giovedì 13 ottobre 2016

A BOB DYLAN IL NOBEL PER LA LETTERATURA 2016.


E’stato assegnato al cantautore americano Bob Dylan il prestigioso riconoscimento internazionale. Con questo premio viene finalmente riconosciuto il valore del testo nel campo della musica (Rock) d’Autore.

Premiato “per aver creato una nuova espressione poetica  nell’ambito della grande tradizione della canzone americana” finalmente Robert Allen Zimmerman alias Bob Dylan, storica icona della musica rock contemporanea ottiene il giusto riconoscimento a distanza di vent’anni dalla sua prima candidatura al Nobel.
E’un evento straordinario e significativo quanto annunciato dal Comitato dell’Accademia Svedese poiché legittima, con questo premio, il valore testuale della canzone alla pari di un testo poetico, dandogli un significato di testimonianza nella storia della letteratura contemporanea. Era una richiesta non più rinviabile, proveniente da ogni parte del mondo, quella di dare dignità alla parola non soltanto scritta ma anche cantata. E’ un segno del nostro tempo che si realizza e Bob Dylan è indubbio il simbolo più importante per poterlo rappresentare.
Nato nel 1941 a Duluh nel Minnesota, il cantautore americano spinge subito la sua arte nell’ambito della canzone di protesta sulle orme di altri grandi personaggi che prima di lui hanno saputo indicare la strada (Pete Seeger, Woody Guthrie,ecc..) in un condizione sociale in fase di trasformazione. Siamo nei primi anni sessanta e l’America sta combattendo il suo Vietnam suscitando molte proteste in ogni luogo. Anche il nuovo folk cantautorale prende coscienza e si appresta a dare battaglia per i diritti civili, contro la guerra e a favore della pace e tra questi Bob Dylan acquista subito una notorietà che non verrà mai più offuscata per tutta la durata della sua vita artistica.
Nel 1965 per avere più spazio d’ascolto ma anche per dare più sostanza alla sua scrittura Bob Dylan abbandona la musica folk acustica e abbraccia il rock, non senza un coro di protesta proveniente dal mondo accademico del folk puro e crudo. Sono questi gli anni del cambiamento di cui parla e dove pubblica una serie di capolavori in ambito rock che sono ancora tutt’oggi punti fermi di riferimento di una certa evoluzione stilistica del genere, che non viene più associato a semplice musica di intrattenimento ma diventa una forza creativa in grado di interagire in diversi campi con influenze inaspettate soprattutto nel sociale. Bob Dylan si espone in prima persona attraverso brani immortali che parlano di giustizia sociale, di diritti civili calpestati, della condizione femminile e delle libertà negate. E la voce più autorevole. La musica rock attraverso la sua voce e i suoi testi acquista una sua dignità forte ed autorevole che non ha precedenti nella storia della musica poiché va oltre ogni ruolo che i meccanismi dello show business le hanno assegnato in passato. E la trascina d’impeto verso un impegno civile sempre maggiore coinvolgendo in questa nuova missione molto altri artisti e gruppi che come lui affidano alla parola e non solo alla musica il giusto peso che le compete nella storia del mondo.
Felicitazioni mr. Tambourine man.

Luigi Ciavarella.  

venerdì 23 settembre 2016

LA BRIGANTESSA MICHELINA DE CESARE NELL’ALBUM “TARANTELLA RIBELLE” DEI MBL.


Nel cd di fresca pubblicazione del gruppo MBL (Musicisti Basso Lazio_ Tarantella Ribelle), recensito da Nicola Maria Spagnoli, (www.sanmarcoinlamis.org) accanto ai temi che Benedetto Vecchio, leader del gruppo, ben evidenzia, ve ne sono alcuni che ci riportano, in modo esplicito, al periodo del brigantaggio meridionale esploso all’indomani dell’Unità d’Italia (1860) e che ha prodotto, su un tessuto socio-economico già devastato dalle “conquiste garibaldine-piemontese”, una indignata sollevazione popolare seguita da una lotta cruenta nei confronti dell’invasore. I brani sono “Nott d’ luna” e soprattutto “Michelina” dedicato a Michelina De Cesare, nel cui booklet una famosa icona della brigantessa ben si manifesta in filigrana ; e una “Pizzicabrigante”, posta in coda al disco, che ripropone l’antica questione delle affinità  tra indiani d’America e Briganti, ma più in generale tra i meridionali post unitari e i pellerossa, poiché entrambi hanno subito sulla loro pelle gli effetti devastanti del genocidio. Non a caso Pino Aprile, che introduce il lavoro, nel suo ultimo libro Carnefici parla apertamente di genocidio svelando, attraverso resoconti ineccepibili, come si sia giunti a definire con un termine così terribile il tentativo di annientare, da parte dei savoia, una civiltà con mezzi legali (la famigerata legge Pica che dava mano libera agli aguzzini di regime) facendo leva sui fatti contingenti legati alla repressione del brigantaggio quando in realtà il piano aveva tutt’altri obiettivi. Un piano predisposto sin dalle origini. In questo contesto le storie dei briganti (e brigantesse, poche ma tutte dotate di una forza particolare) assumono quindi la funzione e la dignità di combattenti in difesa della loro identità piuttosto che rozzi e feroci individui dediti al crimine come la propaganda savoiarda ha provato a definirli. La descrizione di papa Pio IX in questo senso è ancora più precisa “ Vengono chiamati assassini e briganti quegli infelici che difendono in una lotta diseguale l’indipendenza della loro patria …” e quindi la storia di Michelina De Cesare ben si inserisce nel filo di questo discorso fatto di lotta e di resistenza, di passioni e di sete di giustizia. Peraltro la celebre combattente proviene dalle stesse terre martoriate di Benedetto Vecchio e del suo gruppo MBL (La terra del Lavoro, allora così indicata, che comprendeva il basso Lazio, la provincia di Caserta e parte del Molise) e in questi anfratti scoscesi che Faccia d’angel e sguard’ fier d’u cumbat lu stranier  (Michelina) semina terrore tra i soldati piemontesi e i ricchi possidenti del luogo per almeno tre anni diventando così imprendibile strega e fuorilegge o persino eroina romantica che ama farsi fotografare in tenuta da brigante o in costume ciociaro, con il suo sguardo di fiera contadina finché, tradita dal proprio fratello per mai sopiti dissapori familiari, è uccisa in combattimento il 30 agosto 1860 dai soldati del maggiore Lombardi. Un epilogo comune a molti altri capi briganti se non fosse per un particolare macabro. Il giorno dopo il misfatto il suo cadavere viene spogliato ed esposto nudo nella piazza centrale di Mignano insieme a quello del compagno. Il generale Pallavicini di fronte a quella vergognosa e oltraggiosa messinscena dirà “Ecco i merli, li abbiamo presi!”, pronunciando una delle frasi più miserabili che un soldato potesse esprimere di fronte al cadavere di una donna che ha combattuto con onore una battaglia per la propria terra.  
Luigi Ciavarella.





