il suo e nostro immaginario sono li a testimoniare quando sia stata grande la sua sensibilità di artista e quale grave perdita abbia subito la cultura meridionale. 


Filippo Pirro davanti ad uno dei suoi capolavori che ornano il " sentiero dell'anima " di sua creazione.


martedì 30 aprile 2013


CIO’ CHE RESTA DEL MIO MARTIRIO
( per il Cardinale Martini )

Ciò che resta del mio martirio è la luce che plana
Obliqua dagli interstizi delle finestre
Tra le persiane verdi  smeraldine
E la polvere che copre la superficie degli armadi
Sulla distanza del tempo che ci resta.

A contemplare questi spazi del nostro tempo ballerino
Non ci sono più lame affilate che ci costringono alla resa
Tra i progetti di questo crimine annunciato.
Ora che abbiamo esaurito ogni preghiera
Messo a nudo le nostre incongruenze
Ci resta questo grande testimone di fede che guarda tutti
Allo stesso modo e con lo stesso sguardo indulgente dei perdenti.

Morire adesso avrà un valore, tutt’al più una liberazione.

In qualche misura riesco a sopportare le incertezze
Le stime della percezione, i suoi attimi fuggenti
Di una infinità di dubbi che mi inseguono
Mi annichiliscono, mi rendono insicuro, vulnerabile
A questi occhi dolci  che rendono insopportabile il mio castigo.
Semmai una luce avrà avuto pietà dei miei pensieri
Allora sarà la mano sua gentile, mai la sua ira
A condurmi in qualche luogo, ovunque sia la strada.
(  2013 )

( Luigi Ciavarella )