mercoledì 22 giugno 2011

150 ANNI DELL'UNITA' D'ITALIA : UN VIAGGIO A FENESTRELLE

di Luigi Ciavarella

«Uno dei più straordinari edifizi che possa aver mai immaginato un pittore di paesaggi fantastici: una sorta di gradinata titanica, come una cascata enorme di muraglie a scaglioni, un ammasso gigantesco e triste di costruzioni, che offriva non so che aspetto misto di sacro e di barbarico, come una necropoli guerresca o una rocca mostruosa, innalzata per arrestare un'invasione di popoli, o per contener col terrore milioni di ribelli. Una cosa strana, grande, bella davvero. Era la fortezza di Fenestrelle».
( Edmondo De Amicis, 1904 )
In questo luogo vennero eliminati ( perché di un campo di eliminazione si trattò ) un numero imprecisato di prigionieri meridionali, resti dell’esercito borbonico che non volle allinearsi alle nuove direttive unitarie. Vi morirono soldati, ufficiali ( anche papalini ) preti briganti e prigionieri politici. La loro morte fu senza onore, avvenuta lontana dalle loro terre del sud, senza gloria, in modo crudele. Morirono di stenti, fame e freddo e i loro corpi vennero sciolti nella calce viva in una grande vasca che si trovava dietro la chiesa, affinché di loro non restasse traccia alcuna.
1.
Nel mio viaggio, vissuto sul filo dell’emozione e dell’omaggio agli eroi di Fenestrelle, (Torino) non mi è stato possibile documentare l’enorme vasca posta alle spalle della chiesa, perché accedervi occorreva un permesso che io non avevo. Tuttavia ho potuto visitare alcuni ambienti, oggi affidati alla cura di associazioni ambientaliste e di ricerca storica nelle cui stanze  tengono i loro periodici convegni di studio. Tra questi anche una sezione dell’associazione  alpini ricordato da una bella pergamena in bronzo affissa in bella vista sul fianco della porta d’ingresso.
Mi sono fermato a guardare in alto per ammirare la compattezza degli edifici, la geometria dei bastioni, la loro spettrale esuberanza in rapporto all’ambiente circostante, immerso nel verde, evidenziando subito un contrasto con la mostruosità del luogo la cui costruzione, inaugurata nel 1727, è servita alla difesa del territorio e solo in seguito diventata tristemente nota per aver rinchiuso e torturato prigionieri provenienti dai resti degli eserciti borbonico e papalino, all'indomani dell'unità d'Italia, diventando così simbolo della repressione savoiarda per quelli che si erano arresi a Civitella del Tronto o per gli estremi difensori di Gaeta, a cui i Savoia avevano garantito salva la vita, perché si erano comportati da eroi, salvo poi mandarli a morire in questo luogo tra atroci tormenti. Tra questi disgraziati anche briganti o parenti di briganti, persino giovani sospettati di aver avuto qualche rapporto con loro, ragazzi che si erano dati alla macchia per non fare il soldato o persone che semplicemente avevano taciuto di fronte agli ordini dei piemontesi per il semplice motivo che non capivano la loro lingua. Tutti questi vennero spediti qui a Fenestrelle, quando non venivano uccisi sul posto, ed in altri luoghi di deportazione, disobbedienti e testardi da rappresentare un pericolo per la nuova Italia fresca conquista da parte di Garibaldi e consegnata alle cure dei Savoia affinché questi ultimi potessero depredarla, massacrarla, umiliarla; la nuova terra conquistata, ricevuta in dote da un complotto di intrighi internazionali, smontarla pezzo per pezzo. Si trattò di un furto palese compiuto da volgari ladri nella notte, che si lasciarono per questo alle spalle una terra fumante, le immagini criminali di un genocidio: interi paesi rasi al suolo, stupri, massacri immondi di donne vecchi bambini tutti finiti a coprire di gloria i vari Pinelli, Della Rocca, La Marmora, criminali autoproclamatisi eroi dell’unità d’Italia ( e per questo decorati dai Savoia ) e il modenese Enrico Cialdini, il più criminale di tutti, il quale raccomandava di “.. Non usare misericordia ad alcuno, uccidere tutti quanti se ne avessero tra le mani.. “ e con la complicità di tutta quella schiera di servi che obbedì, ( tra cui il nostro Marco Centola, figura indecente di voltagabbana votato alla nuova causa al primo apparire delle famigerate camicie rosse ), i cosiddetti galantuomini, latifondisti che, in nome di un malinteso senso di liberalismo, si accodarono alle nuove istante della nazione, fingendo  di non guardare tutte le ingiustizie e i delitti perpetrati dai nuovi “salvatori”,  il cui concetto di unità non era neppure contemplato nelle carte strategiche né di Garibaldi né tantomeno dei Savoia.
