domenica 31 maggio 2015

MIKALETT DEDICA UN BRANO A TUTTE LE MAMME DEL MONDO

Il cantautore Mikalett di San Marco in Lamis ha voluto rivolgere un omaggio sentito e riconoscente a tutte le mamme del mondo attraverso questo brano in origine scritto e cantato da Anna Identici, Un bene cosi grande, che fu nota cantante italiana famosa sopratutto negli anni sessanta.
Sono stati molti i cantanti, nel corso dei vari decenni ad aver dedicato alle proprie mamme un segno tangibile del proprio affetto attraverso le parole di una canzone, a volte struggente ma sempre ricca di pathos e dotata di un sentimento molto forte  e sentito. Pensiamo a Beniamino Gigli o Claudio Villa, i cantanti che maggiormente si sono cimentati con questi temi durante gli anni cinquanta, dove le loro canzoni, dedicate alla mamma, sono state forse quelle più note, di grande popolarità ; canzoni che hanno riempito di buoni sentimenti la nostra lontana infanzia e anche quella dei nostri genitori. Struggente melodie che hanno segnato un'epoca indimenticabile vissuta sotto il segno del rispetto e dell'armonia familiare. La mamma regina del focolare di casa (come cantava un'altra vecchia canzone) è stata la figura che più di tutte ci è rimasta nel nostro immaginario collettivo, quella che meglio abbiamo conservato nel cuore, nei ricordi, la mamma affettuosa e premurosa che tutti abbiamo voluto avere, desiderato o sognato di avere poiché non sempre in altri luoghi o contesti tanta vicinanza è stata possibile.
Poi c'è stata la mamma immortalata da John Lennon ( Julia o Mother ) in alcune celebri canzoni quella che maggiormente è entrata nel mondo della musica Rock seppure con tanti strascichi psicologici al seguito oppure la madre terra di Julien Cope che invece è la madre natura che ci ha accolto e ci ha nutrito e che non sempre siamo stati in grado di rispettare o la Madonna raffigurata nelle icone sacre che i Vangeli ci hanno tramandato, fissata per sempre nella struggente immagine di Colei che raccoglie, con lacrime amare e con un gesto di immensa pietà, il corpo esanime del proprio figlio posto sotto una croce. Un atto d'amore che salva il mondo dalla sua malvagità, che riporta la luce laddove prima c'erano le tenebre. Un gesto di speranza che l'umanità non ha saputo cogliere.
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Mikalett ha soltanto voluto appropriarsi di una canzone scritta e cantata dalla brava cantante italiana, che ha inciso nel 1967 e che ebbe un notevole successo, per trasmettere tutto il suo affetto a tutte le mamme del mondo.

Luigi Ciavarella

    


video

Il cantautore MIKALETT, durante la registrazione del brano.








sabato 30 maggio 2015

CINQUANTANNI DI PINK FLOYD

I Pink Floyd delle origini 1967: da sin: Rick Wrigt (nascosto), Syd Barrett, Nic Mason e Roger Waters.
Cinquantanni fa nascevano, in una Londra in movimento, i PINK FLOYD, la famosa band inglese che ebbe principalmente il merito di aver cambiato la storia della musica Rock in un momento decisivo per la sua sorte.
Furono quattro ragazzi di Cambridge, a Londra per studiare architettura, a costituire forse il più grande gruppo rock inglese di tutti i tempi, senz'altro uno dei più longevi di sicuro tra i più conosciuti nel mondo.
Si tratta di Syd Barrett in primis, seguito da Roger Waters, Rick Wright e Nic Mason, i responsabili dell' epocale trasformazione del rock da un genere giovanile, frivolo in qualcosa di adulto, moderno ed elaborato sulla onda lunga di un progetto concettuale della musica, che fece la differenza e fu la loro principale intuizione-ispirazione.

Ma le loro origini bisogna cercarle tra il 1966 e l'anno successivo in una capitale aperta alle novità, che sarebbero esplose compiutamente l'anno dopo attraverso una catena di eventi che porteranno la Swingin' London al centro del mondo. Riusciranno persino a trascinare, dopo averla sostanzialmente modificata, una scena ricca e colorata, eccitante e musicalmente dotata di inventiva, in cima alle classifiche di gradimento dei giovani di tutto il mondo, cancellando in un solo colpo tutto l'esistente.
I primi dieci brani che incideranno in quei due anni, da Arnold Layne a See Emily Play, sino a Apples and Oranges, passando per Paint Box, Julia Dream, Point Me At The Sky,ecc. concludendo con Careful With That Axe Eugene, che i Pink Floyd ne faranno nel corso degli anni una icona formidabile del loro storia, sono considerati l'atto di nascita della musica psichedelica inglese. Infatti, insieme a Astronomy Domine, che apre il primo album, The Piper At The Gates Of Dawn, nel 1967, anno cruciale, Careful With That... è il brano che meglio descrive la musica dei Pink Floyd delle origini, poiché irradia sulla intera scena musicale londinese, una luce multicolore che produrrà effetti decisivi sullo sviluppo di quel suono, diventando di fatto gli indiscussi nuovi profeti del rock. Artefici di una musica che si nutre di sperimentalismo e arte visionaria.Una novità assoluta per quei tempi.

