sabato 9 dicembre 2017

DOMENICO A. CORIGLIANO IL MUSICISTA DI ORIGINE RIGNANESE DEL SETTECENTO.

Nativo di Rignano Garganico. vissuto artisticamente a Napoli e sepolto a Montecassino, il musicista Domenico A. Corigliano (1771-1838) è stato ricordato ieri sera nella Chiesa Matrice del suo paese nativo alla presenza del sindaco, autorità varie e di un numeroso pubblico. L'evento è stato organizzato e presentato da Salvatore Villani, noto etnomusicologo e ricercatore di musiche tradizionali, anch'egli di Rignano Garganico. L'accogliente ambiente della Chiesa Madre ha fatto da cornice ad un evento culturale di notevole spessore, coinvolgendo in questa celebrazione l'intera cittadina. Sono stati eseguiti alcuni brani del musicista, dalle cantatine ai duetti, su testi di Metastasio (Amor mio, Caro mio bene addio, La scusa, etc..). Protagonisti la soprano Paola Quagliata e il pianista Claudio Cirelli, che hanno esibito uno spettacolo di gran classe. Il musicista rignanese ha lasciato oltre 700 manoscritti, pubblicati da noti editori e divisi tra cantatine e Ariette. Lo stesso Salvatore Villani, come tenore, ha duettano in un brano ("Più non si trovano") con la Quagliata in uno dei momenti forse più emozionanti della serata. L'evento è stato promosso dal Centro Studi Pugliesi e patrocinato da vari enti.  
Luigi Ciavarella





da sin. : Salvatore Villani, Paola Quagliata, Claudio Cirelli.




domenica 26 novembre 2017

EVENTI ARTISTICI STORICI E MUSICALI IN PAESE.


In questi ultimi giorni stiamo assistendo ad un vero è proprio rilancio della cultura locale. E’ una consuetudine ormai radicata nel nostro paese quella di offrire un ventaglio di date d’interesse artistico culturale nelle settimane che precedono le festività natalizie. Quindi eventi come Arte, Letteratura, Musica e Storia, etc. investono la nostra cittadina di una attenzione particolare soprattutto in quegli ambienti più sensibili a questo genere di proposte. Con un elemento positivo in più da registrare riguardante l’inattesa presenza di un folto pubblico giovanile presente a qualche accadimento (sui temi attualissimi dei social o riguardo la figura di Pirandello, per esempio) che diventa così un motivo di speranza in termini di fiducia per il nostro avvenire. Un dato rilevante che va incoraggiato sopratutto a livello scolastico, come è avvenuto. 
Premesso ciò lo svolgimento delle manifestazioni ha avuto in alcuni imprescindibili appuntamenti il loro punto di forza come per esempio “La festa di santa Cecilia”, notoriamente patrona dei musici e intestataria della locale scuola di formazione musicale, a cui è stato dedicato un fitto calendario di manifestazioni musicali di prima grandezza. La festa di è svolta dal 18 al 22 novembre e ha coinvolto principalmente la chiesa di santa Chiara nel centralissimo corso principale del paese, debuttando con l’esecuzione, da parte del trio di chitarre Apulia Guitar Trio, delle Quattro stagioni di Vivaldi (18 novembre) per concludersi il 22 con “Una messa cantata dal Coro Polifonico Lauretano di Trinitapoli” (Organista Francesco Campagna). Nel mezzo un dibattito sui temi dei rapporti interscolastici tra musica e istituzioni (ecco che ritorna quanto già citato sopra) e, quello di cui ho avuto la fortuna di assistere, il Concerto del fisarmonicista Maurizio De Luca, virtuoso dello strumento, peraltro vincitore del concorso intestato a Tonino Lombardozzi, che ha portato a termine alcuni pezzi di musica classica che ci hanno letteralmente incantato per la grandezza della loro esecuzione. Dalle musiche di Frescobaldi a Elgar passando per Kazakov (Una sonata proveniente da un tema popolare russo) e Elgar fino a Candotti e Scarlatti, etc. il giovane musicista friulano ha dato prova di possedere una formazione musicale a dir poco stupefacente.
L’evento storico di maggiore interesse è stato senza dubbio la pubblicazione e la relativa presentazione avvenuta il 17 novembre nell’Auditorium della Biblioteca comunale del libro di fresca sortita di Michele Galante dal titolo “Il Movimento Socialista a San Marco in Lamis”, contenente molti spunti d’interesse per la conoscenza di una parte della nostra storia vista dal punto di vista dei movimenti socialisti in paese. Vi hanno presenziato, oltre all’Autore, peraltro  storico di chiara fama, anche due autorevoli studiosi del ramo come il prof. Adolfo Pepe, direttore della Fondazione Di Vittorio, e Franco Bolgia ex vice presidente della Regione Puglia. Il tutto coordinato da Geppe Inserra, noto giornalista e blogger (Lettere Meridiane). Sul racconto della serata si sono già espressi noti articolisti della stampa locale dilungandosi in particolari a cui rimando (Apollonio e Del Vecchio, quest’ultimo noto socialista della prima ora). Aggiungo soltanto che la sala era gremita di vecchi e nuovi socialisti, ex comunisti e uomini di sinistra, quasi una rimpatriata per testimoniare il ruolo importante che ha svolto il movimento socialista nel campo dei diritti del lavoro e della storia del mezzogiorno. Il libro di Michele Galante ripercorre, con dati e ricchi particolari, 75 anni di storia del movimento arrestandosi alla soglia dei ‘70 poiché, come ha spiegato l’Autore, dopo quella data “c’è stato un suo coinvolgimento diretto nella vita politica del Paese”.
Tra gli altri eventi in programma vi è uno in particolare che ci conduce dritto nel cuore dell’attività formativa/creativa del locale “Freak” di Artefacendo. Il laboratorio, notoriamente molto attivo su questi versanti, propone una Mostra d’Arte di Matteo Nardella dal titolo “Attraverso il segno” che ci apre uno scenario dark, oscuro e persino ossessivo attraverso immagini che configurano una umanità dai contorni inquietanti rappresentata da figure alate, indefinite, ibride, incise con china quasi a voler dar loro maggior risalto rappresentando una metafora surreale dei nostri tempi difficili. “un processo di ridefinizione perenne, volto al superamento della dualità archetipica e radicale”, come ha scritto giustamente Giuliana Schiavone nell’introduzione alla sua Opera. Accanto a questi soggetti anche paesaggi classici del nostro paese incisi con la stessa tecnica. Il giovane Artista sammarchese (è nato nell'’88) possiede un ricco carnet di riconoscimenti e premi importanti ottenuti in vari luoghi italiani ed esteri. La Mostra si protrarrà sino al 16 dicembre.
Luigi Ciavarella

Maurizio De Luca (a sin. il M° Claudio Bonfitto)

Opere di Matteo Nardella (Artefacendo)