La conquista del sud quindi fu pianificata a tavolino, resa urgente dalle circostanze storiche che vedevano da una parte uno stato solido ( il regno delle due Sicilie, terza potenza europea dopo Inghilterra e Francia ) mentre dall’altro una potenza regionale di montanari con velleità espansionistiche, in bancarotta, costretta a depredare per sopravvivere. Nasce da qui l’idea di conquista. Non fu vera gloria. I mille delinquenti che Garibaldi impiegò per la conquista del sud godevano della copertura della flotta inglese e del tradimento delle alte gerarchie dell’esercito borbonico che anziché ostacolare lo sbarco ne favorirono l’impresa non senza gli intrallazzi della massoneria di cui Garibaldi era sostenitore.
Chissà perché quando guardo gli alti bastioni, l’ingresso pittoresco e le mura ciclopiche di Fenestrelle mi vengono in mente i paesi che vennero distrutti dai Savoia, Pontelandolfo e Casalduni, nel Sannio, ed altri che non verranno più ricostruiti. Percepisco da questo posto silenzioso le loro grida, il crepitio delle fiamme, il latrato delle bestie , il pianto dei bambini e delle loro madri, le urla bestiali dei soldati che squarciano con le loro baionette i corpi di fanciulli, vecchi e donne e infine gli ordini degli ufficiali : ammazzateli tutti! Gli uomini validi no perché quelli stavano alla macchia a difendere, se cosi possiamo dire, le loro terre dall’assalto dei barbari. Il colonnello Negri e il maggiore Melegari, criminali di guerra, i responsabili di questi massacri avvenuti a Pontelandolfo e Casalduni, ( paesi simboli dell’orrore al cui cospetto Marzabotto o Sant’Anna di Stazzena sembrano fatterelli di poco conto ) terminarono la loro carriera militare insigniti dell’Ordine della gran croce della corona d’Italia per aver dato l’ordine di uccidere, stuprare e saccheggiare case e chiese senza risparmiare niente e nessuno.
E cosa sono i briganti se non partigiani di una causa giusta non dissimile dai partigiani che combatterono contro il nazi-fascismo ? E' possibile una equazione briganti- partigiani = piemontesi- nazi fascisti ? Certamente entrambi erano motivati dagli stessi ideali di libertà e di giustizia sociale, combattevano gli stessi aguzzini e morivano con lo stesso onore che caratterizza coloro che sanno di compiere il proprio dovere. Molti di questi troveranno la morte tra queste mura invincibili, lontani dalle loro case, dai loro boschi e dal loro sole.
Fu un bilancio tragico: la repressione del brigantaggio comportò la morte di oltre un milione di persone, vi furono oltre 50 paesi distrutti e avvennero stupri e fucilazioni di massa ( tra cui la fucilazione di molti uomini di chiesa ) una tale mole di distruzione e una tale impressionante quantità di orrore che superò di gran lunga tutte le guerre risorgimentali messe insieme per numero di morti e distruzioni di luoghi.
Sono andato via dalla fortezza mentre alle nostre spalle il cielo si stava oscurando.  Dopo le prime curve sul fianco destro, di ritorno verso Pinerolo, rumoroso fa la sua comparsa tra dossi di pietra e alti cespugli il fiume Ghisone che sembra voler accompagnare il nostro cammino verso casa. Quel fiume è stato testimone silenzioso della più grande carneficina consumata in queste terre di confine da novelli italiani contro altri novelli italiani, in un momento in cui l’unità del paese avrebbe potuto (o dovuto) essere motivo di riconciliazione, da nord a sud, dare un taglio forte al passato come fecero gli americani il giorno dopo la fine della guerra di secessione. Ma questo da noi non è accaduto.
Nel mezzogiorno d’Italia i segni di quella sciagurata conquista sono ancora presenti. Emigrazione di massa a parte, per chi vuol capire e sentire lo può verificare tutti i giorni, tra le tante leggi rapina che vengono emanate,  spesso con la complicità dei nostri politici e imprenditori meridionali, a danno delle nostre regioni per frenare lo sviluppo possibile. E ci riescono nel silenzio assordante di tutti.
Naturalmente la fortezza oggi non ha più alcun rapporto col proprio ingombrante passato, cruento e barbaro, anzi oltre alle ovvie reminescenze storiche, gode degli effetti di un turismo ambientale e paesaggistico notevoli. 
Guardarla dal basso fa un certo effetto. E’ poderosa. Costruita per proteggere i fianchi montuosi del regno di Savoia dai francesi, ( in effetti la muraglia robusta corre lungo un pendio di 600 metri portando il dislivello da 1200 a 1800 metri in un territorio per gran parte dell’anno coperto di neve e battuto da forti venti alpini ) sostanzialmente non venne mai utilizzata a difesa del territorio rimanendo cosi una sorta di “ deserto dei tartari “, alla base di una montagna che domina la valle del Ghisone.      