Dopo quell'album storico, ancora oggi considerato uno dei vertici della storia della musica rock mondiale, per le indubbie capacità di raccontare un preciso momento della sua storia, il gruppo inglese svolterà dal successivo, A Saucerful Of Secrets, verso una musica più organizzata e meditata, lontana dall'estro schizofrenico del suo mentore e fondatore Syd Barrett, ormai allontanato dalla vita del gruppo a causa di tanto consumo di acido da annientarlo definitivamente. David Gilmore prenderà in suo posto e la musica dei Pink Floyd subirà una profonda conversione, passando dallo sperimentalismo floreale e bizzarro delle origini ad un'altra forma di sperimentalismo tout court che avrà sempre maggiore successo, attraverso la pubblicazione di album indimenticabili come per esempio Ummagumma, Atom Earth Mother, Meddle sino a Dark Side Of The Moon. Seppure minato da una ridotta capacità creativa , Dark Side.. rappresenta a tutt'oggi l'apoteosi del loro suono, liquido, efficace e definitivo peraltro con successo planetario inimmaginabile e grande capacità di influenzare diversi altri generi (Il Kraut tedesco per esempio) oltre a contribuire in maniera considerevole ad accrescere le loro finanze e quelle delle banche inglesi.
Dopo Wish Where A Here e The Wall, forse i loro ultimi capolavori grazie all'estro di Roger Waters, la loro storia artistica importante si conclude qui anche se proseguirà regolarmente sino ai nostri giorni con lavori alti e bassi e concerti sempre più tecnologici (con prevalenza di bassi e speculativi) ma sempre ricchi di attenzione e fascino da parte di tutti come si conviene ad una grande band.  
Luigi Ciavarella



lunedì 25 maggio 2015

BOB DYLAN AL SUMMER FESTIVAL DI LUCCA IL PRIMO LUGLIO

Ieri Bob Dylan ha compiuto 74 anni ed è questa una buona occasione per ricordarci ancora di lui se non altro perché il primo luglio sarà protagonista al Summer Festival di Lucca, quest’anno in contemporanea con Francesco De Gregori per un evento che si preannuncia eccezionale. Bob Dylan c’era già stato nel 1998 mentre il nostro bravo cantautore romano si è esibito insieme a Fiorella Mannoia e Pino Daniele nel 2002. Tutto ciò per dire che la manifestazione gode di un certo prestigio nella mappa festivaliera della penisola. 
Tuttavia i due artisti suoneranno in set separati senza poter escludere a priori che possano intercettarsi anche se a mio avviso trovo piuttosto singolare questa possibilità.
La carriera musicale di Robert Zimmerman (questo il suo vero nome all’anagrafe di Duluh nel Minnesota,Usa, dove è nato nel 1941) inizia nel 1962 con la pubblicazione dell’omonimo album per i tipi della Columbia Records che vede in lui il nuovo profeta della canzone di protesta americana sulle orme già tracciate da Woody Guthrie e Pete Seeger . In questa veste lascerà sul terreno alcuni titoli fondamentali che ancora oggi sono documenti di formazione per i giovani cantautori di tutto il mondo. In seguito Dylan deciderà di rompere col il suo passato folk ortodosso per intraprendere una nuova strada che lo porterà a incidere nuovi album con musicisti provenienti dal blues elettrico e dal rock, attirando su di sé l’ira dei puristi (Storica la dura contestazione di Newport nel 1965, dove Dylan si presentò con la Butterfield Blues Band al completo con gesto provocatorio, ma dovette interrompere bruscamente il concerto per evitare spiacevoli conseguenze ).
La svolta elettrica produce una serie di capolavori che sono quanto di più personale e di influente si possa immaginare per il Rock, con dischi epocali quali Bringing It All Back Home, che allontana per sempre lo spettro di Times They Are A-Changin’ e introduce un diverso modo, senz’altro più energico, efficace ed incisivo, di raccontare le sue storie di lotta con emotività stupefacente che attraversano la scena del mondo.
Dopo ci saranno altri capolavori che sembrano fatti in serie e che elevano l’artista americano a livello planetario : Highway 61 Revisited e Blonde On Blonde, che sono autentiche pietre miliari della storia del Rock, preziosi caleidoscopi in grado di raccontare in musica, con voce limpida e forte, tutte le sfaccettature del mondo contemporaneo. Lavori che avvengono con la partecipazione dei migliori musicisti contemporanei di provenienza rock (Al Kooper e Mike Bloomfield in primis).
Poi ci saranno altri album di infinita raffinatezza compositiva (John Wesley Harding e Nashville Skyline per esempio, più rivolti alla tradizione americana) prima di cadere e quindi risorgere più volte ma sempre con lo spirito indomito di chi sente su di sé l’attenzione del mondo.
Nei successivi decenni Bob Dylan farà sentire sempre la sua voce autorevole marcando il tempo con la sua musica ( Blood On The Tracks, Infidels, Oh Mercy, World Gone Wrong, ecc …) raccontando sempre con capacità indagatrice le vicende che investono la nostra era, sempre con acume e intelligenza.
In attesa che gli venga assegnato il Premio Nobel per la Letteratura, l’unico riconoscimento prestigioso che manca al suo carnet di predatore intellettuale, peraltro sempre possibile (e sarebbe una caso clamoroso poiché darebbe dignità culturale ai testi delle canzoni e quindi un riconoscimento doveroso ai tanti cantautori che si sono espressi nel corso dei decenni, italiani compresi) auguriamo a Bob Dylan lunga vita.
LUIGI CIAVARELLA