      

martedì 14 novembre 2017

LIVE SHOW DI CLAUDIO SIMONETTI'S GLOBLIN

Il live show dei CLAUDIO SIMONETTI'S GOBLIN arriva a Foggia il 9 dicembre, presso la SALA KARISMA in corso del mezzogiorno 35, lo spettacolo prevede oltre allo show completo dei Goblin,  la proiezione delle immagini di tutti gli spezzoni dei film durante l'esecuzione delle varie colonne sonore che hanno fatto la storia dei film horror di Dario Argento e di tutti i maggiori registi mondiali del genere.
Con il 40ennale di SUSPIRIA si festeggerà anche il 5° anniversario del METAL CIRCUS, festival che e' ormai la "certezza invernale foggiana"  per tutti gli amanti della musica rock e metal.
Oltre ai GOBLIN, si alterneranno sul palco anche i finlandesi ARCHGOAT, i maltesi MARTYRIUM, i romani LECTERN, i torinesi HAZE ILLUMINA ed i foggiani BIFROST.
Inoltre ad inizio serata sarà proiettato il docufilm SIMONETTI PROJECT, documentario sulla storia e le opere di CLAUDIO SIMONETTI.
INGRESSO 20 EURO
LA LOCATION HA POSTI LIMITATI E QUINDI SI CONSIGLIA VIVAMENTE DI MUNIRSI DI PREVENDITA.
Per ulteriori info:
https://www.facebook.com/events/693245044215270

domenica 12 novembre 2017

Come è nato il CDBOOK Vecchio Stile

Presentato in anteprima a Rignano Garganico, suo paese natale, il 21 ottobre c.a. presso il Teatro ex Purgatorio il Cd Book “Vecchio Stile, dell’etnomusicologo Salvatore Villani. Riportiamo qui di seguito il racconto dell’Autore con il quale  ripercorre tutti i passaggi che lo hanno portato a produrre questo importante lavoro di recupero delle tradizioni popolari e folkoristiche della nostra bella terra di Gargano. Progetto iniziato nel 1977 (“Il suo originale percorso di riproposta della musica popolare”)  con la nascita del gruppo “Vecchio Stile” e proseguito poi, su altre distanze, con altre formazioni nel corso degli anni successivi. L’inevitabile incontro con la pizzica salentina fa da sfondo a questo lavoro, con cui la nostra tarantella garganica si confronta, in maniera produttiva, genuina e funzionale, ad un discorso più ampio di corrispondenza (e integrazione) tra le varie voci che attraversano l’universo folk della Regione, fornendo a Salvatore Villani il pretesto per arricchire e allargare nel contempo gli spazi della sua ricerca. Hanno contribuito alla realizzazione del compact (a cui è allegata una ricca documentazione) i nostri Ciro Iannacone, nel cui Studio sono state effettuate le registrazioni, e Teo Ciavarella venuto da Bologna. Il risultato è notevole e lo possiamo leggere qui sotto direttamente dalla sua viva voce- testimonianza. (Luigi Ciavarella).
di Salvatore Villani

Genesi.
Non ho mai pensato di fare un disco di riproposta della musica di tradizione orale. L'ho suonata sin da piccolo nelle feste paesane e ancora adesso lo faccio. Credo che questa musica, tranne i protagonisti della tradizione che abbiamo dovuto registrare perché quel patrimonio di tradizione orale non andasse perduto, debba esprimersi nell'Hic et nunc, come lo è sempre stato: musica funzionale al rito. Agli inizi degli anni Novanta a Bologna assieme a Salvatore Sansone e Fabio Tricomi abbiamo messo su un trio per fare dei concerti di musica tradizionale italiana, dopo quattro o cinque prove ci siamo accorti che avevamo altri impegni artistici e così abbiamo desistito. Nel 1998, durante la venuta di Giovanna Marini sul Gargano per la Settima Santa, con cento allievi circa di Testaccio di Roma e della Paris-VIII, in cui li guidavo nei viaggi della sonosfera garganica_Vico del Gargano_Ischitella_Carpino_San Giovanni Rotondo e Peschici, facevo delle conferenze e mi comportavo da serio etnomusicologo, una sera, al rientro dalle processioni, dopo cena, alcuni allievi di Giovanna mi chiesero di eseguire qualche tarantella del Gargano. Giovanna era con noi e la vidi meravigliata nel guardarmi con una espressione quasi di rimprovero. Finita l'esecuzione mi disse: "A Sarvatò, ma invece de fa sempre sti dischi di ricerca di vecchietti, ma perché non fai un disco con la tua voce?". Io mi sono scusato con Giovanna, dicendole che ero solo un ripropositore e che finché i vecchi suonatori erano vivi, non avrei mai fatto un disco di riproposta con la loro musica. Ci siamo incontrati tempo dopo e mi chiedeva sempre la stessa cosa. Questo è stato il "La" che ha dato avvio al CD Vecchio Stile. Gestazione Nel 2002 ho messo su il gruppo 'I cantatori del Gargano' con alcuni musicisti di altri paesi del Promontorio e ho cominciato a registrare alcune tracce, soprattutto dal vivo. La cosa però non funzionava. Nel 2005 ho fondato un nuovo gruppo 'Li Ariarule"_I lavoratori dell'aia, con l'idea di registrare, con più sistematicità, brani di quasi tutti i paesi del Gargano da inserire nel CD. Intanto i miei amici e maestri stavano scomparendo: Matteo Salvatore-2005; Andrea Sacco-2006; Antonio Maccarone-2008. Nel 2007, Giovanna è ritornata sul Gargano con gli allievi di Testaccio, nei suoi viaggi di ricerca durante la Settimana Santa e mi ha ripetuto la stessa 'manfrina' riguardo al mio disco. Nel 2010 il disco era quasi pronto, ma non ero convinto né della qualità di registrazione, né dei musicisti che mi accompagnavano. Sciolto il gruppo Ariarule, nel maggio del 2010 mi chiamò Gastone Petrucci della Macina: voleva che gli mandassi un brano mio originale per ricordare Alberto Cesa, appena scomparso. Doveva essere un doppio CD, con altri musicisti e cantanti, come Giovanna Marini, Claudio Lolli, Riccardo Tesi, etc., mai uscito. Dopo aver scritto il brano Amico Giorgio, chiesi al mio parrucchiere, Gennaro Sassano di San Marco in Lamis, se era a conoscenza di qualcuno che poteva registrarmi la canzone scritta a maggio. Mi parlò di Ciro Iannacone, famoso in zona come cantautore. Lo contattai e, dopo avergli illustrato il mio progetto, Ciro mi disse perentorio: "Sci"_si, in lingua sammarchese. Così cominciammo a registrare la canzone Amico Giorgio. Teo Ciavarella scese appositamente da Bologna per inserire il piano jazz e Georghios Charalampidis da Bergamo con il suo bouzuki. Dopo un paio di mesi il brano era pronto e lo spedìi a Gastone. Nel frattempo, proposi a Ciro di registrami un intero CD da sottoporre alla Marini. Dopo aver contattato Massimiliano Morabito per registrare la famosa pizzica-pizzica, che avevo utilizzato come titolo per un mio spettacolo del 2010 "La pizzica-pizzica dal Gargano al Salento", in cui mi propose la voce e il tamburello di Giancarlo Paglialunga e il formidabile mandolinista Mauro Semeraro di Ostuni, alla fine del 2012 il CD era pronto. Mi serviva come sottofondo sonoro da far ascoltare durante i miei concerti, conferenze e workshops nelle Università degli STATI UNITI. Tornato dagli States, con Ciro rivedemmo le tracce che non funzionavano e così ci siamo rimessi a lavorare. Nel 2015, con le tracce registrate in momenti conviviali, con Giovanna Marini, Giovanna Stifani, le Cantatrici di Ischitella e i Cantori di Mattinata, il lavoro era completo. Nel 2013 lo denominai "Vecchio Stile. Quarant'anni di Folk", ora assumeva, invece, il sottotitolo, scelto dal produttore discografico, tra tre da me proposti: "Vecchio Stile. La pizzica-pizzica dal Gargano al Salento", per le 'incursioni' salentine, come dice il mio amico Vincenzo Santoro, e per esser stato il mio spettacolo del 2010, che conteneva una presenza più massiccia di brani del Salento. Uscita Nel settembre del 2015 trovandomi a Bari con il CarpinoFolkFestival, in cui si esibiva anche l'orchestra della Notte della Taranta, incontrai Gigi Chiriatti, direttore artistico dell'evento salentino, e gli chiesi se era interessato a pubblicare il mio lavoro. Ne era entusiasta. Ci furono dei pre-accordi con il figlio Giovanni, perché volevano partecipare con il mio CD al bando PugliaSound. A gennaio del 2016, Benito Ripoli, presidente della FITP_Federazione Italiana Tradizioni Popolari_, mi passò al telefono Gigi, il quale mi disse che il progetto con PugliaSound non era passato. Demoralizzato, lasciai nel cassetto il mio CD. Ciro ogni tanto mi chiamava, per invogliarmi a non lasciar perdere il lavoro così tanto sudato da parte di entrambi. Agli inizi di giugno del 2017, dopo l'ennesima chiamata di Ciro, che si era anche proposto di aiutarmi economicamente, Teo Ciavarella e la sollecitazione di Giovanna Marini, e anche in occasione dei quarant'anni di fondazione del mio gruppo Vecchio Stile, telefonai all'amico Valter Colle di Udine, editore e produttore discografico. Valter, dopo aver ascoltato alcune tracce, si è mostrato subito disponibile a produrre il mio CDBOOK 'Vecchio Stile'. Si è messo a lavorare di gran lena, avendo preso a cuore questo mio progetto, in cui racconto la mia storia musicale dagli esordi, e alla fine di agosto il mio CD, o come mi ha detto per telefono Giovanna Marini_"il nostro CD", ha visto finalmente la luce. Ringrazio tutti gli amici musicisti compresi in questo viaggio sonoro, alquanto articolato e complesso, per avermi assecondato nella realizzazione di questo sogno.
Finis Laus Deo! Sal_gravettiano_illirico_dauno_garganico