San Marco in Lamis, 22 / giugno / 2011  
                                                                                                   
LUIGI CIAVARELLA
                                               

lunedì 13 giugno 2011

SE FOSSIMO TUTTI ATEI

                                                        

di Piergiorgio Odifreddi

José Saramago amava ripetere che il mondo sarebbe molto più pacifico, se fossimo tutti atei. Il che significa due cose: che la violenza non è tutta generata dalla religione, mamolta sí. Se mai ce ne fosse bisogno, gli eventi di questi ultimi giorni si affrettano a confermare l’accuratezza del motto del premio Nobel da poco scomparso.

Ieri diciotto persone hanno perso la vita in Kashmir, a causa delle teste calde islamiche che manifestavano contro i cristiani. La cosa non stupisce, soprattutto in India. Basta ricordare le tragiche violenze tra induisti e musulmani, che hanno segnato nel 1947 la nascita del paese, lacerato dalla separazione del Pakistan e di quello che poi divenne il Bangladesh. O il tragicomico carnaio di Ayodhya nel 1992, quando duemila persone persero la vita nella tempestiva distruzione di una moschea, costruita nel 1527, che secondo gli induisti occupava il luogo di nascita dell’inesistente divinità Rama.

East is East, direbbe Kipling. Che aggiungeva anche, per fortuna, and West is West. Infatti, gli incidenti del Kashmir sono stati provocati da una testa calda cristiana: un reverendo, di cui non vale nemmeno la pena di ricordare il nome, che negli Stati Uniti minacciava di bruciare il Corano l’11 settembre. Un atto veramente iddiota, visto che non si vede cosa un falò privato di fogli stampati potrebbe o dovrebbe significare, in un mondo sensato.

Ma il mondo sensato non lo è, come il nostro blog sta cercando di ricordare. E dunque tutti si sono precipitati a scongiurare il reverendo di non farlo, da Obama al Papa. La CEI è arrivata a paragonare il falò ai roghi dei libri nazisti: dimenticando, ovviamente, che nel caso di Hitler il problema non stava nel bruciare fisicamente la carta, ma nel proibire idealmente di leggere le parole che ci stavano scritte. Cosa che, ovviamente, non era nei poteri del reverendo.

Soprattutto, però, la CEI ha dimenticato di ricordare che, ben prima dei nazisti, i falò di libri li aveva fatti il Vaticano stesso. E che l’Indice dei Libri Proibiti è un’invenzione non di un dittatore del Novecento, ma dei Papi del Cinquecento. La prima lista di proscrizione fu infatti stilata nel 1559, quasi quattro secoli prima di Hitler e del nazismo, e l’ultima fu ritirata nel 1966, quando ormai essi erano scomparsi da vent’anni. 

 D’altronde, l’uso di due pesi e due misure è tipico del Vaticano. Pochi giorni fa, durante la visita di Gheddafi, la Chiesa si è seccata che gli fosse stato permesso di predicare impunemente l’Islam in un paese cattolico, per di più sede del Soglio Pontificio. Ma se è improprio predicare una fede aliena in casa d’altri, che cosa ci facevano allora i cattolici nel Kashmir? E, più in generale, che cosa ci fanno i missionari cristiani nel mondo intero, da sempre? Cioè, da quando è venuto un uomo che ha ordinato ai suoi seguaci di farlo?