sabato 23 maggio 2015

LA STORIA DI UN MASSACRO ANNUNCIATO.

Oggi ricorre il centenario dell' entrata in guerra dell’Italia nel primo conflitto mondiale.
Ovunque ci sono commemorazioni più o meno dovute, sopratutto nei luoghi dove si sono svolti i tremendi fatti, tra gli altipiani e le vallate, le montagne e le pianure delle regioni coinvolte nel conflitto: dal Friuli all'Alto Adige sino alle pianure venete, teatri di battaglie e di aspri combattimenti. 
Tutto ciò per ricordare a tutti quanto sia fondamentale il senso dell' Unità dello Stato. 
L'unità della nazione: fu questa il motivo che spinse l'Italia ad entrare in guerra a fianco della Francia e della Russia contro l'impero austro ungarico e la Germania, che erano stati sino a pochi mesi prima alleati dell'Italia. 
Sarebbe bastato che l'Italia avesse dichiarato la propria neutralità e avrebbe ottenuto in cambio, da qualsiasi belligerante, i territori che mancavano per unificare l'Italia: le regioni nord est e l'Istria ancora distaccate dall'ipotetico sogno dell'Italia unita. Da aggiungere che l'Italia non aveva nemmeno più l'obbligo di rispettare i trattati di alleanza, in caso di conflitto, come invece avvenne, perché i suoi ex alleati avevano disattese le regole e quindi si trovò nella favorevole situazione di ottenere il suo suo scopo senza colpo ferire. 
L'Italia invece optò per la guerra nonostante l'opposizione della maggioranza degli italiani e della Chiesa. Nonostante la logica e il buon senso.
Perché l'Italia entrò in guerra è scritto nei libri di storia. 
Perché non vi abbia rinunciato mi risulta incomprensibile. 
Non era d'altronde neppure l'unica nazione europea a sottrarsi al conflitto datosi che la Spagna, la Norvegia e tante altre nazioni non vi parteciparono. Però l'Italia entrò in guerra, seppure in ritardo rispetto alle altre nazioni, e lo fece posizionandosi a favore della triplice Intesa contro la triplice Alleanza, cambiando posizione.
La guerra che incominciò per l'Italia giusto cento anni fa di questo giorno e finì tre anni dopo, il 4 novembre nel 1918, lasciò sul terreno oltre 600.000 morti e circa un milione di feriti e mutilati.
Sin qui i fatti, che si possono leggere ovunque. 
Cosa resta oggi di quella immane tragedia generazionale, che coinvolse migliaia di giovane vite in cui tutti, a vario titolo, per ragioni a me sconosciute indicano come "caduti" o "eroi", quando invece dovrebbero chiamarli ragazzi sfortunati, vittime di un sistema aberrante di relazioni in cui vennero mischiati interessi nazionali e retorica patriottica, arretratezza e un distorto senso dell'unità di una nazione che è stata sempre messa in discussione sin dai giorni della conquista del sud da parte di Garibaldi. Cosa resta oggi è difficile spiegarlo ad un ragazzo che si appresta a pigiare il tasto di un computer, tanto appare lontanissimo quel lembo di storia.  
Se invece consideriamo oggi gli ultimi dati relativi all'andamento della nostra economia che danno l'Italia in crescita mentre il sud ristagna, raccontiamo una Italia che nei fatti è disunita. Così si legge nel rapporto. Ciò significa che ci sono due realtà geografiche che non marciano all'unisono, due velocità differenti in cui ciascuna è diversa dall'altra. D'altra parte i tanti rapporti economici sul Mezzogiorno hanno sempre fotografato queste differenze come se ci fossero sempre state due nazioni distinte e separate. Una forbice che si allarga sempre di più. Un pò come i ricchi e i poveri, o tra chi ha un lavoro e chi invece lo cerca, tra chi percepisce un vitalizio osceno e chi invece non riesce ad arrivare a fine mese. Quindi l' Italia unita in sostanza non esiste. Sicuramente non è mai esistita nonostante gli sforzi per renderla tale.
Ed è questa l'Italia che oggi si prepara a commemorare lontanissimi fatti di sangue, orrori e dolori, che nulla hanno a che vedere con la realtà di oggi. 
