venerdì 17 maggio 2013

LA STRANA DISPUTA TRA MUSICA CLASSICA E ROCK


                                                                             di Luigi Ciavarella

Non riesco ad immaginare la storia dell’umanità senza l’invenzione della musica. Evidentemente essa è nata insieme all’uomo, con suoni, rumori e canti che hanno accompagnato la sua crescita civile e scandito i momenti più esaltanti della sua storia. Suoni e rumori che giocoforza presto hanno avuto il bisogno di organizzarsi su basi condivise offrendo così a tutti ampia facoltà di accedervi alla sua fonte. E’ un dato di fatto inconfutabile.
Certo la musica classica ha ottenuto la visibilità maggiore essendo questa la musica per antonomasia, la base su cui si fonda un principio, un’idea di suono organizzato su modello universalmente riconosciuto. Almeno a partire dalla metà del settecento essa da corpo alle istanze dell’alta società che per ovvie ragione è la prima ad usufruire dei vantaggi di quelle melodie suonate in piccoli ambienti ma che ben presto si sarebbero allargate favorendo spazi e forme comunitarie più eterogenee e popolari grazie forse all’impegno del musicista veneziano Antonio Vivaldi, che forma allievi orfani ospitati nel Pio Ospedale della Pietà della sua città, dove lui è insegnante di violino, contribuendo in tal modo a diffondere anche  tra ceti popolari la passione per la musica. Il bel libro di Tiziano Scarpa “Stabat Mater”, peraltro premio Strega 2009, racconta molto poeticamente questo rapporto tra il musicista e le giovani allieve ospite nell’orfanotrofio, che all’età di 15 anni, secondo il regolamento, avrebbero dovuto lasciare l’edificio. In particolare con Cecilia, la ragazzina che ha vissuto in quella casa dalla nascita, essendo stata abbandonata li in fasce dalla madre. Lei che si interroga, che vive una propria esperienza educativa, creatura sensibile che durante le notti si apparta e immagina il volto di lei che non ha mai conosciuto, persino dialoga con la genitrice dal volto sconosciuto ponendosi tanti  altri interrogativi senza risposte. Ma l’incontro con il maestro le consentirà di imparare a cantare nel coro della chiesa durante le funzioni religiose e dare quindi un senso alla propria vita. La musica assume quindi una funzione salvifica nel momento in cui indica una traccia e un segno di speranza nella sua vita di adolescente.
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Non sono interessato a conoscere i misteri della musica classica né, volendo, avrei gli strumenti per farlo. Tuttavia alcune opere musicali, per tanti motivi tutti riconducibili al mio interesse per la musica rock, hanno avuto un ruolo importante della mia vita per gli intrecci ibridi non classificabili che hanno contribuito ad arricchire un terreno incontaminato, se non per ragioni di consumo, perlomeno per i risultati ottenuti in termini di qualità, seppure limitati nel tempo, subordinando alla musica popolare brandelli di cultura classica-barocca, inventando di fatto la nascita di un genere ma provocando allo stesso modo un equivoco madornale, un limite posto allo sviluppo di un metodo che non ha ottenuto i risultati sperati poiché la musica rock ha preteso di giocare alla pari una partita già perdente in partenza. ( La musica rock Progressiva 1970 – 1975 in Italia ). 
Chiarito ciò mi preme sottolineare che Il mio rapporto con la musica classica è sempre stato di natura impulsivo, disegnato sempre sui miei bisogni temporali di conoscenza e di ascolto senza pretese proto didattiche meno che mai di ipotetiche affiliazioni, come d’altronde è accaduto anche con la musica Jazz, che, allo stesso modo, è rimasta anch’essa estranea al mio microcosmo musicale.
Ma la musica classica al pari della musica jazz è stata oggetto, a partire dalla fine degli anni sessanta, di attenzione da buona parte del rock europeo, interessato ad interagire in quel momento di dialogo possibile sul piano della contaminazione tra generi diversissimi tra loro ma contigui ad un progetto di immagine che vedeva la musica universale non più misurata su piani differenti di attenzione ma accolta in tutta la sua integrità estetica. Non centrava nulla il fatto che potessero scambiarsi le vesti. Era pensabile per esempio che un concerto di musica rock avvenisse nei teatri consacrati alla musica classica mentre era del tutto improbabile che la London Symphony Orchestra suonasse partiture di musica classica negli stadi. Quindi il rapporto non poteva funzionare ma la musica rock, forte delle sue urgenze espressive e delle istanze sociali di cui era portatrice, in un dato momento ha incominciato a prendere dal repertorio classico il suono che gli serviva per tracciare un altro percorso esistenziale. Non solo la rielaborazione-adattamento di melodie o la trasfigurazione di rigide partiture classiche ma la pretesa di spingersi sino a sottrarre al genere classico gli elementi più spettacolari per consumare sino in fondo una appropriazione spesso indebita, nonostante il rock sino a quel momento altro non era stato che un’accozzaglia di suoni blasfemi, selvaggi, malati sin dentro le proprie viscere. Insomma un suono plebeo che pretendeva di rubare alla nobile arte dei salotti e dell’educazione musicale dei teatri il loro status di musica per menti raffinate, barocchismi sensibili ed arie tra le più struggenti mai scritte, nutrimenti agli antipodi per una generazione che stava portando a compimento tutte le forme viventi della musica, dal jazz alla classica all’elettronica sino a scardinare i terreni della musica folk e popolari in un rapporto crescente di intuizioni geniali tali da regalare alla musica leggendarie performance e dischi da favola, a volte con garbo, intelligenza e competenza, altre volte invece con molta approssimazione superficiale.