 I missionari predicano e cercano di convertire, ovviamente, e la Chiesa ritiene che ci debba essere libertà di religione. Benissimo, ci mancherebbe! Ma la libertà ci dev’essere solo quando a predicare sono i cristiani agli infedeli, e non viceversa? La religione dev’essere libera solo a casa d’altri, e non in Vaticano? Sembra proprio cosí, visto che il Vaticano ha solo un osservatore alle Nazioni Unite: non ne è un membro effettivo, proprio perchè ha rifiutato di firmare, per questo motivo, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

Un simile comportamento è tipico delle religioni, e specialmente dei monoteismi. Chi ritiene di possedere la verità assoluta, non combatte solo il relativismo: si arroga anche il diritto di andare a dire agli altri ciò che non vorrebbe che gli altri venissero a dire a lui. In fondo, il problema della violenza religiosa sta tutto qui. E anche il problema del terrorismo islamico, visto che Osama e Al Qaeda combattono semplicemente l’invasione occidentale dei luoghi santi islamici. E’ per tutti questi motivi, e tanti altri ancora, che Saramago aveva ragione a dire che il mondo sarebbe molto più pacifico, se fossimo tutti atei.



                                               PIER GIORGIO ODIFREDDI

domenica 5 giugno 2011

QUANDO LA MUSICA POPOLAR-TRADIZIONALE INCONTRA IL ROCK. IL CONCERTO DEI RAGAZZI DELL'ISTITUTO GIANNONE DI SAN MARCO IN LAMIS ( FOGGIA )

domenica 22 maggio 2011

SE VINCE LA DEMAGOGIA DEL PADRONE
Una valutazione dei recenti risultati delle elezioni politiche - amministrativi a San Marco in Lamis (Foggia )

di LUIGI CIAVARELLA

Una valutazione dei risultati delle recenti elezioni amministrative a San Marco in Lamis hanno evidenziato, al primo turno, la seguente situazione.
L’onorevole Angelo cera, forte di un nutrito gruppo di liste UDC-Socialisti dauni-liste civiche che sulla carta doveva ripetere l’exploit del primo turno come era accaduto già in passato con Tenace, non è riuscito a superare il 40 % dei consensi ; il sindaco uscente Michelangelo Lombardi,  a capo di una lista di sinistra, non riesce neppure ad aggiudicarsi il passaggio al ballottaggio essendo arrivato al terzo posto, a favore di Ciro Nardella del PDL, scontando il mancato accordo con la lista IDV.
Ne approfitta come detto il farmacista Ciro Nardella, che guidava una coalizione di centro destra formata dal PDL e da alcune liste civiche a lui collegate, di cui lui stesso ne era portavoce.
Quindi al quarto posto l’outsider Tiziano Paragone che a fronte di un indubbio successo personale, sottrae di fatto alla sinistra i voti necessari e la possibilità di accedere al ballottaggio.
Occorre aggiungere che il PD rimane il primo partito del paese, mentre Lombardi prende 250 voti in meno rispetto alla lista di coalizione, che vanno verosimilmente a Tiziano Paragone che prende anche voti dagli altri sindaci. 
Può essere questo interpretato come un segnale di non gradimento nei confronti del sindaco uscente ?
Tuttavia esiste una questione politica aperta a sinistra, se è vero che l’IDV può dichiararsi forza di centro-sinistra.

Questa delicata questione dei rapporti a sinistra sarà oggetto della mia analisi.

Non c’è dubbio che la causa primaria di questo mancato accordo sia da addebitare a personalismi tipicamente locali, sull’attribuzione di comportamenti che partono da molto lontano e che trovano sfogo di volta in volta nei vari appuntamenti che seguono le vicende politiche amministrative del paese, in primis una certa diffidenza sempre in agguato la cui origine è stata evidenziata sin dai banchi del governo cittadino, di cui agli inizi l’IDV ne aveva pure fatto parte.