Cosa ci sia da commemorare non l'ho capito. In Alto Adige oggi ci sono bandiere a lutto, a mezz'asta ed è persino comprensibile poiché, nonostante l'ampia autonomia amministrativa che essi godono, non si sentono italiani come gli altri. Ed hanno ragione. Non si sono mai sentiti italiani perché non sono italiani dal momento che sono germanici ed hanno sempre avvertito lo strappo dalle loro radici come qualcosa di innaturale che le armi non possono regolare.
Allora il mio pensiero oggi va ai nostri giovani cafoni, braccianti e contadini di Puglia, di Lucania e Calabria che cento anni fa hanno lasciato, loro malgrado, le loro terre per rispondere ad un ordine incomprensibile, irrazionale, tragico. Chi parla di senso del dovere è in evidente malafede.
Penso ai napoletani, ai siciliani e a tutti gli uomini del mezzogiorno d'Italia che non hanno mai accettato, sin dalle origini, una Unità imposta con la baionetta, che ha portato loro soltanto miseria e sofferenza, lutti e tasse. Penso allo stato sabaudo che ha elargito le terre ai latifondisti collusi con la nascente mafia, che ha dato potere ai nuovi padroni venuti dal nord a dettare legge contro i cafoni inermi, abbruttiti dalla fame e dalle malattie, nelle piane e nelle montagne, che adesso la nazione chiama alle armi. Ma per combattere cosa? un nemico che neppure si riesce ad immaginare, lontanissimo da raggiungere quasi come andare sulla luna e un borghesia dominante in combutta con gli interessi dei Savoia, materiali e nostalgici (la famosa quarta guerra di Indipendenza, che chiude un ciclo, con un conflitto di tipo risorgimentale, insulso e criminale) che vogliono cimiteri di morti per sedersi al tavolo del nulla poiché era stato già tutto deciso prima che il fragore delle armi prendesse il sopravvento.
Cosa resta di questa orribile mattanza? Una strage che ha causato la morte di migliaia di giovani e spezzato per sempre equilibri familiari ; una mattanza che ha procurato dolore e lutti perenni in ogni casa, feriti e mutilati che hanno portato per il resto della loro vita i segni  nefasti di tanta ferocia consumata tra esseri simili. 
Cosa resta dunque, forse appena il ricordo di una medaglia di bronzo appesa ad una pergamena accanto alla foto di un milite che mostra con finto orgoglio la propria incoscienza.
Ho un ricordo personale di tante pergamene che ho visto girare in casa di mia nonna, e in seguito in casa mia, rivolte al "caduto" Luigi Ciavarella, che era mio nonno, colpito nell'area cardiaca da un proiettile (sono in possesso del certificato di morte stilato da un ufficiale medico e conservato negli archivi dell'anagrafe) a poche settimane dalla fine del conflitto. Colpito dal colpo esploso dall'arma di un cecchino tedesco. Fu quest'atto brutale, assassino, a sancire la sua fine, avvenuta persino distante dall'Italia poiché il suo corpo è sepolto in un campo francese, in un triangolo di terra vicino al confine belga, non lontano dalla regione dove mio padre ha abitato per molti anni. Beffardo il destino.
Mio padre avrà cura invece di custodire per anni tutte le tavole di Achille Beltrame dedicate alla grande guerra, allegate in origine al periodico La Domenica del Corriere, realizzando un archivio della memoria, per tutto il tempo che resterà in Alsazia. Aveva soltanto due anni quando suo padre morì al fronte. Probabilmente è stato il cruccio della sua vita. Mio nonno invece solo 28.  
Allora quest'oggi ho un pensiero solo per quei poveri ragazzi falciati dalle mitragliatrici, colpiti dai cecchini, smembrati dalle cannonate, saltati in aria nelle trincee, morti nel fango o tra la neve. Rivedo i loro volti impauriti, i corpi tremanti, l'angoscia nei loro occhi, la paura. Giovani  seppelliti lontani dalle loro case nella tremenda solitudine che precede la fine. Ragazzi soffocati dai gas mortali o stanati dal fuoco dei lanciafiamme nei rifugi improvvisati sui fianchi delle montagne neanche fossero formiche, sono lì che gridano vendetta per le loro vite spezzate. E quelli che son tornati hanno portato i segni di quell'inferno per sempre sottopelle.
E allora oggi rimane il giorno del silenzio assoluto contro il frastuono delle parole che verranno pronunciate in ogni luogo, con la retorica di sempre. 
Tacete, affinché non ci siano più guerre in qualunque parte del mondo. 
Luigi Ciavarella