Salvatore Villani


mercoledì 25 ottobre 2017

NICK DRAKE E IL CANE DAGLI OCCHI NERI

Il 25 di novembre del 1974 moriva Nick Drake, uno dei cantautori più malinconici e introversi che la scena folk britannica ricordi. Ripubblico per l’occasione un ricordo che allora scrissi per Music’Arte.   

Nick Drake ci lasciò tre album, pubblicati tra il 1969 e il 1972 dalla Island Records di Londra, tutti avvolti da un sottile strato di desolazione emotiva e da una forte inquietudine interiore a tratti persino disperata.
Da Five Leaves Left a Pink Moon, con in mezzo il suo capolavoro Bryter Layter, il gracile cantautore inglese disegna un archetipo scarno ed essenziale in cui riversa la sua idea di comunicazione col mondo attraverso la scrittura di  vere e proprie liriche vestite con arpeggi di chitarra acustica. Ha un modo strano di suonare la chitarra, accordi di sua invenzione e una tipologia di suono sempre differente in rapporto alla canzone, faranno di lui un precursore ma limiteranno anche la sua azione espositiva durante i pochi concerti effettuati in quanto ogni brano abbisognava di una accordatura diversa di chitarra. A queste difficoltà oggettive si aggiunga una indole timida e melanconica che, se da un lato gli riservano una nicchia da personaggio cult, non lo aiutano al contempo ad emergere dalle secche del suo ambiente segregato, prigioniero com’è del suo ruolo di outsider fuori dai veicoli promozionali che lo show business impone.
Nick Drake ha scritto bellissime canzoni distribuite in quattro album ufficiali di cui uno postumo, il significativo Time of no Reply, poi finiti a completare il cofanetto definitivo Fruit Tree del 1979. Non vi sono altri documenti proveniente dagli archivi della BBC o resoconti di concerti che attestino la sua partecipazione ad eventi live del periodo, il personaggio ha vissuto la sua vita artistica in una condizione di assoluta solitudine. Anzi i suoi dischi proprio per questa ragione non hanno venduto come avrebbero meritato. Di certo è mancato un veicolo promozionale adeguato da parte della Island, in quel periodo impegnata a sostenere altri artisti della scuderia,  tuttavia la sua indole, estranea allo show business, non ha favorito la pubblicità dei propri dischi attraverso le date dei concerti quasi inesistenti.
La mancanza di riscontri è stata la causa principale dell’insorgenza della sua malattia, la depressione, che lo accompagnerà sino alla morte, avvenuta in circostanze mai chiarite, nel sonno durante la notte del 25 novembre 1974.
Eppure ad ascoltarli oggi i suoi dischi non paiono avere tutto quel peso oppressivo che certa critica vuole attribuire ai suoi lavori. Se si esclude Pink Moon, l’album–testamento, pubblicato nel 1972, in cui si avvertono evidenti i morsi della sua malattia in brani scarni ed essenziali quasi fossero demo, pubblicati in solitudine in soli due giorni, i primi lavori conservano intatto un certo fascino versatile che ancora resiste nel tempo.
Il primo album, Five Leaves Left, del 1969, possiede un suono acustico leggero, autunnale, appena spolverato da leggerissima coltre orchestrale e percussioni appena percettibili quasi a non disturbare il senso lirico delle parole che Nick Drake canta con voce quasi sommessa, a tratti persino sussurrata. Lo accompagnano alcuni musicisti dei Fairport Convention, tra cui Ashley Huntings, colui che lo ha portato alla corte di Joe Boyd, il produttore principe del folk inglese, che in seguito si disinteresserà di lui, contribuendo suo malgrado ad accrescere il suo malessere interiore.
Il disco si rivela un totale insuccesso.
Il secondo, Bryter Layter, l’anno successivo, oppone un deciso passo avanti in termini di produzione. Gli interventi musicali si arricchiscono dei contributi di John Cale alla viola e al clavicembalo, presente in tutti i brani, dei Fairport Convention e si avvale della collaborazione di due pianisti d’estrazione jazz, Chris Mc Gregor e Paul Harris, oltre agli archi diretti da Robert Kirby che danno un tocco di perfezione all’intero lavoro.
Il lavoro apre con il suono struggente della viola di Cale e termina con Sunday, un brano orchestrale che odora d’autunno. In mezzo alcuni brani memorabili, dai ritmi quasi samba di Hazey Jane II, un piccolo hit mancato, ad una delle più belle canzoni di Drake, At The Chime of a City Clock . One of These Things First ha invece chiari ritmi latino–americani mentre una voce scarna e duttile copre i sottofondi orchestrali di Kirby nel brano Hazel Jane I. Dopo il brano strumentale che da il titolo all’album dal suono fresco e solare, gli ultimi brani sono il picco più alto dell’album : Poor boy
( “ nessuno sa/che freddo che fa/nessuno vede le mie ginocchia nude/a nessuno importa/delle mie scale ripide/nessuno mi sorride/….” ), lievi ritmi da samba appena sussurrati e un suono di chitarra pregno di pathos accompagnano frasi che sono i prodromi di una sofferenza annunciata, e Northern Sky, forte emotivamente, sempre puntellata dal pianoforte, altro hit mancato, “ Non ho mai provato una cosi incantevole magia/non ho mai visto lune capito il senso del mare/non ho mai accarezzato un’emozione con le mie mani/o sentito dolci brezze in cima agli alberi …. “, ultimi bagliori poetici crepuscolari prima dell’oscurità del male.
Dopo questo album, anch’esso poco fortunato, Nick Drake cadde in depressione e dopo un ultimo estremo tentativo (Pink Moon, 1972 album dai tratti spettrali e disperati ) ormai preda del suo male lascia Londra e torna a casa, da sua madre a Tanworth en Arden, nella campagna inglese.
Il cantautore che amava i cosiddetti poeti francesi maledetti e la musica di Van Morrison, muore durante la notte del 25 novembre 1974 all’età di 26 anni. Sul comodino il mito di Sisifo di Albert Camus, un libro sul malessere di vivere quasi una istigazione al suicidio e sul piatto del giradischi i concerti brandeburghesi di J.S.Bach.
Il cane dagli occhi neri era entrato nella sua camera quella notte d’autunno per portalo via con sé. Per sempre.
Nick Drake riposa nel piccolo cimitero di Tanworth en Arden all’ombra di una quercia accanto ai propri genitori, il padre Rodney e sua madre Molly, morta nel 1993.
Luigi Ciavarella