Questa guerra tra file di forze dello stesso schieramento politico ha portato alla resa di Lombardi, che cede il potere, ma la domanda è:  si poteva evitare ?
I cosiddetti vertici provinciali, regionali e nazionali di entrambi i partiti avrebbero potuto cucire strappi consumati sul terreno del personalismo ?
Io credo di si. E la seconda domanda da farsi è questa: perché non lo hanno fatto, dal momento che era del tutto scontato che una coalizione di centro sinistra cosi ricomposta avrebbe potuto agguantare il ballottaggio sin nella prima posizione ridimensionando le ambizioni di Cera ? Ovvero perché non sono intervenuti pur sapendo che un risultato negativo possibile era da mettere in conto, cosi come d’altronde è accaduto, a causa di questa divisione all'interno della loro coalizione ?  Infine, alla luce di quanto accaduto, è possibile stabilire con certezza che questo risultato pone la parola fine alla guerra che io considero intestina all'interno del centro sinistra ? 

Si dirà che la storia non sempre di nutre di ragioni, spesso prevalgono fattori che nulla possono contro il corso regolare delle cose, però un’ultima legittima domanda è necessaria per fugare ogni altra causa che sta alla base di questa analisi: ma non si potevano togliere i tizzoni fumanti dal braciere e consentire allo stesso modo un rilancio della coalizione con volti nuovi e candidato sindaco all’altezza dei tempi ? Al limite proporre le primarie che tanto bene hanno fatto finora ( vedi Bari in passato e Milano oggi ) dando legittimità e sostegno alla figura del candidato?
Chiudo affermando che il veleno del personalismo è stato presente in entrambi gli schieramenti, PD e IDV, facendo pendere la bilancia della responsabilità, a mio modesto parere, di più sul PD.

Durante la campagna elettorale abbiamo assistito ad un livello medio basso della discussione, sia che si sia trattato di comizi che di confronti. Gli ospiti intervenuti a sostegno dei vari candidati forse fatta eccezione per l’on. Di Pietro, gli altri si sono rivelati mediocri nelle loro scontate giaculatorie a tratti persino surreali.
E vero che, almeno dal mio punto di osservazione, c’è stato sufficiente rispetto tra i vari candidati alla carica di sindaco ( salvo forse nelle ultimissime fasi conclusive della campagna elettorale )  un fair play che un pò tutti abbiamo loro riconosciuto.

Angelo Cera, del gruppo UDC, ha fatto molta demagogia e ha messo in campo liste civiche di sostegno formate da gente anonima il cui fine era quello di portare acqua al suo nome. Non sono riuscito mai a capire il suo programma, ammesso che ne avesse uno, avendo egli affidato al suo ingombrante peso politico, nel doppio ruolo di parlamentare e responsabile politico provinciale del suo partito, tutto il suo prestigio personale. Secondo i suoi piani avrebbe dovuto vincere le elezioni al primo turno per plasmare a suo piacimento la sua idea di città futura secondo i suoi progetti custoditi nella sua mente. ; cosi non è stato e adesso dovrà confrontarsi con altri ipotetici sostenitori se vorrà raggiungere il suo scopo.

Anche nelle liste di Ciro Nardella vi sono personalismi che covano rancore nei confronti dell’onorevole, ma essendo le due forze contrapposte politicamente il livello di scontro conserva una sua legittimità. Questo però non ha impedito al candidato sindaco di poter disporre di tutto il tempo necessario per spiegare nei particolari i termini del suo programma, cosa che non ha fatto rimandando la spiegazione ai prossimi appuntamenti. E’ stato un personaggio naif, si è espresso in modo semplice e questo è stata la sua forza unito ad un certo pragmatismo che tutti a vari livelli gli riconoscono.

Abbiamo già accennato all’outsider Tiziano Paragone, candidato sindaco dell’IDV nello spazio dedicato alla disputa interna al centro sinistra.
Aggiungo che il candidato sindaco rispetto agli altri era la persona che meglio si è esposta per indicare sin nei dettagli i rimedi alla crisi del paese, dichiarando in più occasioni le ragioni della sua discesa in campo volta essenzialmente a favorire un diverso approccio alla risoluzione dei problemi.
Laddove Lombardi di dilungava a difendere la sua passata gestione, Tiziano guardava lontano con progetti nuovi e rivoluzionari, che richiamavano altre esperienze positive di altre realtà, a mio avviso fondamentali per coraggio e spirito d’iniziativa che purtroppo a sinistra hanno lasciato cadere.

Chi sarà il nuovo sindaco di San Marco in Lamis ?
Per mr pharmacist la strada può apparire ripida ma non impossibile a centrare l’obiettivo; avendo incassato nel frattempo gli elogi della coalizione di sinistra, credo a questo punto possibile un ribaltamento della situazione a suo favore.