E’ dunque questa la forza della musica rock, trainare cioè nel proprio “ caos organizzato “ ogni forma di contaminazione, direi persino la sua missione primordiale. Tutto questo nei primi anni settanta, che furono momenti di crescita straordinaria in ogni campo dello scibile musicale possibile e atto di nascita di un serio confronto tra tutte le anime presenti nell’agone, dagli interessanti sviluppi imprevedibili sino alla paranoia insopportabile e catastrofica sconfitta per la incauta esigenza di pretendere i segni della musica globale come fine degli steccati che, secondo i nuovi padroni del vapore, non avrebbero mai più ostacolato i vincoli di un rapporto fondante di  musica universale.
Naturalmente non è stato cosi. I pochi che hanno creduto, inconsciamente o incautamente, hanno finito i propri giorni in ambienti underground altri hanno cessato ogni velleità di comunicazione mentre molti dei protagonisti semplicemente hanno continuato a voltare pagine senza ottenere più quella visibilità che hanno cercato per tutta la loro vita.
La musica punk nella primavera del 1976 spazzerà via tutto poiché il ritorno alle piazze sudice e malsane è sempre stata la vera vocazione del rock, la cornice ideale, la propria raison d’etre , la stessa sopravvivenza. Questa volta ancora più viscerale, il rock assorbe tutte le istanze sociali, dal degrado al disagio giovanile i temi cari al popolo giovanile del rock, e li rappresenta nella maniera più consona.
D’altra parte non si chiede altro al rock se non essere se stesso.
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I brani o intere opere scippate alla musica classica o semplicemente rielaborazioni o citazioni più o meno consapevoli è piena la storia della musica rock. D’ altra parte è inevitabile che la musica finisca sempre per confrontarsi senza distinzioni, persino somigliarsi. Naturalmente il momento più stretto di avvicinamento tra i due generi è stato il periodo che va dalla fine degli anni sessanta alla fine dei settanta poiché fu quello il momento in cui nel rock prese vita la consapevolezza di suonare un tipo di musica più adulta, ragionata con criteri moderni, evoluta. Grazie anche all’invenzione dei nuovi strumenti musicali elettronici come il mellotron e i vari sintetizzatori che presero piede verso la fine dei sessanta in Inghilterra soprattutto,i musicisti rock più esposti alla contaminazione presero la decisione di “progredire” la propria musica su piani più meditativi ed elaborati, fornendo in tal modo la creazione di un ibrido musicale senza più costrizioni stilistiche confrontando le proprie idee soprattutto con la musica classica, non sempre con il rispetto dovuto, provocando la protesta dell’elite classica non disponibile per ovvie ragioni ad accogliere intrusioni nel loro campo ovattato né tantomeno a confrontarsi con quella teppaglia insulsa e arrogante che per motivi inspiegabili un bel momento ha deciso di abbattere ogni barriera senza mai riuscirci.
Do qualche cenno del cammino della musica “altra” quella che ha rubato alla classica metodo e arie per i propri bisogni stilistici. Gli Aphrodite’s Child nel 1968 pubblicano il loro secondo singolo dal titolo Rain and Tears, il tema del brano, arrangiato da V. Papathanassiou, leader del gruppo greco, è preso da un’aria del Canone di Pachelbel del XVII secolo, per clavicembalo e violino. Il pezzo avrà un buon successo.
Il gruppo inglese THE NICE adatta e rifà Bach e Sibelius con una disinvoltura tale da far gridare allo scandalo il mondo accademico della musica colta. Il protagonista blasfemo principale è Keith Emerson che di lì a poco formerà insieme a Greg Lake e Carl Palmer la famosa band che porta i loro nomi, continuando su questa linea di adattamento di famose arie di musica classica. Inoltre i Nice sono pure responsabili di un personale adattamento del celebre tema di Leonard Bernstein, America tratto dall’opera West Side Story.
Emerson Lake & Palmer si spingono sino ad adattare una famosa opera di Modest Mussorgkji, Pictures At An Exhibition, in cui si alternano alle partiture originali del maestro russo spunti musicali del gruppo in un perfetto equilibrio che rasente il miracolo. Lo stesso fanno con Fantasia para un gentilhombre di Joaquin Rodrigo, noto strumentale inserito nel 1978 in un album poco fortunato ( Love Beach ). Senza dimenticare che lo stesso gruppo prende spunto dalla toccata e fuga in fa maggiore BWV 540 di J.S.Bach per arricchire le partiture del loro album Tarkus qualche anno prima. Chiudiamo con il Bolero di M.Ravel ( Abandon’s Bolero )presente nell’album Trilogy, considerato il loro lavoro più compiuto, che il famoso trio elabora sulla scorta di un progetto a schema che sarà il tema conduttore dell’intero progetto. Lo stesso dicasi per il canto liturgico del poeta William Blake, Jerusalem, in apertura del album Brain Salad Surgery del 1974, che ha chiaro l’ incedere barocco.
Altre curiosità possono essere per esempio il brano A Whiter Shade of Pale dei Procol Harum del 1967, brano conosciutissimo in tutto il mondo, che altro non è che l’adattamento suite per orchestra n. 3 di Bach, nota anche col titolo Arie sulle mie corde. Come si può notare il buon J.S.Bach è il musicista classico più gettonato e  usurpato e questo può dirla lunga sui legami concettuali tra musica rock e classica.
Naturalmente ci sarebbero tanti altre citazioni da fornire ma occorrerebbe scrivere un intero libro per meglio focalizzare il fenomeno, tuttavia ricordo in corsa che i Deep Purple hanno scritto un intero lavoro sul rapporto tra gruppo rock e orchestra nella fattispecie con la Royal Philarmonica Orchestra, peraltro privo di successo ; i New Trolls hanno fatto altrettanti tirando per i capelli Antonio Vivaldi nel famoso Concerto Grosso, lo stesso hanno fatto più o meno tanti altri gruppi prog italiani, (il Rovescio della Medaglia  Contaminazioni per esempio, sulla scia del progetto affine a quello dei New Trolls ) e tanti altri.  
                                                                                                                 LUIGI CIAVARELLA                                                                                     