sabato 21 ottobre 2017

MANDEL’STAM ED EVTUSENKO, DUE POETI AGLI ANTIPODI.



Osip Mandel'stam (1891 - 1938)
Nella metà degli anni settanta ebbi la fortuna di fare la conoscenza, attraverso la lettura di due volumetti di poesie pubblicati dalla Garzanti, di Osip Mandel’stam ed Evgenij Evtusenko, due poeti russi del novecento. Due poeti dell’est europeo per formazione, stile e scrittura completamente opposti l’un l’altro. Il primo, ebreo di origine polacca, di Varsavia, subisce la persecuzione da parte del regime sovietico e scompare in un lager staliniano mentre l’altro, siberiano, brillante poeta, al contrario, viene ben tollerato dal regime nonostante le sue pungenti critiche al sistema. Anzi è persino celebrato per il suo talento. Due condizioni umane e letterarie agli antipodi per definizione. La prima, quella che ha prodotto Mandel’stam in una situazione di estremo disagio esistenziale, possiamo definirla una poesia neo classica per gli abbondanti riferimenti al passato che contiene; il secondo, Evtusenko, vissuto in una epoca successiva a quella di Mander’stam, possiede invece una scrittura ricca di nostalgico e disincantato lirismo, almeno durante la prima fase della sua attività letteraria, che lo condurrà ad essere identificato come una delle figure più prorompenti della nuova poesia sovietica post staliniana. Indubbiamente una delle più rappresentative, una notorietà che gli servirà per girare il mondo e intrecciare rapporti di amicizia con i maggiori scrittori occidentali.
Eppure Osip Mandel’stam (nato nel 1891) era stato negli anni venti del secolo scorso poeta brillante e autorevole. Le sue poesie, stilisticamente influenzate dal simbolismo-esistenzialismo, contrastano però con la giovane e dirompente poesia bolscevica dei Blok, degli Ivanov, etc. impegnati ad esaltare una scrittura di taglio ideologico/rivoluzionario, e questo mancato allineamento da parte del poeta d’origine polacco determinerà dapprima la persecuzione e in seguito l’internamento in Siberia. La sua indipendenza intellettiva e culturale gli sarà fatale. Infatti dal 1923 in poi il suo nome diventa tabù nell’Unione Sovietica bolscevica e le sue poesie subiscono un oscuramento totale. Morirà alla vigilia dello scoppio della seconda guerra mondiale a causa di una malattia non meglio specificata mentre le sue opere dovranno attendere gli anni del disgelo per ottenere il giusto e meritato riconoscimento.   
Di Evgenij Evtusenko (scomparso di recente) verranno ricordate sopratutte alcune poesie che hanno avuto il pregio di raccontare il passato nelle tante forme che lo hanno posseduto: bellezza, nostalgia e disincanto si incontrano in La stazione di Zimà che evoca paesaggi malinconici “… Amavo la tajgà, i campi e le montagne/e le silenziose case di Zimà”, un lungo poema che conserva il sapore del tempo immobile; oppure la toccante dedica rivolta a Babij Jar, (“Oggi mi sento Anna Frank/limpida come un ramo in aprile/E amo/A che servono le parole?”) la cittadina in cui, nel 1941, fu teatro di un tremendo eccidio compiuto dai tedeschi contro 70 mila ebrei accusati di avere dato fuoco al paese.
Due poeti che hanno incrociato la mia vita quasi casualmente in un periodo in cui tutte le parole di questo mondo avevano un senso e una speranza. E noi ne subivamo il fascino.
A cantare davvero/e in pienezza di cuore/finalmente/tutto il resto/scompare: non rimane/che spazio, stelle e voce.” (Osip Mandel’stam). Il lascito di un grande poeta del nostro novecento.
Luigi Ciavarella

Evgenji Evtusenko (1932 - 2017)

domenica 15 ottobre 2017

QUANDO LE POESIE D'AMORE SI LEGGEVANO NEI BACI PERUGINA.

Jacques Prevért (1900-1977)
PARIS AT NIGHT
Tre fiammiferi accesi uno per uno nella notte
Il primo per vederti tutto il viso
Il secondo per vederti gli occhi
L’ultimo per vedere la tua bocca
E tutto il buio per ricordarmi queste cose
Mentre ti stringo fra le braccia.
Jacques Prévert


Questa breve e famosa poesia che Jacques Prevért dedica alla sua città dell'anima, Parigi, rivolgendole parole d'amore struggenti quasi fosse una giovinetta innamorata, fu presa a pretesto, in un passato non molto lontano, da molti giovani per esternare i propri turbamenti d' amore verso la propria donna. Si trattava di tempi in cui l'amore era un sentimento vivo, sincero e condiviso, fatto di gesti e di sguardi languidi ma anche di passioni di carta profumata persino declamati dentro una confezione di cioccolatini, come molti della mia età ricorderanno. Si tratta dei famosi baci Perugina nella cui carta stagnola avvolgente di color bianco stellato per un certo lungo periodo veniva infilata una breve poesia che noi leggevamo con trepidante attesa lasciandoci trasportare dalla curiosità al punto di non capire più se compravamo i baci di cioccolato per la loro bontà oppure per scoprire nuovi versi d'amore da condividere con la nostra amata.
Luigi Ciavarella





lunedì 11 settembre 2017

LA MISURA DEL DOLORE.