domenica 18 settembre 2016

JIMI HENDRIX IERI E OGGI

JIMI HENDRIX, a 46 anni dalla prematura scomparsa riesce ancora a suscitare interesse e curiosità, nonché ricordi vivi ed emozioni tali da alimentare una leggenda che nel corso degli anni non è mai venuta meno. Non ho difficoltà ad immaginare tra cento anni, quando il mondo sarà completamente trasformato e la musica si ascolterà e si suonerà con non si sa quali strumenti, il nome di Jimi Hendrix continuerà ad essere una stella di prima grandezza nel firmamento dei grandi musicisti che hanno segnato il novecento accanto ad altri grandi nomi come Beethoven, Mozart, Dylan, Zappa e chissà quali e quanti altri dopo di loro.
Gli immortali del rock avranno un loro posto nella storia dell'umanità, almeno cosi auspico altrimenti se ciò non dovesse avverarsi sarà un mondo oscuro e senza memoria come qualcuno tra i catastrofisti già prevede.
Jimi Hendrix morì nella notte del 18 settembre 1970, una notte terribile, al Samarkand di Londra, un alberghetto periferico, per cause accidentali.Quando sopraggiunsero i soccorsi fu troppo tardi perché Jimi era già deceduto. Aveva 28 anni, essendo nato a Seattle, nello stato di Washington (USA) nel 1942. La stessa città che tra la metà degli anni ottanta e gli inizi dei novanta avrà il suo massimo momento di gloria, una delle tante rinascite del rock che abbiamo visto passare, con protagonisti che anche in questo caso hanno lasciato segni importanti del loro passaggio ed altri che invece sono caduti cosi come vuole il racconto della leggenda del rock. In ogni epoca ci sono stati i caduti e i sopravvissuti. Questa volta i nomi che non riuscirono a sopravvivere alla fatica di vivere furono sostanzialmente due Curt Cobain e Stanley Layne, (aggiungerei anche Andrew Wood), sfortunati ragazzi segnati da un destino tragico, morti per motivi diversi entrambi leader di gruppi importanti della scena Grunge di Seattle, Nirvana e Alice in Chains, che segnarono in profondità la storia della musica Rock.
KURT COBAIN
Jimi Hendrix è stato figlio del suo tempo. Rock blues psichedelico, una stagione irripetibile (gli anni sessanta con tutto il carico rivoluzionario che porta in grembo, musicale e di costume) e una idea personale quasi isterica nei confronti della musica Rock e del suo strumento principe, la chitarra, che ne farà un feticcio da blandire o immolare durante i tanti riti sciamanici che qualcuno si ostina ancora a chiamare concerti, quando in realtà sono stati momenti orgiastici di suoni fuori da ogni logica o convenzione che hanno saputo infiammare i palcoscenici di tutto il mondo.
Tutto è avvenuto con una velocità incredibile. La vita artistica di Jimi Hendrix è stata breve. Dal singolo Hey Joe o se preferite dal concerto di Monterrey in California, che segna l'inizio della sua ascesa, sino al last Concert all'isola di Freeman in Germania, il suo ultimo concerto, sono trascorsi poco più di tre anni, un tempo tutto sommato troppo breve per lasciare una impronta forte e decisiva nella storia della musica.
STANLEY LAYNE
Tuttavia l'eredità musicale di Jimi Hendrix è stata enorme. In vita pubblicò soltanto tre dischi, una manciata di singoli e un live album ma vengono alla luce, appena dopo la sua dipartita, nello studio di sua proprietà a New York (Electric Ladyland Studios) una quantità enorme di musica registrata ; un materiale infinito che finisce, insieme ai tanti live act di contorno, ad arricchire una discografia praticamente sconfinata, buona non solo ad alimentare nel tempo i segni di una leggenda dalle proporzioni gigantesche ma anche a riempire le tasche di iniziali approfittatori senza scrupoli e solo in seguito a dare dignità e sostanza ad una musica senza tempo.
Una musica che ancora oggi vive tra noi con imperturbabile attualità poiché la musica di Jimi Hendrix possiede il respiro dell'eternità. Proprio come la musica di Ludwig Van Beethoven o la poesia di Charles Baudelaire.
Luigi Ciavarella















lunedì 15 agosto 2016

IL BLOG CHIUSO SINO AL 15 SETTEMBRE 2016.

Avviso per i nostri 25 irriducibili amici e sostenitori del Blog che rimarremo chiusi sino alla metà del mese di settembre 2016 dopodiché riprenderemo, se non saremo stati oggetti di qualche attacco di qualsivoglia natura, la nostra regolare attività di pubblicazioni inerenti gli eventi musicali e culturali in genere che riguarderanno il nostro bel paese. 
Nel frattempo auguriamo a tutti di trascorrere un buon Ferragosto e una estate molto serena e rilassante.