domenica 17 maggio 2015

ESORCISTI & DEMONI IMMAGINARI (*)

Quando nel marzo di qualche anno fa lanciammo la singolare iniziativa su FB per fare erigere sui resti di un'antica fontanina ormai spenta da tempo, " tra lecci monchi " ( come scrisse Antonio Ciavarella, che ospitò la proposta nelle pagine del suo giornale ) davanti all'edificio della casa degli anziani della villa comunale, una statua dedicata ad un personaggio importante del passato della nostra comunità, tutto mi sarei aspettato eccetto che quel luogo rischiasse di diventare un "altare" per l’ Arcangelo Michele. Un luogo dedicato al culto dell’Arcangelo che, secondo le intenzioni del sindaco, presumo, avrebbe dovuto  proteggere la città dallo spirito maligno che qui in questa conca pare abbia trovato una seconda dimora. Suppongo che non fossero i compagni comunisti di Rifondazione i satanassi additati come gli attentatori al benessere del paese bensì i democratici (di via garibaldi), considerati eterni nemici più che avversari, sempre disprezzati, e sobillatori della pace ritrovata che regnerebbe in città, poiché i comunisti veri erano sodali dell'amministrazione. 
La statua di san Michele Arcangelo avrebbe avuto quindi una funzione taumaturgica contro gli spiriti maligni ( ci sono molti, anche tra quelli che han studiato oltre la terza media, che credono per davvero che il demonio sia un essere orripilante, con zampe caprine e coda di setola urticante ) che, in eterna lotta contro il bene, non siano soltanto una allegoria, un passatempo o una metafora per buontemponi attardati sui catechismi per adulti ma la convinzione esatta di una testimonianza reale ineccepibile.
Per buona pace dei tanti esorcisti che si son guadagnati da vivere raccontando favole terribili alla povera gente, ultimo dei quali, padre Amorth, tenuto in gran considerazione nei ranghi della casta vaticana tanto da essere considerato niente di meno che l’esorcista ufficiale della Chiesa, con licenza di andare ancora in giro per la tv a spiegare ai gonzi quanto sia difficile individuare nel corpo di una persona un potenziale indemoniato e quanta fatica occorra per sconfiggerlo affinché prevalga sempre la vittoria del bene contro il male.
Padre Amorth, esosrcista
Per un soggetto che millanta contatti col demonio in persona, che ha capacità di separare la sua malefica presenza effettiva da quella simulata o indotta da una malattia mentale, quindi sconfiggerlo,costui come minimo dovrebbe godere della gratitudine del mondo intero. Se non altro perché il compito che svolge con tanta perizia e competenza, con conoscenze ed esperienze pluridecennali che lo mettono al riparo da eventuali errori o abbagli, è parimenti associabile al ruolo di un Papa. Ce ne fossero almeno un centinaia di questi potenti soggetti paranormali distribuiti in tutto il mondo e l’umanità avrebbe di colpo cessato di soffrire. Immaginate : niente più carestie, niente più malattie indotte dal male, niente più guerre perché quando le catastrofe avvengono la colpa è sempre del demonio che si insinua nei pensieri dei potenti della terra ; quindi niente più statisti in odor di razzismo, omofobi, corrotti o musica rock pesante ispirata dal male, registrata con nastri al contrario che servono per occultare messaggi sublimali, con ordini perentori affinché il male si propaghi tra i giovani, fanciulli indifesi per definizione, i preferiti di Lucifero in persona.
Tutte queste cose ( e molte altre ) sparirebbero in un baleno sotto i colpi delle pratiche esorcistiche dei tanti avventori che, forniti di  strumenti adeguati ed ettolitri di acqua santa, accorrerebbero a difesa del mondo dalle aggressioni di Satana. Una specie di pronto soccorso a tutte le latitudini. Ovunque essi lotterebbero finalmente ad armi pari contro lo spietato nemico invisibile quindi sciamani dell’Africa nera che avrebbero ragione contro spiriti malvagi che all’ imbrunire scendono nella savana per distruggere tutto il bestiame, bruciare i raccolti e rapire fanciulle causando morte e distruzione. Terribili catastrofe che avverrebbero al solo scopo di giustificare il suo potere di annientamento. Un demone nero, imbattibile e crudele.
Mentre nella civilissima Europa, cattolica e asservita ai bisogni del Vaticano, l’esercito degli esorcisti verrebbe organizzato dalla Chiesa cattolica con la collaborazione delle consociate protestanti. Naturalmente tutte le comunità convenzionate, Opus Dei in primis, congregazioni di spiriti eletti, eserciti del bene comune e banche in odor d’affari, massoneria rampante, libera associazione dei pedofili ecc. assumerebbero tutti un ruolo di primo piano nella scala gerarchica dei difensori del bene contro il male imperante (la bestia trionfante) se non altro perché l'istituzione ha alle spalle una bi millenaria storia da ostentare, una specie di pedigree da esibire ed esaltare, ogni possibile virtù con l’abilità di nascondere al mondo ogni nefandezza commessa ai danni della umanità, compiuta attraverso secoli di infamia e corruzione.
A distanza di tre anni e oltre ( era il mese di marzo del 2011 ), di quella idea originale postata sul web non resta traccia alcuna poiché il rudere è sempre lì, solitario, circondato sempre da lecci silenziosi come d'altronde lo è la villa che lo ospita, amputata del palco centrale (cassa armonica) e con luci cimiteriali che la rendono tetra e malinconica. La statua di san Michele, spettacolare, invece ha trovato sistemazione in piazza Gramsci, in mezzo al traffico, grazie alla iniziativa di una associazione cittadina. Forse avrebbe meritato un luogo più raccolto ma tant'è. 