Il dolore ci sorprende sempre. Ci sorprende sopratutto quando, in punta di piedi, sembra voglia sfiorarci per mandarci segnali, avvertirci dell’imminente mutazione di vita che sta per compiersi nel nostro corpo perché il dolore quando sopraggiunge modifica la nostra esistenza e il nostro comportamento, cambiando la nostra visione della vita. Il dolore ci appartiene. Non sempre unisce spesso allontana perché rapportarsi di fronte a questo stato di sofferenza può causare scompiglio all’interno di una relazione. Non tutti riescono a gestirlo, a volte esso devasta l’organismo e sconvolge i sensi determinando un cambiamento radicale in una persona. Sopportarlo non è affatto semplice men che mai ignorarlo. Neppure farselo amico è conveniente, renderlo umano, confidenziale, poiché il dolore è subdolo e ti colpisce quando credi di averlo soggiogato. Non è possibile vincere, distruggere, abbattere il dolore. Quando pensiamo di averlo sopraffatto ecco che ritorna più forte di prima, invincibile te lo ritrovi sottopelle vittorioso e trionfante, condizionando ancora di più la vita del posseduto quasi con scherno. Vincere il male è soltanto una pura illusione. Lui è il padrone della nostra vita e dispone di noi come vuole. Esso ci costringe a combatterlo. Illusi qual siamo pensiamo di vincerlo con i medicinali ma spesso quando pensiamo di averlo sconfitto ecco che riappare ancora più forte di prima. E temiamo che voglia vendicarsi per averlo sottostimato pensando che una semplice puntura potesse fermarlo, tenerlo a distanza o addirittura ucciderlo. Che ingenui siamo stati a credere che un farmaco possa annientare un avversario così temibile, che conosce ogni angolo del tuo corpo, ogni anfratto di te. Che ti ha visto nascere, crescere poiché è vissuto sempre dentro di te e con te, ha visto mentre ti illudevi di vivere la tua bella giovinezza senza mai immaginare minimamente che un giorno l’avresti incontrato e quando ciò sarebbe accaduto avresti subito pensato, come tutti pensano a quella età di adolescente, che il dolore dell’anima si può sconfiggere con facilità. Ma mentre tu minimizzi la forza di questo dolore nel frattempo lui si autoimmune, usa tattiche nuove, si prepara ad una contromossa efficace, si concentra per studiare nei minimi dettagli i punti deboli dove poterti colpire. Pensa astutamente a quel giorno in cui tu sarai debole, malato, distratto, per insidiarsi nel cervello e condurti alla esasperazione. 
Ma se volessimo darle un volto che immagine avrebbe il dolore? Quali sembianze avrebbe un simile spregevole personaggio semmai avesse una forma umana? O meglio se avesse sembianze di una bestia immonda poiché di ciò si tratta: di una mostruosità indefinita, mitologica, fantasiosa, bizzarra che incute paura, terrore. E se fosse invece un demone minuscolo al punto da introdursi dentro la tua carne, nelle profondità delle viscere, dentro il proprio cervello? Un essere animato dal rancore come se si trattasse di un microbo dispettoso, un altezzoso e superbo puntino infinitesimale che non ha neppure una visibilità definita ma che si diverte a guardarti soffrire quasi con piacere sadico. Un demone persino armonioso che si diverte a torturarti poiché si prende gioco di te offrendoti l’opportunità di giocare con il tuo stato di sofferenza, ti offre una chance di salvezza e crudelmente di fornisce anche le carte con cui dovrai batterti con lui, insegnarti le regole del gioco senza mai rivelarti del tutto la soluzione. Un gioco beffardo con cui non hai scampo. In qualunque posizioni ti poni perdi sempre. Il diabolico gioco custodisce il segreto della resa come metafora di cui non nutriamo alcuna speranza di svelarne la natura. Eppure, testardi, non rinunciamo a combatterlo; seppure, con un filo di voce, gridiamo la nostra libertà pur sapendo quanto sia difficile una vittoria in campo avverso. Nonostante proviamo a inventarci ogni rimedio con lo scopo di annientarlo, colpirlo, ridurlo al silenzio perpetuo siamo costretti ad arrenderci di fronte all’evidenza. Ci riusciremo mai? Una triste verità che può condurci alla follia poiché quando il fluido infetto è già penetrato nel tuo organismo indifeso, quando i suoi tentacoli, come liquido che viene riversato nell’ incavo di un tronco, hanno conquistato ogni parte di te e ciascuna cellula si è sottoposta alla legge del nuovo padrone, allora non ha più senso avere più ragione del male. Vi sopraggiunge la morte che aggiusta ogni cosa.
11/09/2017

                                                                                                                                                         Luigi Ciavarella

mercoledì 6 settembre 2017

IL RITORNO DELLA PATTUGLIA COSMICA

Dopo circa 20 anni di dispersione nello spazio siderale, La Pattuglia Cosmica ritorna sul pianeta Mondo per tormentare il vostro psicolabile equilibrio acustico con un live reunion al Freak di San Marco in Lamis. (Villetta comunale, Artefacendo).


LA PATTUGLIA COSMICA
Mitica Formazione Indie PoP provinciale degli anni '90.
Garganauti di San Marco in Lamis alla conquista di dinamiche interstellari... almeno ci hanno provato!!!

Dopo circa 22 anni dalla sua trasmigrazione terrestre, Antonio Giuliani, Uraniano di nascita e costretto a trasferirsi sulla Terra per urgenze lavorative familiari, decide di darsi alla musica storpiata per dimostrare la sua innata incapacita assoluta di essere un musicista. La prima formazione de La Pattuglia Cosmica è datata 1995 in triade Basso-Chitarra-Batteria con privilegio a generi musicale Outtakes come il Garage Surf. Nel Marzo del 1997 si aggiunge al gruppo Claudio Ciavarella con il suo Basso lasciando ad Angelo Gualano (primordiale bassista) il ruolo di primo chitarrista. Intanto Pasquale Villani decide di diventare batterista a tutti gli effetti e costruirsi di sana pianta percussioni e accessori per una sottomarca di batteria iperusata ispirandosi ad un nostro eroe della Creatività Bricolage Fai-da-Te: McGyver. Si cambia radicalmente genere passando ad un Marcio Pop con testi in italiano al limite del surreale con citazioni e riferimenti allo Sci-fi, al postmodernismo, ai fumetti, al nulla. Nell’estate del 1997 registrano un Demo-Tape con una dozzina di brani interamente scritti da Antonio Giuliani (voce e chitarra rumorosissima!!!) grazie all’assistenza tecnica di un mixer valvolare del ’73 e 3 microfoni da 8.500 lire l’uno (oggi circa 4 euro!!!) creando un nuovo stile di produzione discografica: il
NO-FI!!!


Tu, mortale terrestre... accorri numeroso!!!