Luigi Ciavarella.

lunedì 18 luglio 2016

NICO, LA CHANTEUSE DECADENTE E FRAGILE DEL ROCK.

Il 18 luglio del 1988 moriva Nico, la musa dei primi Velvet Underground e di Andy Warhol, il celebre artista della Pop Art newyorchese.   

La scomparsa improvvisa di NICO, avvenuta in circostanze tragiche a Ibiza il 18 di luglio del 1988 ricorda molto da vicino un'altra morte assurda, quella di Sandy Denny, la voce del folk rock inglese, anch'essa deceduta per le conseguenza di una caduta accidentale avvenuta dieci anni dopo la scomparsa di Nico. Un triste e beffardo destino che sembra perseguitare i grandi protagonisti della musica rock.
Nico era nata a Colonia nel 1944,si chiamava Christa Paffgen e dei suoi natali teutonici conserverà sempre i tratti dark della chanteuse decadente e tragica, alimentati negli anni dal peso dei tanti ruoli assunti nell'ambito della cultura underground.
Fu indossatrice di successo e quindi attrice (una parte, peraltro secondaria, è individuabile in La dolce vita di Fellini) prima di essere scoperta e valorizzata da Andy Warhol, figura chiave della nuova avanguardia newyorchese degli anni sessanta. Nico entra subito nel progetto multimediale Exploding Plastic Inevitable Ensemble Show, partorito dalla mente schizoide di Warhol, accanto ai Velvet Underground, anch'essi punti di riferimento di un certo tipo di avanguardia rock, molto apprezzata nella East Coast. 
In questo ambiente, generato da impulsi perversi e notturni, fortemente contro in termini di moralità, la voce di Nico si staglia fragile e decadente dentro un progetto ambiguo e volutamente provocatorio. Alla pubblicazione del primo album del gruppo, nel 1967, (quello che reca in copertina la famosa banana gialla stilizzata opera dell'artista pop) Nico esegue tre canzoni scritte per lei da Lou Reed, il leader della band. Si tratta di Femme fatale, All Tomorrow Party e I'll Your Be Mirror, che ancora oggi conservano un certo fascino tenebroso.
L'album fu censurato in tutta l'East Coast per le sue tematiche sadomaso (Venus in Furs) ma anche per Heroin, che parla in modo crudo del mondo della tossicodipendenza ma è sopratutto fin troppo presente una oscurità di fondo che avvolge e scombina ogni forma di rock finora conosciuto. 
Il contributo fornito da Nico fu determinante poiché fu con la sua voce a dare quel tono decadente, melanconico e poetico negli interstizi di un suono che per altri versi possedeva tutt'altri schemi.
Quest'album rappresenta uno dei capolavori del rock , icona indiscussa di una epoca storica in cui si stavano delineando i nuovi profili entro cui la nuova musica si sarebbe sviluppata. Un album che parla di perversioni, sesso malato e di droga non poteva non passare inosservato.
Dopo questo disco epocale Nico esce dal progetto malsano dei Velvet Underground. Anche Andy Warhol abbandona la sua creatura che d'ora in poi camminerà con le proprie gambe attraverso la produzioni regolare di altri tre album che, se escludiamo, l'ultimo Loaded, dove maggiormente si evidenzia lo stile di Lou Reed, il resto sono due titoli ancora impregnati di furore devastante sia il secondo White Light/White Heat che il terzo omonimo, nonostante quest'ultimo possieda qualche momento pop. 
Nico pubblicherà Chelsea Girl, il suo primo disco uscito quasi in contemporanea con quello dei Velvet Underground, e subito dopo il suo personale capolavoro The Marble Index nel 1968, con abbondanti arie malinconiche e mitteleuropee ben prodotto da John Cale.
Seguirà nel tempo una discografia altalenante (e collaborazioni importanti per esempio nel 1974 con John Cale, Kevin Ayers ed Eno) con alti e bassi e una condotta di vita segnata dalla tossicodipendenza alternata a momenti di effimera fama raggiunta grazie alla sua bellezza tenebrosa e al Punk di cui diventa suo malgrado una icona dark, seppure ormai sopravvissuta persino a se stessa.
Il 17 luglio del 1988 in seguito ad una banale caduta dalla bicicletta nell'isola di Ibiza dove aveva trovato rifugio insieme al figlio,gli viene diagnosticato dapprima un malore causato dal caldo, in realtà la caduta gli procurerà una emorragia cerebrale. Muore il giorno dopo.
Nico riposa a Berlino nel cimitero di Gunewald-Forst.  

Luigi Ciavarella


THE VELVET UNDERGROUND AND NICO.
    

domenica 26 giugno 2016

LO STERMINIO DEI CATARI ED ALTRI CRIMINI COMMESSI DALLA CHIESA NEL MEDIOEVO.