(*) Questo articoletto non vuole offendere la suscettibilità di nessuno men che mai quelli che effettivamente credono nell’esistenza del diavolo, a cui va il mio apprezzamento per il loro coraggio. Da aggiungere che il sindaco On.Angelo Cera, anche se, all'epoca dei fatti, aveva fatto balenare l'idea di erigere in quel luogo la statua dell'Arcangelo, aveva subito desistito dal proposito, giustamente, poiché essendo il sindaco di tutti lo è anche di quelli che non credono. 
Quindi questo articoletto va letto come una riflessione ad alta voce, poco seria,e se potete non fustigatemi,le cose importanti sono altre. 


Asmodeus Rex

giovedì 14 maggio 2015

LA MUCCA LULUBELLE III DEI PINK FLOYD

Come è noto nel 1970  i Pink Floyd pubblicano “Atom Earth Mother”, per intenderci il famoso disco con la mucca in copertina, opera dello studio Hipgnosis di Londra. Il lavoro esce in una fase di incertezza artistica nella vita del gruppo, diviso tra tarda psichedelia, ormai agonizzante, e le nuove tendenze sperimentali che si vanno prospettando all’orizzonte, in una Londra che si sta mobilitando per accogliere i nuovi fermenti dominanti : l’hard rock dei Deep Purple, Led Zeppelin et co e i primi vagiti Progressivi dei King Crimson, entrambi determinati a conquistare il mondo.     
I Pink Floyd scelgono una via di mezzo, dopo una discussione al loro interno, decidono di ripercorrere la strada che li aveva visti finora vincenti cioè un lavoro aperto ai contributi di tutti, da sviluppare successivamente in fase di registrazione, ambiente ritenuto ideale per concretizzare le loro percezioni creative, come d’altra parte era avvenuto nel precedente Umagumma.
Agli inizi del decennio esce Atom Earth Mother, ispirato vagamente alla morte atomica della terra e alla sua rinascita raffigurata dalla rassicurante immagine bucolica di copertina, senza peraltro alcuna dicitura che lo identifichi (questa pratica si ripeterà l’anno venturo con il quarto album dei Led Zeppelin, anch’esso apparentemente anonimo), per la disperazione dei discografici. Il lavoro si divide in due parti distinte : un primo lato ( il vinile dell’epoca ) tutto imperniato su una suite sinfonica ( appunto Atom Earth Mother ) un po’ pretestuosa ma avvincente per gli indirizzi che il gruppo si prefigge ( con interventi orchestrali diretti da Ron Geesin e il coro e l’Orchestra Philip Jones Brass Ensemble a fare da contorno ) e una seconda parte invece dominata da brani di taglio pop classico, dal suono vario, prevalentemente acustico-melodico con toni sorprendentemente delicati in sintonia con l'immagine di copertina ( If, Summer ’68, Fat Old Sun,ecc..).
Contrariamente al giudizio negativo che le darà David Gilmour ( che lo definirà una porcheria ) il disco ottiene un successo clamoroso in tutto il mondo e, ancora oggi, resta uno dei capisaldi fondamentali nell’immaginario rock, grazie ad un suono seducente ed evolutivo e una icona di copertina inconfondibile.
Con questo album i Pink Floyd si distaccano definitivamente dal loro passato psichedelico ripudiando per sempre lo spettro di Syd Barrett ….
Luigi Ciavarella