ATTENZIONE: l'eventuale maltrattamento delle chitarre durante lo show potrebbe urtare la sensibilità dei veri musicisti presenti

Il live sarà in diretta video sulla pagina Facebook di Arci Radioattiva
https://www.facebook.com/arci.radioattiva/

Membri del gruppo
La Pattuglia Cosmica è pilotata da:
ANTONIO GIULIANI: Stonature, Grattugia elettrica, Campioni e Synth 
ANGELO GUALANO: L'Altra Chitarra, Quella Predisposta Per Gli assoli
CLAUDIO CIAVARELLA: Benemerito Bassista
PASQUALE VILLANI: Batteria, Percussioni, Buatte, Stoviglie, MotoPig, Gin Tonic

Per scaricare i brani de La Pattuglia Cosmica 
http://www.mediafire.com/?r4g5ygi3sam875x
·                         Ingresso gratuito


(Redazione)

venerdì 1 settembre 2017

IL CANTAUTORE MICHELE GIULIANI IN ARTE MIKALETT.


Mikalett durante la registrazione di un brano di Gianni Morandi, suo idolo. 
Di Michele Giuliani, per tutti semplicemente Mikalett, possiamo dire tutto lo scibile possibile poiché in ambito artistico ha toccato ogni sfera d’interesse. Dalla canzone, al teatro dialettale, alla scrittura sino al ballo come attività ludica, senza contare la sua capacità di promozione in campo turistico (e in passato persino dirigente sportivo), il vulcanico Mikalett è riuscito a raggiungere un vasto campo di passioni che lo hanno portato ad essere considerato una delle figure più popolari del nostro paese.
Dal punto di vista canoro, sicuramente l’aspetto più interessante del suo profilo artistico, Mikalett, come cantautore, ha scritto e spesso pubblicato un buon numero di canzoni disperse tra audio cassette, vinili e compact disc, con testi e musica che spesso hanno fatto riferimento, per stile e contenuti, agli anni sessanta, ritenuto il periodo d’oro della canzone italiana di cui ancora oggi si ricordano i molti successi rimasti nel cuore e nella mente di tutti, soprattutto per quelli della nostra generazione e di cui Mikalett è stato fedele testimone.
Tra questi ausili anche una intera audiocassetta (dal titolo “Ballata per due briganti”), passata in seguito in digitale, in cui egli racconta, con il piglio genuino del cantastorie, le vicende terrene di due noti briganti del nostro paese, Lu Zambre e Orecchiomuzzo, attraverso due lunghe canzoni eseguite con un taglio narrativo molto seducente e un accompagnamento musicale di supporto, da parte di Angelo e Teo Ciavarella, altrettanto intrigante. Possiamo considerarla questa una esperienza pressoché unica nel nostro panorama canoro. Praticamente Mikalett è stato il solo a prendersi cura di un episodio della nostra storia dimenticata per trasferirla in musica, entrando così d’impeto nel cuore della vicenda, che possiede tratti eroici e romantici, per darle infine tutta la dignità che merita.
Naturalmente prima di questa esperienza ha dovuto fare i conti col suo tempo quando il mondo della canzone italiana funzionava in vinile. Infatti sono proprio due 45 giri, usciti a distanza di un anno l’uno dall’altro, nella metà degli anni settanta, a rivelare al paese le virtù artistiche del cantautore Mikalett. Si tratta di brani leggeri che esprimono sentimenti semplici come era d’uso in quei tempi, sempre rivolto al passato decennio che lui non ha mai fatto mistero di appartenere.
Dei due 45 giri sono rimasti soltanto pochi ricordi che il tempo ha fissato in una dimensione nostalgica. Alcune audiocassette fanno da apripista al suo debutto in digitale che avviene nel 2007 quando pubblica il CD “Mondo di sempre”. Si tratta di alcuni brani che, seppure in una forma grezza, vi appaiono per la prima volta. Del mazzo va soprattutto ricordato il brano “Sante Marche mia”, registrato con la collaborazione tecnica di Teo Ciavarella, ripreso in grande stile nell’album che egli pubblica nel 2011 dal titolo “Tutto mi appartiene”. La traccia, arrangiata magnificamente da alcuni musicisti del posto, troverà ascolto e avrà un successo incredibile diventando col tempo un po' il suo marchio doc. Ma ritornando al primo CD esso viene pubblicato nel 2007 e rappresenta per Mikalett il primo approccio alla realizzazione di un’opera nuova ed originale. Con i contributi determinanti di Ciro Iannacone alle consolle e la partecipazione di un pugno di musicisti del luogo, il cantautore sammarchese realizza finalmente il suo primo lavoro di lunga durata. Per la prima volta un brano, che peraltro da il titolo all’album, è scritto in tandem con Luigi Ciavarella, Autore del testo, mentre i restanti brani sono tutti di sua composizione. Lo stesso avviene con il successivo “Tutto mi appartiene” anche se questa volta gli interventi al testo del Ciavarella riguardano due canzoni, di cui una in particolare si riallaccia, per i contenuti espressi, al suo passato più esposto all’impegno civile (“Finalmente abbiamo visto il mare”). Nell’album trovano posto anche un paio di covers, dediche affettuose rivolte a due grandi cantautori di San Marco in Lamis, Tonino Rispoli e Maestro Tackis (Luigi Soccio).
Da aggiungere anche una raccolta di canzoni di Gianni Morandi come segno d' affetto nei confronti del suo idolo di sempre (“Senza perdere un attimo di tenerezza”) che chiude, per il momento, la sua attività cantautorale. Il rapporto avuto con la canzone di Gianni Morandi è sempre stato una costante della sua vita artistica.    
L’aspetto musicale è la parte più rilevante del personaggio ma accanto a ciò Mikalett ha prodotto, come si accennava nell’incipit, anche altre cose. Ma questa è un un' altra pagina.  
Asmodeus Rex  



Una recente immagine del cantautore garganico.
             

mercoledì 30 agosto 2017

LA GIORNATA DELLA MEMORIA E IL RISORGIMENTO: CHE ITALIA SI VUOLE, ANCORA "IGNORANTE"?

Dal "Mattino" di Napoli di ieri, 29 agosto 2017)


di Gigi Di Fiore

Sarà stato il caldo, sarà stato il clima vacanziero, ma per tutto il mese di agosto il dibattito sulla proposta del M5S di istituire una giornata per la memoria sulle vittime meridionali negli anni del Risorgimento ha impazzato, scatenando reazioni a non finire su più giornali. Il Mattino compreso, naturalmente. E allora, dopo averne lette davvero tante, ritorno sul tema, su cui sono già intervenuto proprio sulle pagine del Mattino il 12 agosto. Intervengo per tirare un piccolo bilancio personale su quanto letto in questi giorni.