22 / maggio / 2011                   
                                                     LUIGI CIAVARELLA.

domenica 6 febbraio 2011

ALLE ORIGINI DEL POP SAMMARCHESE : MICHELE FULGARO

Michele Fulgaro è nato a San Marco in Lamis nel 1940. Musicista autodidatta, quando a 11 anni riceve in regalo la sua prima chitarra impara presto a suonarla attraverso metodi carpiti sui pochi giornali d’epoca, rudimentali accordi che apprende con passione e determinazione e che gli serviranno per affrontare i primi timidi passi verso la formazione di piccoli improvvisati gruppi musicali in paese.
Il debutto sulla scena avviene piuttosto repentinamente durante le feste di carnevale del 1957, insieme a Matteo Napolitano e Raffaele Pennisi dove improvvisano alcuni schetch nella villa comunale. Lo stesso faranno l'anno dopo, senza Pennisi, sempre nell’ambito di spettacoli improvvisati ( Gli speranzoni ). Nel frattempo Michele aveva fatto parte per breve tempo del gruppo musicale Walter Pitet ( 1954 ) , primi timidi segni di gruppo organizzato in paese. Michele vi suona la chitarra mentre gli altri componenti storici sono stati: Antonio Verde, la vera anima del gruppo, Giuseppe Petrucci, Matteo Napolitano e Matteo Vigilante.
Dopo aver svolto il servizio militare, nel 1963 fonda il primo vero storico gruppo musicale pop in paese : I Modernissimi o Mods, formato dallo stesso giro di musicisti proveniente dai Walter Pitet con l’aggiunta di Angelo Iannantuono alla fisarmonica e l’esclusione di Antonio Verde. Il gruppo suona durante le cerimonie nuziali e le feste di paese brani di attualità musicale riscuotendo curiosità e  successo. Michele Fulgaro vi suona la chitarra, la tromba e canta con voce cristallina melodiosa brani famosi del periodo. ( Claudio Villa, Luciano Tajoli, ecc…).
Nel 1968 i Mods si sciolgono per dare spazio ai The Protheus. Il gruppo o complesso accoglie tra le proprie file il cantante Beppe Monte, il quale darà un impulso decisivo all’evoluzione del  gruppo. Il nuovo gruppo acquista in modernità e slancio nuovi standard, hits prelevati dai jube box, successi del momento che piacciono sopratutto ai giovani, che sono i nuovi fruitori e protagonisti delle serate che si svolgono all’aperto o nei dancing di San Marco. Ma il gruppo dura sino al 1973, dopodiche decide di sciogliersi per motivi legati agli impegni di lavoro di ciascuno. Michele Fulgaro cessa ogni attività musicale sino al 1980 quando  forma a sorpresa, insieme a Serafino A. Panzone, Bonifacio Tancredi, Mario Masullo e Angelo Iannantuono, il gruppo pop  I Revival, un combo che esegue solo brani evergreen che tanto piacciono ai nostalgici del pop dei sessanta, aperto ai contributi di altri protagonisti di quegli anni. Infatti foto d’epoca dimostrano la presenza nelle file del complesso anche di Tonino Rispoli e del maestro Tackis.
Dopo la scomparsa di Rispoli, Panzone, Beppe Monte e Tackis, Michele Fulgaro oggi rimane l’ultimo custode di quella schiera di musicisti pop che ha creato dal nulla una storia musicale in paese, leggera, passionale e nostalgica ma sempre attuale nel corso degli anni per vecchi e nuovi fruitori riscuotendo ancora interesse e affetto in città. I Revival sono tutt’ora attivi, con una formazione ridotta rispetto al passato, che comprende oltre a Michele alla chitarra, Giuseppe Bonfitto al basso, Angelo Iannantuono alla fisarmonica, Nicola Tenace alla batteria e Michelino Aucello alla voce solista.
Michele Fulgaro ha pubblicato nel 1992 un cd amatoriale che raggruppa un pugno di brani dal sapore nostalgico ma conserva anche tracce di brani originali con testi tratti da poesie di Borazio e Martino, due poeti di San Marco in Lamis, oltre ad un brano, Natale, di struggente passione, scritta da lui stesso. 


LUIGI CIAVARELLA