venerdì 3 maggio 2013

LA SCOMPARSA DI FILIPPO PIRRO.

E’ scomparso il pittore, scultore e poeta FILIPPO PIRRO uno dei maggiori protagonisti della cultura cittadina e dell’intero mezzogiorno. Aveva 69 anni e da tempo era malato.

 
                                                             di LUIGI CIAVARELLA 

Non conoscevo Filippo Pirro di persona prima che il grande artista non assumesse la decisione di passare alla poesia in un momento in cui anch’io ero attivo su quel fronte, senza abbandonare per questo l’arte pittorica e scultorea. 
Erano gli inizi degli anni ottanta e la notizia di questa sua decisione, evidentemente dettata da urgenze creative in continuità con la sua arte, non mi colpì più di tanto poiché avevo sempre visto la sua arte come una trasposizione altamente poetica. 
Una sensibilità in cui era forte il richiamo all’arte poetica per tutte quelle sfumature, quei particolari e quelle sovrapposizioni intelligenti e colorate che resero famosa la sua arte non solo da queste parti ma in tutto il mezzogiorno e oltre.
Quando mi disse che aveva pronto un’opera poetica lo indirizzai subito verso la mia associazione culturale di riferimento, La Vallisa di Bari, diretta dal suo fondatore e mio amico carissimo Daniele Giancane, all’epoca una delle punte intellettuali più avanzate della ricerca poetica in Puglia.
L’opera ha per titolo “ La casa del bosco”, pubblicato nel 1982 con prefazione di Joseph Tusiani, che tenne a battesimo la sua opera prima dove Filippo ci informa subito che trattasi di poesie scritte nell’arco di 12 anni (1969-1981) e questo non può che confermare il sospetto che poeta lo sia sempre stato anche se lo ha manifestato tardivamente.
Due forme d’arte complementare come d’altronde sottolinea Joseph Tusiani nell’introduzione al libretto citato, “trasferite verso un identico ideale o sogno artistico…” in un grumo di poesie altamente liriche che richiamano spesso la sua militanza nel mondo dell’arte senza più ormai distinzione di ruoli.
Il suo status di poeta viene alla ribalta in maniera naturale e saranno molti i premi che otterrà nelle varie edizioni letterarie sparse per tutta l’Italia nel corso degli anni e trovo del tutto ovvio che un poeta della sua statura riesca poi a creare quel luogo incantato che ogni poeta sogna, “il sentiero dell’anima” in cui si ripercorrono tracciati dove “… gruppi monumentali, statue in tecnica mista su basamenti di pietra, e, dipinti, sia in affresco che in murales….” fanno bella mostra nelle loro geometrie perfette e i loro silenzi ancestrali, quasi a dimostrazione dell’azione salutare dell’arte, in stretto rapporto con la natura circostante, che diventa a questo punto il centro del mondo nella sua sintesi più congeniale.
Arte e poesia come impegno di vita e come ricerca interiore: possono essere questi i basilari segni d’inizio di un dibattito intorno all’arte e l’opera di Filippo Pirro. Quei personaggi di pietra : contadini, emigranti, che hanno popolato e raccontato il suo e nostro immaginario sono li a testimoniare quando sia stata grande la sua sensibilità di artista e quale grave perdita abbia subito la cultura meridionale. 


Filippo Pirro davanti ad uno dei suoi capolavori che ornano il " sentiero dell'anima " di sua creazione.