Sulla giornata della memoria e il Risorgimento sono intervenuti a più non posso docenti di ruolo, ricercatori in cerca di ruolo, politici in stand by e politici in attività, lettori, editori, cultori del sapere, integrati dell’interpretazione storica (tanti) e apocalittici dissonanti o dubbiosi (pochi). Insomma, un dibattito a più voci ed esteso. Non sarà che tutta questa passione conferma come, sulla lettura del Risorgimento e delle sue storie, l’Italia dei particolarismi, dei corporativismi, dei sofismi, si divide ancora?
E' probabile e la ragione è evidente: tra i due miti fondanti (c'è anche la Resistenza) della costruzione politica chiamata Italia, il Risorgimento pone questioni ancora irrisolte a 156 anni dall’unificazione. Questioni e ferite aperte: il rapporto nord-sud, le diversità culturali tra le regioni che costituiscono la nostra nazione, le scelte politiche non omogenee tra le diverse aree, il rimpallo di accuse sulle responsabilità dell’arretratezza e delle difficoltà del Mezzogiorno. E si è capito che, su tutte queste questioni, la storia potrebbe fornire ancora un orientamento per capirne di più.
E allora andiamo con ordine, riavvolgendo il nastro dall'inizio.

In più regioni meridionali, i gruppi consiliari del M5S propongono di istituire una giornata per ricordare le vittime meridionali del processo di unificazione (le “annessioni” al Piemonte, come scriveva Cavour nelle sue lettere). Una provocazione, per tentare di riaprire un dibattito sulla storia e la memoria di quel periodo su cui, forse, la maggioranza degli italiani non ha idee chiare. Già, perché le nozioni (con molti vuoti di memoria per carità di patria) diffuse a scuola oggi non possono più bastare, in una nazione ormai matura dopo 156 anni, che ha bisogno di maggiore coinvolgimento e responsabilizzazione generale che solo una conoscenza reale - non ideologica né mitologica - sulle proprie origini può dare.
La proposta scatena il finimondo. Il “la” parte da alcuni docenti dell’Università di Bari, proprio la gloriosa accademia dove insegnò Tomaso Pedio che, da lassù, chissà come guarderà a questo dibattito. Ne sono seguiti decine di schioppettanti interventi su più giornali. Li ho riletti, scoprendo a freddo che molti risultano in fotocopia, noiosi copia e incolla, con argomenti ripetuti, tutti utilizzati per censurare la proposta del M5S. Perché la proposta è da bocciare? Perché la storia devono approfondirla gli storici patentati. E poi, si sa, del Risorgimento si conosce ormai già tutto e quel campionario di nozioni vengono ripetute all’Università, dove però su quegli anni le ricerche nuove sono davvero poche. Le più recenti, chissà perchè, sono nate da sollecitazioni e stimoli offerti da pubblicazioni divulgative. E allora - ci si potrebbe chiedere - se tutto è già noto e dibattuto, perché mantenere in vita cattedre di storia del Risorgimento? Mistero...
Ma ricapitoliamo le principali tesi ripetute in questi giorni.
1) Chi ha presentato la proposta è spinto da spirito neoborbonico, voglia di ritorno al passato in una sorta di leghismo di ritorno in salsa meridionale;
2) Lo Stato autonomo e indipendente delle Due Sicilie, riconosciuto da tutte le grandi potenze internazionali dell’epoca, era repressivo, cattivo, retrogrado, oscurantista, e aveva bisogno di essere cancellato (con annessione allo Stato del Piemonte, dove già esisteva un altro Sud: la Sardegna che si presentò all’unificazione senza neanche un metro di linea ferroviaria realizzata), per essere avviato alla civiltà e al progresso. Inutile interrogarsi su come fu esteso il progresso nelle regioni meridionali;
3) Viene fatto un uso politico della storia, guardando al passato in maniera strumentale e sfruttando le insoddisfazioni e i diffusi malcontenti nel Sud;
4) Bisogna guardare ai problemi di oggi, piuttosto che andare a rileggere la nostra storia. Argomento che fa un po’ a cazzotti con il precedente;
5) Assurdo discutere sugli ideali di quell’unificazione, come del progresso e della civilizzazione portati nel Mezzogiorno, liberato dai cattivi Borbone e finalmente degno, con i Savoia e la classe politica della destra cavouriana, di sedersi nel consesso internazionale del nascente capitalismo industriale. 
Insomma, per farla breve, tutto è chiaro sulla nostra identità e anche sulle frammentazioni della nostra nazione, perché quegli eventi sono ormai noti e metabolizzati in modo chiaro da tutti gli italiani, al nord come al sud e al centro. Tra gli italiani, non esistono più divisioni, né pregiudizi, né prevenzioni.

Un modo di ragionare, sintetizzato nei 5 argomenti principali estrapolati dagli interventi di questo mese, che fa a cazzotti con le finalità culturali di ricerca, apertura e confronto che dovrebbero essere proprie dell'accademia. La questione vera, oltre le formulette e il tifo da stadio (Borbone-Savoia; Garibaldi-Crocco) che non mi ha mai appassionato, è che non si tratta di tornare indietro, non si tratta di idolatrare i Borbone, ma di capire come e quanto le scelte politiche-economiche-militari-sociali post-unitarie segnarono il Sud, quanto su quelle scelte sia stata responsabile la classe dirigente meridionale, quante lacerazioni si crearono con la rivolta contadina chiamata brigantaggio, quanto gli italiani conoscano realmente della loro unificazione oltre le mitizzazioni e le storielle interessate.
Insomma, per concluderla, quanto sono ancora oggi vicini o lontani agli italiani di Bolzano con quelli di Canicattì? Non credo siano questioni chiuse, né da bestemmia eretica. Nessuna lesa maestà al sapere e alle competenze degli storici. Allargare il confronto, la conoscenza anche tra non iniziati e anche fuori dal chiuso di limitate cattedrali del sapere è vero esercizio di democrazia e arricchimento delle coscienze.

Forse c'è chi auspica, invece, italiani sempre più distanti tra loro, frammentati, disinformati, estranei all'approfondimento della loro storia più importante: quella che portò le subnazioni della penisola a diventare un corpo unico politico. E' la vera differenza, fondamentale, tra il Risorgimento e altri periodi della storia italiana. La svolta della nostra storia contemporanea. E, su questo, mi appare sempre più emblematico l’aneddoto ricordato da Mario Martone nel corso del dibattito, quando ha raccontato di aver incontrato persone convinte che Garibaldi fosse stato ferito all’Aspromonte nel 1862 non dai soldati italiani, ma dai borbonici. Nozioni sbagliate, o radicata prevenzione frutto di una storia insegnata per mitizzazioni e denigrazioni a prescindere? Si vuole ancora questo tipo di conoscenza degli italiani sul nostro Risorgimento? E, se sì, per quali interessi, per quali poteri da preservare? Chiediamocelo, al di là della provocazione della “giornata della memoria”.
Gigi Di Fiore

lunedì 14 agosto 2017

IL TESORO DI GROTTA PAGLICCI E IL ROMANZO DI PALMA DI CESNOLA.