Nell'anno del signore 1207 papa Innocenzo III bandisce la prima crociata intestina contro i Catari, che era una comunità cristiana (per alcuni una setta seppure molto numerosa, e, soprattutto in forte espansione) considerata eretica dal Vaticano. Vivevano nel sud della Francia e venivano chiamati anche albigesi poiché la città di Albi li aveva accolti per prima e lì avevano creato le basi della loro ortodossia.
In quel tempo l’ultima vera crociata in Palestina stava volgendo al peggio e la stessa sopravvivenza del regno franco di Gerusalemme era minacciata dai musulmani. La Chiesa a questo punto si sentì direttamente circondata e reagì con la proclamazione della prima crociata contro una comunità eretica, appunto i Catari, che vuol dire “puro”, che professavano una forma estrema di cristianesimo, persino discutibile e stravagante ma molto efficace nelle campagne del mezzogiorno dove stuoli di missionari predicavano l’ostilità nei confronti della “biblica prostituta di Babilonia” trovando consensi ovunque poiché Roma, corrotta e perversa, veniva recepita in quel tempo come centro del male assoluto.
Il papa per mettere in pratica il loro annientamento si affidò a un esercito “del nord” poiché nelle terre del sud i nobili del posto venivano considerati in combutta col “nemico”. Il comando venne affidato ad un barone francese di basso rango assetato di potere,  tale Simon de Montfort, un normanno, a cui vennero garantiti per prima cosa gli stessi benefici di un combattente in terra santa con licenza di uccidere e saccheggiare in nome di Dio e appropriarsi delle terre conquistate. Al seguito della spedizione, come legato papale, venne affiancato da un abate cistercense di nome Arnald-Amaury, uno dei più spregevoli uomini di Chiesa il quale si distinse per crudeltà e ferocia inaudite durante tutta la campagna di sterminio. 
Per descrivere tutta la bestialità e l’efferatezza di questo spregevole individuo è utile ricordare le parole che egli pronunciò durante la mattanza della città di Bèziers, (in cui venne sterminata l’intera popolazione di 15 mila abitanti in maggioranza cattolica, donne, uomini e bambini) allorquando gli venne chiesto di distinguere i cattolici dai Catari egli rispose con tono sprezzante : “Uccideteli tutti Dio saprà riconoscere i suoi”, ritenuta una delle frasi più ignobili pronunciate da un uomo di Chiesa, secondo Michael Baigent e Richard Leigh, Autori del libro “L’Inquisizione”. 
Dopo la conquista di Bèziers, roccaforte albigese, venne preso anche il castello di Bram (1210) i cui prigionieri furono tutti accecati e mutilati tranne uno che gli venne risparmiato un occhio affinché potesse condurre gli sventurati compagni verso la cittadina di Cabaret ; subito dopo toccò al castello di Minerve, che si arrese, dove 140 perfecti vennero trucidati su una pira di fuoco formata per l'occasione. ("Non ci fu bisogno che i nostri uomini li gettassero sul fuoco; no, erano tutti talmente ostinati nella loro malvagità da gettarvisi di loro volontà", come scrisse Vaux de Cernay, altro fanatico cistercense presente durante la mattanza).  
Delle altre città ritenute eretiche e conniventi con la causa catara, Carcassonne e Montsègur, furono le ultime roccaforti a cadere, ai cui abitanti fu riservato un trattamento analogo. A Montsègur invece furono bruciati vivi duecento eretici, secondo il libro citato, su una pira gigantesca costruita ai piedi del castello. 
La campagna catara si rivelò un mostruoso genocidio, una delle pagine più orribili della storia della Chiesa. Gli ultimi catari sopravvissuti al massacro si dispersero poi in vari luoghi d'Europa compreso l'Italia settentrionale. 
Fu una sconfitta per la Chiesa poiché dovette per la prima volta "sporcarsi le mani" per mantenere saldo il proprio potere. In un solo colpo aveva trucidato più cristiani di quanti ne aveva uccisi Diocleziano. 
Il barone Simon de Monfort, diventato visconte, troverà la morte colpito da un masso scagliato, da una donna, da una catapulta durante l’assedio di Tolosa nel 1218. Anche Innocenzo III lo seguirà nella tomba dieci mesi più tardi, invece Arnald-Ameury morirà sette anni dopo a Narbona nel 1225 e verrà sepolto nella abbazia cistercense di Citeaux nel luogo in cui fu abate in vita.
Tomas de Torquemada
Mi piace immaginare che la sua anima stia bruciando nelle profondità dell'Inferno insieme ai tanti altri malvagi e criminali personaggi di Chiesa come per esempio Tomas de Torquemada, noto terrorista dell’inquisizione spagnola,   (.. non abbiamo difficoltà nell’immaginare Torquemada che manda al rogo Gesù Cristo per il bene dell’Inquisizione e della Chiesa, L’Inquisizione ), laddove persino Dostoevskij lo modella sulla figura negativa del grande Inquisitore nel romanzo I fratelli Karamazov ; Domenico di Guzman, fondatore dell’Ordine dei domenicani, comunità colta contrapposta all’ordine dei francescani, proclamato santo per aver mandato al rogo migliaia di innocenti, sorprendentemente a pochi anni dalla morte (.. pochi santi dovevano aver avuto le mani tanto lorde di sangueL’Inquisizione); infine (si fa per dire) i domenicani alsaziani Heinrich Kramer e Johann Sprenger, autori della “miserabile” opera “Malleus Maleficarum” (Il maglio delle streghe) nel cui testo, adottato da tutti i tribunali dell’Inquisizione dell'epoca, vengono descritte tutte le manifestazioni dell’opera del maligno e i relativi rimedi. In realtà si tratta di un libro di aberrazioni sessuali, un’opera pornografica indegna della storia della Chiesa. 
Luigi Ciavarella.