martedì 12 maggio 2015

PERDUTO AMOR ... OMAGGIO AL CANTAUTORE ADAMO.

Rendiamo un sincero omaggio al cantautore Adamo, come dire ad uno dei cantautori più genuini degli anni '60 e '70, per testimoniare l'affetto che ancora oggi, a distanza di molti anni dai luminosi successi che il cantautore italo-belga ottenne in tutto il mondo ( ha venduto 95 milioni di dischi ), ci lega indissolubilmente alle sue canzoni, ingenue, romantiche, malinconiche e piene di ardore, che hanno attraversato un periodo felice della nostra adolescenza e dei tanti ricordi che ci restano nel cuore ancora oggi. Difficile non ricordare brani come La notte, Perduto amor, (ripreso da Franco Battiato nei celebri Fleurs)  Insieme (il cui retro: Inch'Allah, fu il primo tentativo di raccontare, con una sensibilità e un coraggio fuori dal comune per i tempi una realtà geografica ancora oggi molto difficile come il medio oriente), Dolce Paola (dedicata quasi di slancio alla futura regina di Belgio, che apprezzerà molto), e ancora tanti altri brani di alta classifica che hanno tracciato la storia della musica pop italiana ed europea come per esempio Il nostro romanzoAffida una lacrima al vento, Felicità sino a E' la mia vita (1975), ultimo sussulto verso un crepuscolo che, come egli stesso racconta in una intervista, non c'è mai stato poiché la sua attività concertistica nonostante i settantuno anni portati alla grande, continua tuttora con grande successo in tutto il mondo.
Adamo ha pubblicato in queste settimane un romanzo in parte autobiografico ("La notte ... l'attesa", Fazi editore) in cui si narrano le vicende esistenziali di Julien, nell'insolito ruolo di un aiuto becchino, anch'egli come lui emigrato dalla Sicilia in Belgio, ma che l'Autore prova a disorientare il lettore dalle sue vicende personali nonostante i tanti luoghi comuni, tipici del corredo dell'emigrante italiano, affiorino qui e là come per esempio il traghetto che si stacca dall'isola, i primi disagi ambientali, la ricerca del lavoro, le frustrazioni, ecc. tutti elementi che concorrono alla narrazione in modo sorprendentemente letterario, rivelandoci uno scrittore brillante e molto addentro nei meandri della letteratura classica.
Di seguito i contributi personali degli amici Mario Ciro Ciavarella e Luigi Perta, che ringrazio.

Luigi Ciavarella


ADAMO SALVATORE… LA STORIA DI UN CANTANTE QUASI ITALIANO
di Mario Ciro Ciavarella

Spesso si trova altrove quello che vorremmo trovare dove viviamo. È il caso di tanti emigranti italiani che nel dopo guerra decisero di vivere in luoghi dove le opportunità di lavoro erano di più.
Come il padre del cantante Adamo Salvatore (Salvatore è il nome) che emigrò in Belgio, con il resto della famiglia.
Quando ascoltavo in radio da piccolo quella voce quasi femminile di Adamo, il tutto era spesso quasi coreografato a casa mia da parenti femmine che si asciugavano i capelli… con i bigodini incarnati nelle ciocche di capelli. Se non sbaglio una ciocca di capelli dovrebbe essere il titolo o qualcosa del genere di una canzone di Adamo.