Presentato ieri il romanzo Il tesoro (curato da Angelo e Antonio Del Vecchio_ Circolo Culturale “Giulio Ricci”, 2017) del noto archeologo Arturo Palma di Cesnola, il cui nome è legato agli scavi, allo studio e alla valorizzazione del sito Grotta Paglicci, localizzato nel comune di Rignano Garganico.
E' stata questa una buona occasione per ritornare sui problemi che attualmente impediscono al sito archeologico, ritenuto uno dei più importanti d'Europa, di ottenere la giusta visibilità in ambito storico- scientifico. Si è detto giustamente che la nascita in loco di un Museo di riferimento produrrebbe gli effetti salutari necessari per la conoscenza e la valorizzazione non soltanto in ambito  scientifico per effetto dei risultati degli scavi, con esposizioni di oggetti e reperti recuperati; ma anche riferito a l’accoglienza dei molti visitatori che affollerebbero il luogo e i tanti studiosi interessati agli approfondimenti, portando benefici al territorio, dando così vasta risonanza internazionale al valore del sito e della cittadina garganica. Arturo Palma de Cesnola, dell'università di Siena, attualmente in pensione, è stato, dal 1971 al 2002, il primo ad effettuare scavi in maniera sistematica dando così lustro ad un angolo sperduto della aspra terra del Gargano, nel comune più piccolo della comunità montana. Il sito è oggetto di ricerca in tutto il mondo anche e soprattutto per la sua unicità scientifica riguardo le tre aree preistoriche riferite all'homo sapiens, l'herectus e neanderthal che qui hanno trovato dimora lasciando tracce indelebili del loro passaggio sul periodo calcolato di 24.000 anni fa, così come è stato datato dalle ricerche effettuate dagli esperti.
Il prof. ARTURO PALMA DE CESNOLA
Antonio del Vecchio e suo figlio Angelo del Vecchio, noti giornalisti, che nel corso della serata hanno illustrato ogni particolare riguardo la nascita e lo sviluppo del sito, sono gli Autori di un libro interessante intitolato L’oro di Paglicci. Il libro ha il pregio di documentare – tra l’affascinante, lo scientifico e il misterioso – tutti i passaggi che son serviti per giungere al ritrovamento (casuale quasi leggendario) sino alla sua valorizzazione, illustrandone i particolari e indicando soprattutto nella realizzazione di un Museo Archeologico il punto d’arrivo indispensabile per dare sostanza al progetto.
L’importanza vitale di dotarsi di un Museo quale presidio propulsivo dell'area archeologica, progetto attualmente arenatosi nelle sabbie mobili delle pastoie burocratiche, è stato pure il grido di dolore della comunità, (riassunto efficacemente dal prof. Mastrillo) espresso un po’ da tutti i relatori ma soprattutto dalle autorità presenti, Luigi Di Fiore, sindaco del paese, e l’Assessore al ramo Viviana Saponiere, entrambi presenti all'evento).
Luigi Ciavarella




sabato 5 agosto 2017

ESTATE A BORGO CELANO TRA ARTE, MUSICA E INTRATTENIMENTO.


L’estate di Borgo Celano (villaggio ai piedi del monte omonimo e frazione di San Marco in Lamis) ha portato quest’anno alcune iniziative nuove di carattere artistico-culturale, misto intrattenimento, che hanno trovato un ascolto attento e sorprendente da parte non soltanto dei residenti del piccolo borgo ma anche dei tanti villeggianti che in questo periodo dell’anno affollano il posto, famoso per la sua rinomata frescura. Il protagonista in assoluto è stato un giovane e intraprendente sammarchese, Luigi Mossuto, ideatore nientedimeno di un Talent Show con lo scopo dichiarato di intrattenere i villeggianti e i sammarchesi giunti dalla valle per assistere ad una gara canora e artistica (tra canzoni e balli perlopiù di ragazzi e ragazze molto bravi e motivati) coadiuvati da una giuria e dalla presenza di alcuni ospiti, tra cui Ciro Iannacone, i balli di Mikalett, etc. Una novità assoluta che ha prodotto un consistente successo oltre a decretare vincitori la locale Fabiola Accadia per il canto e la giovanissima coppia Coco - Masciale riguardo il ballo.   
Il 19 prossimo venturo come consuetudine verrà celebrata la notte bianca sammarchese, come dire la ormai nota “Chiu fa notte e Chiu fa forte” giunto quest'anno alla undicesima edizione, con un programma che si preannuncia come al solito molto ricco ed eterogeneo (di cui daremo atto in una prossima occasione), però nel frattempo altre due manifestazione prevalentemente musicali stanno prendendo piede in zona con altrettanta forza e capacità di intercettare la buona musica e un popolo di giovani, di varia umanità, molto recettivo  e sedotto da questi eventi. Si tratta di Borgo Rock, che quest’anno ha ospitato Pino Scotto, mitico leader dei Vanadium dei tempi d'oro dell'hard rock italiano, e i Rocky Horror (con Dj Blast di San Giovanni Rotondo), band di crossover foggiana molto apprezzata negli ambienti del Metal indipendente, col supporto di band quali i Cordamara e i Chroma Drama, provenienti da Manfredonia e Foggia, dotati di un suono molto potente. E’ stata una serata di fuoco adatta alla stagione luciferina. Quasi a mitigare la furia iconoclasta di Pino Scotto e Co è stata allestita in contemporanea una Mostra di vinili dal titolo “Summer of Love 1967” che ha riportato indietro le lancette dell’orologio di 50 anni nel tempo in cui vennero poste le basi del moderno rock con l’ esposizione di più di una trentina di copertine di vinile storiche (molto belle e colorate) per provare ad illustrare un periodo in cui l’innocenza della musica rock stava subendo un travolgimento epocale a vantaggio di una nuova consapevolezza che la porterà a diventare adulta e responsabile.
L’altro evento, In Defenza Day che si sta svolgendo in questi giorni (4 – 6 agosto), a San Marco in Lamis nella villa comunale, vede protagonista una Associazione che partita da una idea di conservazione della bellezza del nostro territorio sta portando a compimento, con sempre maggiore successo, una serie di spettacoli musicali e di intrattenimento che quest’anno hanno avuto un picco di qualità sorprendente. Dalla cover band dei Nomadi al Tributo a quattro grandi della musica pop italiana (Lucio Dalla, Vasco rossi, Elisa e Pino Daniele) con piccoli concerti che verranno effettuati da alcuni noti musicisti locali (Maurizio Tancredi, Michela Parisi, Ludovico Delle Vergini, Sergio Bonfitto) in una serata prevedibilmente molto seducente, l'appuntamento chiuderà il calendario della manifestazione. Ma l’evento più importante è stato il Concerto che Matteo Vincitorio ha tenuto ieri sera 5 agosto in villa comunale con i suoi H Bombs, micidiale band di blues italiano forgiata in tanti anni di performance on the road, nei posti più accoglienti dell’Emilia. Un gradito ritorno.   
Non ultima la “provocazione” dell’artista Michele Tancredi che tre giorni fa ha prodotto nella locale villa comunale una dimostrazione molto suggestiva inventandosi uno scenario apocalittico popolato da un mare di plastica, bottigliette di plastica al posto del mare e ombrelloni con bagnanti, per denunciare in maniera forte il deturpamento della natura e la follia dell’umanità.
In attesa di Chiu fa notte….
Luigi Ciavarella

Mostra vinili 1967
L'ARTISTA MICHELE TANCREDI

ROCKY HORROR

IO E IL MITICO PINO SCOTTO.