sabato 4 giugno 2016

LA STRANA DISPUTA TRA ROCK E MUSICA CLASSICA

Non riesco ad immaginare la storia dell’umanità senza l’invenzione della musica. Evidentemente essa è nata insieme all’uomo, con suoni, rumori e canti che hanno accompagnato la sua crescita civile e scandito i momenti più esaltanti della sua storia. Suoni e rumori che giocoforza presto hanno avuto il bisogno di organizzarsi su basi condivise offrendo così a tutti ampia facoltà di accedervi alla sua fonte. E’ un dato di fatto inconfutabile.
Certo la musica classica ha ottenuto la visibilità maggiore essendo questa la musica per antonomasia, la base su cui si fonda un principio, un’idea di suono organizzato su modello universalmente riconosciuto. Almeno a partire dalla metà del settecento essa da corpo alle istanze dell’alta società che per ovvie ragione è la prima ad usufruire dei vantaggi di quelle melodie suonate in piccoli ambienti ma che ben presto si sarebbero allargate favorendo spazi e forme comunitarie più eterogenee e popolari grazie forse all’impegno del musicista veneziano Antonio Vivaldi, che forma allievi orfani ospitati nel Pio Ospedale della Pietà della sua città, dove lui è insegnante di violino, contribuendo in tal modo a diffondere anche  tra ceti popolari la passione per la musica. Il bel libro di Tiziano Scarpa “Stabat Mater”, peraltro premio Strega 2009, racconta molto poeticamente questo rapporto tra il musicista e le giovani allieve ospite dell’orfanotrofio, che all’età di 15 anni, secondo il regolamento, avrebbero dovuto lasciare l’istituto. In particolare con Cecilia, la ragazzina che ha vissuto in quella casa dalla nascita, essendo stata abbandonata li in fasce dalla madre. Lei che si interroga, che vive una propria esperienza educativa, creatura sensibile che durante le notti si apparta e immagina il volto di lei che non ha mai conosciuto, persino dialoga con la genitrice dal volto sconosciuto ponendosi tanti  altre domande senza trovare risposte. Ma l’incontro con il maestro le consentirà di imparare a cantare nel coro della chiesa durante le funzioni religiose e dare quindi un senso alla propria vita. La musica assume quindi una funzione salvifica nel momento in cui indica una traccia e un segno di speranza nella sua vita di adolescente.
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Non sono interessato a conoscere i misteri della musica classica né, volendo, avrei gli strumenti per farlo. Tuttavia alcune opere musicali, per tanti motivi tutti riconducibili al mio interesse per la musica rock, hanno avuto un ruolo importante della mia vita se non altro per gli intrecci ibridi che hanno contribuito ad arricchire un terreno incontaminato, se non per ragioni di consumo, perlomeno per i risultati ottenuti in termini di qualità, seppure limitati nel tempo, subordinando alla musica popolare brandelli di cultura classica-barocca, inventando di fatto la nascita di un genere ma provocando allo stesso modo un equivoco madornale, un limite posto allo sviluppo di un metodo che non ha ottenuto i risultati sperati poiché la musica rock ha preteso di giocare alla pari una partita già perdente in partenza. ( La musica rock Progressiva 1970 – 1975 in Italia ). 
Chiarito ciò mi preme sottolineare,  il mio rapporto con la musica classica è sempre stato di natura impulsivo e anarcoide, disegnato sempre sui miei bisogni temporali di conoscenza e di ascolto senza pretese proto didattiche e ipotetiche affiliazioni, come d’altronde è accaduto anche con la musica Jazz, che, allo stesso modo, è rimasta anch’essa estranea al mio microcosmo musicale formativo.
Ma la musica classica al pari della musica jazz è stata oggetto, a partire dalla fine degli anni sessanta, di attenzione da buona parte del rock europeo, interessato ad interagire in un momento di dialogo possibile sul piano della contaminazione tra generi diversissimi tra loro ma contigui ad un progetto di immagine che vedeva la musica universale non più misurata su piani differenti di percezione ma accolta in tutta la sua integrità estetica e sostanziale. Non centrava nulla il fatto che potessero scambiarsi le vesti. Era pensabile per esempio che un concerto di musica rock avvenisse nei teatri consacrati alla musica classica mentre era del tutto improbabile che la London Symphony Orchestra, per esempio, suonasse partiture di musica classica negli stadi. Quindi il rapporto non poteva funzionare ma la musica rock, forte delle sue urgenze espressive e delle istanze sociali di cui era portatrice, in un dato momento ha incominciato a prendere dal repertorio classico il suono che gli serviva per tracciare un altro percorso esistenziale. Non solo la rielaborazione-adattamento di melodie o la trasfigurazione di rigide partiture classiche ma la pretesa di spingersi sino a sottrarre al genere classico gli elementi più spettacolari per consumare sino in fondo una appropriazione spesso indebita, nonostante il rock sino a quel momento altro non era stato che un’accozzaglia di suoni blasfemi, selvaggi, malati sin dentro le proprie viscere. Insomma un suono plebeo che pretendeva di rubare alla nobile arte dei salotti e dell’educazione musicale dei teatri il loro status di musica per menti raffinate, barocchismi sensibili ed arie tra le più struggenti mai scritte, nutrimenti agli antipodi per una generazione che stava portando a compimento tutte le forme viventi della musica, dal jazz alla classica all’elettronica sino a scardinare i terreni della musica folk e popolari in un rapporto crescente di intuizioni geniali tali da regalare alla musica leggendarie performance e dischi da favola, a volte con garbo, intelligenza e competenza, altre volte invece con molta approssimazione superficiale.