Le canzoni di Adamo davano un senso di: pomeriggio-assolato-dove-si possono-asciugare-i-capelli-sotto-il-sole-e-le-ragazze-con-il-giradischi-o- con-la-radio-accesa-ascoltavano-quelle-canzoni.
Erano in pratica canzoni… da parrucchiere. Canzoni dove il phon acceso non riusciva a coprire la voce quasi stridula ma non antipatica del cantante italo-belga.
Canzoni da fotoromanzo… bei tempi. Io non li leggevo poichè ero piccolo e non ero una ragazza. Ma vivendo in ambienti femminili come detto sopra, ero quasi obbligato a sapere quasi tutto sui fotoromanzi dell’epoca. Parliamo degli ’70, c’erano… casse di pomodori pieni di “Lanciostory”, “Katiuscia” e tutto ciò che serviva a far sognare le ragazzine dell’epoca. 
Nuvolette e parole all’interno davano la sensazione di ascoltare canzoni di Adamo… che affidava una lacrima al vento, oppure chiedeva il permesso di ballare con una ragazza al padre o alla madre della stessa.
Fotoromanzi, phon, sole e canzoni di Adamo si amalgamavano bene. In quei pomeriggi assolati di tanti, anche troppi anni fa. Inizialmente pensavo che la voce di Adamo fosse di una donna che si faceva chiamare… Adamo. Ma poi mi spiegarono che non poteva essere così… poiché era peccato.
Peccato? Va be’… e intanto Adamo si esibiva in tv. Ed è lì che lo vidi e capii che era un cantante uomo, italiano (cantava in italiano) melodico e soprattutto piaceva alle donne perché non era alto??!!
Scusate, cosa c’entra l’altezza con la bravura di un cantante? Io, piccolo, chiedevo, ma le risposte delle ragazze erano, come dire: “Tu sei uomo… non puoi capire i gusti delle donne”. Misteri tra uomini e donne.
Intanto Adamo, bello e bravo poiché… basso, continuava a vendere dischi e ne ha venduti fino ad oggi qualcosa come 95 milioni.
Ora mi chiedo io: perché questa storia di un “quasi italiano” non ha attecchito anche in Inghilterra e in America?? Lo conoscono dappertutto, anche in Russia e Giappone. Forse perché nei Paesi anglosassoni non bisogna essere bassi e bravi … ma bisogna nascere proprio lì e cantare in quella lingua?
Altrimenti devi emigrare, chiedere quella cittadinanza, essere uno di loro e quindi da quel momento ti potranno dire: “Adamo sei un crooner, non dimenticarlo. Non sia mai ti fai chiamare cantante melodico… ti togliamo il passaporto e ti rimandiamo in Belgio a lavorare in miniera”.
Mario Ciro Ciavarella


UN RICORDO PERSONALE DI ADAMO
di Luigi Perta


Da qualche parte una musicassetta di incisioni anni 60/70 dovrei averla conservata ove sono presenti un paio di brani di Adamo. L’acquistai per ascoltarla sul mio mega impianto audio che feci installare sulla mitica Alfa 75 per condire con le belle canzoni le giornate di festa in famiglia soprattutto nei momenti di ritrovo in campagna. Tutto qui? No! Perché di Adamo c’è la canzone che lo caratterizza più di ogni altra, quella dal titolo più banale e scontato, ma dal testo intenso e significativo, la ricerca della sua Beatrice che come Dante gli avviluppa i pensieri dedicandogli la parte senza luce del giorno, la notte.
Artisti di grande fama come Arisa  e i Modà oggi, hanno inciso canzoni dallo stesso titolo di Adamo, “La notte”. Cercare però delle affinità che le faccia avvicinare  anche solo in una nota o in una parola è impossibile, quasi agli antipodi l’una dall’altra. Questa diversità  è il metro per misurare la forza della canzone di Adamo rispetto alle altre.
Da ragazzino attraversando i vicoli di San Marco soprattutto nel periodo estivo -quando la società non era invasa dall’inquinamento acustico dei motori-  le canzoni ti accompagnavano nel cammino, perché qua e là sentivi risuonare i gira dischi sulle note dei cantanti dell’epoca e le canzoni di Adamo erano tra queste, come in una forma di “YouTube” dinamico, potevi scegliere quale strada attraversare per ascoltare una canzone anziché l’altra!
La voce “cartaginese” di Adamo ben si presta alla “chanson francese” più che a quella italiana, difatti il successo internazionale l’ha cercato in Francia ma senza mettere in secondo piano la sua lingua madre. Se vi capita di andare sulla sua pagina internet vedrete che negli ultimi sei mesi ha una scala di concerti tra la Francia e il Belgio.
Pur essendo trascorsi molti anni dai suoi successi principali, restano sempre pietra miliare nel panorama musicale e quanto affermato per Arisa e i Modà sono la riprova che il talento di Adamo ispira e fa crescere evolvendola, la canzone.
Adamo è un personaggio poliedrico, canta, scrive canzoni e romanzi, arrangia col suo stile canzoni di altri autori francesi e macina successi pur non essendo più un giovanotto, pur non trovando più la testa delle classifiche. Sicuramente in tutto questo influisce -l’operazione nostalgia- dei fan di un tempo cresciuti con l’arrota e quel suo singolare e inimitabile ritmo andante.
Luigi Perta