E’ dunque questa la forza della musica rock, trainare cioè nel proprio “ caos organizzato “ ogni forma di contaminazione, direi persino la sua missione primordiale. Tutto questo nei primi anni settanta, che furono momenti di crescita straordinaria in ogni campo dello scibile musicale possibile e atto di nascita di un serio confronto tra tutte le anime presenti nell’agone, dagli interessanti sviluppi imprevedibili sino alla paranoia insopportabile e catastrofica sconfitta per la incauta esigenza di pretendere i segni della musica globale come fine degli steccati che, secondo i nuovi padroni del vapore, non avrebbero mai più ostacolato i vincoli di un rapporto fondante di  musica universale.
Naturalmente non è stato cosi. I pochi che hanno creduto, inconsciamente o incautamente, hanno finito i propri giorni in ambienti underground altri hanno cessato ogni velleità di comunicazione mentre molti dei protagonisti semplicemente hanno continuato a voltare pagine senza ottenere più quella visibilità che hanno cercato per tutta la loro vita.
La musica punk nella primavera del 1976 spazzerà via tutto poiché il ritorno alle piazze sudice e malsane è sempre stata la vera vocazione del rock, la cornice ideale, la propria raison d’etre , la stessa sopravvivenza. Questa volta ancora più viscerale, il rock assorbe tutte le istanze sociali, dal degrado al disagio giovanile i temi cari al popolo giovanile del rock, e li rappresenta nella maniera più consona.
D’altra parte non si chiede altro al rock se non essere se stesso.
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I brani o intere opere scippate alla musica classica o semplicemente rielaborate o citate più o meno consapevolmente è piena la storia della musica rock. D’ altra parte è inevitabile che la musica finisca sempre per confrontarsi senza distinzioni, persino somigliarsi. Naturalmente il momento più stretto di avvicinamento tra i due generi è stato il periodo che va dalla fine degli anni sessanta alla fine dei settanta poiché fu quello il momento in cui nel rock prese vita la consapevolezza di suonare un tipo di musica più adulta, ragionata con criteri moderni, evoluta. Grazie anche all’invenzione dei nuovi strumenti musicali elettronici come il mellotron e i vari sintetizzatori che presero piede verso la fine dei sessanta in Inghilterra soprattutto,i musicisti rock più esposti alla contaminazione presero la decisione di “progredire” la propria musica su piani più meditativi ed elaborati, fornendo in tal modo la creazione di un ibrido musicale senza più costrizioni stilistiche confrontando le proprie idee soprattutto con la musica classica, non sempre con il rispetto dovuto, provocando la protesta dell’elite classica non disponibile per ovvie ragioni ad accogliere intrusioni nel loro campo ovattato né tantomeno a confrontarsi con quella teppaglia insulsa e arrogante che per motivi inspiegabili un bel momento ha deciso di abbattere ogni barriera senza mai riuscirci.
Do qualche cenno del cammino della musica “altra” quella che ha rubato alla classica metodo e arie per i propri bisogni stilistici. Gli Aphrodite’s Child nel 1968 pubblicano il loro secondo singolo dal titolo Rain and Tears, il tema del brano, arrangiato da V. Papathanassiou, leader del gruppo greco, è preso da un’aria del Canone di Pachelbel del XVII secolo, per clavicembalo e violino. Il pezzo avrà un buon successo.
Il gruppo inglese THE NICE adatta e rifà Bach e Sibelius con una disinvoltura tale da far gridare allo scandalo il mondo accademico della musica colta. Il protagonista blasfemo principale è Keith Emerson che di lì a poco formerà insieme a Greg Lake e Carl Palmer la famosa band che porta i loro nomi, continuando su questa linea di adattamento di famose arie di musica classica. Inoltre i Nice sono pure responsabili di un personale adattamento del celebre tema di Leonard Bernstein, America tratto dall’opera West Side Story.
EMERSON LAKE AND PALMER
Emerson Lake & Palmer si spingono sino ad adattare una famosa opera di Modest Mussorgkji, Pictures At An Exhibition, in cui si alternano alle partiture originali del maestro russo spunti musicali del gruppo in un perfetto equilibrio che rasente il miracolo. Lo stesso fanno con Fantasia para un gentilhombre di Joaquin Rodrigo, noto strumentale inserito nel 1978 in un album poco fortunato ( Love Beach ). Senza dimenticare che lo stesso gruppo prende spunto dalla toccata e fuga in fa maggiore BWV 540 di J.S.Bach per arricchire le partiture del loro album Tarkus qualche anno prima. Chiudiamo con il Bolero di M.Ravel ( Abandon’s Bolero )presente nell’album Trilogy, considerato il loro lavoro più compiuto, che il famoso trio elabora sulla scorta di un progetto a schema che sarà il tema conduttore dell’intero progetto. Lo stesso dicasi per il canto liturgico del poeta William Blake, Jerusalem, in apertura del album Brain Salad Surgery del 1974, che ha chiaro l’ incedere barocco.
Altre curiosità possono essere per esempio il brano A Whiter Shade of Pale dei Procol Harum del 1967, brano conosciutissimo in tutto il mondo, che altro non è che l’adattamento suite per orchestra n. 3 di Bach, nota anche col titolo Arie sulle mie corde. Come si può notare il buon J.S.Bach è il musicista classico più gettonato e  usurpato e questo può dirla lunga sui legami concettuali tra musica rock e classica.
Naturalmente ci sarebbero tanti altre citazioni da fornire ma occorrerebbe scrivere un intero libro per meglio focalizzare il fenomeno, tuttavia ricordo in corsa che i Deep Purple hanno scritto un intero lavoro sul rapporto tra musica rock e orchestra sinfonica nella fattispecie con la Royal Philarmonica Orchestra, peraltro privo di successo ; i New Trolls hanno fatto altrettanto tirando per i capelli Antonio Vivaldi nel famoso Concerto Grosso, lo stesso hanno fatto più o meno tanti altri gruppi prog italiani, (il Rovescio della Medaglia  Contaminazioni per esempio, sulla scia del progetto affine a quello dei New Trolls ) e tanti altri.  

LUIGI CIAVARELLA


giovedì 2 giugno 2016

PRIMA TAPPA DI “UNA CANZONE PER SOGNARE”, VINTA DA GIANNI CANNIZZARO

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Ha preso il via la quarta edizione della manifestazione canora UNA CANZONE PER SOGNARE con l’assegnazione dei primi riconoscimenti della stagione.
Questa sera l’evento verrà trasmesso dalla emittente 7Gold su tutto il territorio nazionale.  
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L’importante spettacolo musicale, che si è svolto all’Insonnia, un locale di Casale Monferrato (AL) al cospetto di un pubblico attento e partecipativo e con una giuria che non ha fatto sconti a nessuno, ha dato il primo responso. 
Ha vinto la prima tappa dell’edizione 2016 Gianni Cannizzaro con l'interpretazione del brano dei Queen We are the champions ,  cantante peraltro vincitore della passata edizione.
Il secondo posto è stato assegnato a Eleonora Gambuzza che ha interpretato una toccante Caruso, noto brano di Lucio Dalla mentre il terzo posto è andato a Angelo Mangiafico grazie ad una bella interpretazione di Domani, dei Pooh. 
L’importante premio della critica dedicato a Carlotta Bottazzi, invece è stato consegnato a Elisabetta Stango forte dell'interpretazione del brano degli Scorpions, I Still Lovin You.
Per le giovani promesse vince Laura Loconte con Take me Home di Jess J mentre il secondo posto è andato a Giorgia Calì e il terzo a Ayma Bertolotti. Il premio della giuria popolare è finito nelle mani di Loredana Pugliese.
La manifestazione ha avuto il conforto di un folto numero di partecipanti, segno evidente dell’attenzione e della popolarità che gode la manifestazione in quella regione, che si avvale quest’anno, come abbiamo scritto in altre circostanze, dei contributi fattivi delle emittenti Radio City e 7Gold Telecity 1, importanti riferimenti per la diffusione dell’evento.
Tra gli ospiti della serata Rita & Mauro, campioni italiani di tango argentino e di Alessandro Bellati, noto cantante del luogo ; altri ospiti Pier Caruso e Mauro Ricagno che hanno dato prestigio alla serata. 

La seconda tappa è prevista il 25 giugno a Frascaro (AL) mentre la finalissima, come si sa, si svolgerà a dicembre.

Rinnoviamo i nostri complimenti a tutto lo staff nelle persone di Beppe Viazzi e Giorgio Mengato, Maurizio Padodi e Dario Carella, Mauro Ricagno e Giuseppe Mercuri,(per le riprese televisive) personalità rodate da tanti anni di esperienze in questi meandri. 
Sopratutto i complimenti li facciamo a Mario Mossuto, indiscusso protagonista e ideatore di questa splendida manifestazione che si tiene nel Monferrato, con simpatia e affetto, poiché il noto DJ è figlio della nostra bella terra del Gargano.


Luigi Ciavarella


   

domenica 29 maggio 2016

ELOGIO DELLA CANZONE CLASSICA NAPOLETANA AL TEATRO GIANNONE DI SAN MARCO IN LAMIS.

Non so se vi è relazione tra la festività della Repubblica (il 70° anniversario peraltro) e l'elogio della canzone napoletana, quella classica, che tiene una celebrazione nel locale teatro Giannone il 2 giugno. Propendiamo per la casualità anche perché la ricorrenza politica quantunque evochi fatti storici che hanno determinato la nascita della Repubblica (Croce però diceva che la monarchia avrebbe resistito meglio agli appetiti del Vaticano rispetto alla DC che invece consegnò letteralmente la nazione alla cupidigia del Papa) la questione non ci interessa più di tanto.
La canzone napoletana che va in scena il giorno della Repubblica ha invece la grande forza di trasmetterci qualcosa di magico che si rinnova sempre partendo dalla considerazione che essa, rispetto alla canzone italiana, per esempio, ha saputo conservare col tempo una sua identità precisa, quasi uno status speciale che va oltre le mode e i movimenti stilistici che hanno investito larga parte della musica italiana. Essa sta lì dentro una nicchia dorata, preziosa, autorevole e fedele alla sua storia ultra centenaria. Sta lì per essere ascoltata, assimilata, goduta e digerita in tutte le sue infinite percezioni armoniche e le tante sfumature che ci conducono al nostro passato attraverso un repertorio straordinario di classici senza tempo con il compito di ricordarci la nostra grandezza perché la canzone napoletana appartiene al sud ed è qualcosa che ti possiede e di cui non puoi disfartene come fosse un prodotto di consumo passeggero. Insomma una tradizione che si rinnova che parte da lontano ma che sconfina nella modernità di oggi con una naturalezza assoluta.
Ci saranno come l'anno scorso Anna Siani , elegante e poetica, a presentare l'evento , il maestro Michelangelo Martino a dirigere il coro polifonico e un gruppo di eccellenti cantanti tra cui Felice Aucello che, scoperto l'anno scorso nell'edizione precedente, è persino riuscito a colpire il cuore di un vecchio rockettaro inguaribile come me, per la passione e la professionale con cui ha saputo trasmettermi momenti di vera emozione. 
Arrivederci e Buona fortuna.

Luigi Ciavarella


DA SIN. M° Michelangelo Martino e Anna Siani.


lunedì 23 maggio 2016

NELLA BARBERIA DI ANTONIO VERDE DETTO ZIO ROSSO DOVE NACQUE LA MUSICA POP

" Nei suoi giri, immancabile era la visita alla barberia di Antonio Verde, in corso Matteotti, che stranamente per i suoi capelli rossicci era chiamato " il rosso ". Aveva la voce burbera e gridanciara, il linguaggio grasso dei facchini. In questa barberia angusta, miseruccia,come potevano essere quelle di paese, profumata di lavanda, stavo qualche ora seduto impressionato dai discorsi degli adulti, che nel sabato della feste, lì avevano un punto di ritrovo sicuro ed esercitavano il pubblico pettegolezzo. Era una novità suggestiva sentire tratteggiare il volto di un personaggio, o il commento ineffabile delle novità accadute. " Il rosso ", tra una barba e un'altra, deus ex machina di quel teatrino variopinto e multietnico ( che mescolava le razze, se cosi posso esprimermi, indigeni e cafoni, professionisti e artigiani ), suonava il mandolino e strimpellava le arie di Caruso come Furtiva lacrima o La Traviata di Verdi. Rammento - immagini che mi vengono da molto lontano, quasi dall'altro mondo - il bricco azzurrino che nel tepore della cenere assicurava l'acqua tiepida per le barbe ispide, i calendarietti di Natale, profumati di eros e borotalco, con la scandalosa Rita Haywort in copertina. " (Antonio Motta).

Questo affettuoso ricordo che Antonio Motta rivolge alla figura di Michele Verde e alla sua "botteguccia" di barbiere, situata un tempo sul corso principale del paese, è uno dei ritratti più belli presenti nel libro di fresca stampa La casa di via Calvitto, racconto autobiografico che il noto scrittore di San Marco in Lamis ha voluto dedicare ai luoghi della sua infanzia e della sia adolescenza attraverso la memoria, viva e struggente, dei tanti ricordi di luoghi e le numerose figure che quella strada e le zone circostanti hanno animato. Sono le ombre delle tante botteghe artigianali minuscole, piccoli anfratti in cui la laboriosa gente del paese esercitava mille attività e tanti mestieri che profumavano di dignità e che sono scomparsi man mano che il tempo e la modernità avanzavano, sino a distruggere ogni traccia della loro presenza. (leggere in tal proposito il bel libro di Michele Ceddia, Come eravamo, QS edizioni 2001)
Aggiungiamo soltanto che Michele Verde, detto zio rosso per via dei suoi capelli rossicci, è stato il primo in assoluto a dare corso in paese alla costituzione di un gruppo musicale con caratteristiche simili a piccole bande di paese con il compito di allietare feste di matrimonio e banchetti per ogni occasione, con deliziosi spettacolini a base di canzoni popolari sammarchese miste napoletane e note arie di musica lirica. Ma zio rosso è noto sopratutto per aver insegnato, nella sua piccola bottega di barbiere, ad un folto numero di novelli apprendisti l'arte di suonare la chitarra e il mandolino attraverso un insegnamento forse ruvido ma efficace, costruito su accordi che avevano la scopo (e l'utilità) di accompagnare una serenata d'amore o una serata in allegra compagnia. Insegnò sopratutto a suo figlio Michele, sia l'uso della chitarra che del pennello, rivelatosi subito uno dei talentuosi protagonisti della scena musicale di paese dapprima suonando nel complesso i Mods o Modernissimi e in seguito nei Protheus segnando, insieme a Michele Fulgaro ed altri amici sodali, un solco profondo nella storia della musica a San Marco in Lamis.

Luigi Ciavarella

COMPLESSO TRE P da sin. Luigi De Carolis (sassofono), Michele Fulgaro (chitarra), Matteo Napolitano (batteria), Giuseppe Petrucci (fisarmonica) e ANTONIO VERDE (mandolino)_ 1953

I WALTER PITET, istantanea del 1954 con (da sin.) Antonio Verde (mandolino), Matteo Vigilante (sassofono), Matteo Napolitano (batteria), Michele Fulgaro (chitarra), Matteo Petrucci (fisarmonica).



mercoledì 11 maggio 2016

QUARTA EDIZIONE DELLA MANIFESTAZIONE CANORA “UNA CANZONE PER SOGNARE”.

Riparte la nuova edizione della manifestazione canora “Una canzone per sognare”, ideata e promossa dal nostro concittadino Mario Mossuto che, come abbiamo più volte scritto, si tiene con successo in provincia di Alessandria dove il noto DJ vive ormai da molti anni.
L'evento è nato per promuovere i giovani, e a volte giovanissimi, talenti della canzone italiana sull'esempio dei talent show che stanno dominando l'attenzione dei media in questi tempi nei palinsesti delle tv e che servono a far emergere eccellenze altrimenti sconosciute. Una canzone per sognare è strutturato in varie fasi/tappe sino al raggiungimento della finale che è prevista il 10 dicembre prossimo. Il premio consiste, come nei migliori talent show che si rispetti, la registrazione di un brano inedito, da parte del vincitore, presso la Keep Old con videoclip al seguito con il fine di sponsorizzare l'artista nei circuiti musicali nazionali importanti. I premi successivi hanno un peso minore ma abbastanza gratificanti sul piano della consistenza anche se non vengono specificati nel regolamento.
La partecipazione è consentita a tutti i ragazzi/e a partire dai 14 anni, con sezioni dedicate anche ai più piccoli, di cui accedono alla competizione attraverso l'interpretazione di una cover decisa dall'artista e una preselezione conseguente da parte dell'organizzazione.
Anche quest'anno Una canzone per sognare si avvale della collaborazione di importanti supporter. Prima di tutto le emittenti Radio City, storica radio del Monferrato, Telecity e, sopratutto i servizi della rete nazionale 7 Gold che avrà il compito di diffondere la manifestazione, in differita, su tutto l'ambito del territorio nazionale. Come d'altra parte è già avvenuto nelle precedenti edizioni, con ascolti importanti e attenzione da parte di tutti i media non solo locali, e di cui quest'anno, visto le aspettative, già ci si prepara ad un ulteriore crescita espansiva.
Una manifestazione canora che ha le radici, come accennato, nelle terre del Monferrato, regione generosa e ospitale, ricca di storia e di gastronomia, ma che sta spiccando il volo verso altri lidi con risultati più gratificanti raccogliendo finalmente i frutti di tanti anni di esperienza, passione e duro lavoro, consumati sui palcoscenici di luoghi che hanno avuto il potere di rendere viva e forte una materia evanescente come la musica.
Facciamo anche quest'anno al nostro amico Mario Mossuto tanti in bocca al lupo sinceri con la speranza (vana) di avere un giorno la fortuna di poter assistervi, preferibilmente nella finalissima di dicembre.
Ulteriori notizie si possono trovare nel sito : http://unacanzonepersognare.blogspot.it/comunicato
Luigi Ciavarella