venerdì 12 giugno 2015

STICKY FINGERS, IL DISCO CON LA ZIP DEI ROLLING STONES

di Luigi Ciavarella

“ Se i Rolling Stones si fossero fermati subito dopo Exile On Main Street oggi avremmo una diversa immagine di loro. Sfortunatamente hanno deciso in piena coscienza di strizzare le palle al Rock N Roll cavalcandone una delle sostanze a cui vale la pena farlo: il denaro.
( Mucchio Selvaggio, i 500 dischi fondamentali, Giunti, 2003 )

Non c’è dubbio che Sticky Fingers dei Rolling Stones rappresenti l’ultimo ( o penultimo, a secondo dei punti di vista ) capolavoro della famosa band inglese, senz’altro uno dei classici del Rock peraltro apripista di un decennio che avrebbe accolto così tanta varietà di suoni e stili differenti da rimanerne soffocato. Il famoso disco zip fu spesso preso a pretesto, come fonte preziosa e necessaria, durante i vari passaggi che hanno attraversato i tanti sconvolgimenti epocali succedutesi nel corso di quegli anni. Soprattutto nel caos causato dalla rivoluzione del Punk, intorno alla metà del decennio.
Mai un disco di musica Rock era stato capace di evocare con tanta crudezza una immagine devastata da fatti di droga, di solitudine e di sofferenza. In Sister Morphine, il brano che Marianne Faithfull pubblicò per prima già nel 1969, i Rolling Stones riescono a descrivere, con tono straziante,  gli ultimi istanti di un moribondo che chiede il farmaco per alleviare i suoi dolori. Forse si tratta di overdose forse altro ma la scrittura di Jagger e Richards non era finora mai stata cosi esplicita nel rendere toccante una immagine di sofferenza umana, musicalmente sostenuta dal pianoforte di Jack Nitzsche e dalla slide di Ry Cooder
Ma Sticky Fingers è soprattutto il capolavoro dei Rolling Stones, liberi finalmente dalle regole contrattuali imposte dalla Decca e già pronti a cominciare una nuova vita musicale all’insegna della indipendenza più sfrenata. Innanzitutto la linguaccia stilizzata che rappresenta il logo della loro etichetta personale, la Rolling Stones Records, creata dal designer inglese John Pasque, e una libertà di fondo che travolgerà più di un pregiudizio tra i benpensanti. Come per esempio, tanto per cominciare, la famosa copertina del disco disegnata dall’artista pop Andy Warhol ( qualcuno lo ricorderà, genio irriverente e sarcastico, come l’autore della famosa banana in bella vista sulla copertina del primo disco dei Velvet Underground del 1967 o, per altri versi, i barattoli stilizzati Campbell o l’icona di Marylin Manroe riprodotta all’infinito) che contiene persino una vera cerniera apribile su un paio di jeans maliziosi che molti pensarono appartenessero a Jagger (eterno seduttore) quando invece erano di Joe Dalessandro, un attore della corte di Wharol.

Anche il brano d’apertura, Brown Sugar, letteralmente zucchero di canna, che ambiguamente sotto intende un altro tipo di zucchero, entra nella nuova tendenza intrapresa dalla band, attraverso un suono duro, sporco e letale ( merito anche della chitarra del nuovo arrivato, Mick Taylor, in sostituzione di Brian Jones, deceduto misteriosamente qualche mese prima ) , che fa allusioni senza mezzi termini a temi di tossicodipendenza dove, non a caso, gran parte dei protagonisti del rock ne è vittima in quel periodo ( proprio in quelle settimane molti musicisti illustri vi moriranno ).  
L’album ha una evidente continuità col passato (Let It Bleed e persino Beggar’s Banquet ), con tutti i brani registrati in luoghi differenti tra loro, tra l’Alabama (i famosi Muscle Shoals Studios),  Londra e il lo studio mobile di loro proprietà, durante il biennio 1969 - 1970, e si avvale della collaborazione di strumentisti a fiato, Bobby Key e Jim Price nonché delle tastiere del famoso turnista Nicky Hopkins oltre all’eterno sesto Stone Jan Stewart, ed altri, dove tutti contribuiscono a dare un impulso decisivo alla riuscita del lavoro. Collaborazione che continuerà con Exile On Main Street, l’anno dopo (1972), dove segnerà, con un suono volutamente grezzo e sfilacciato, secondo il giudizio di molti, il vertice assoluto e contemporaneamente la fine rovinosa della storia dei Rolling Stones, quella gloriosa.
Nel disco vi sono una country oriented di infinita bellezza come Dead Flowers e una ballata altrettanto ineccepibile, diventata col tempo un segno distintivo del disco, Wild Horses, dove è palpabile la presenza di Gram Parsons, cantautore americano amico di Keith Richards, e due blues polverosi come I Got The Blues con ascendenze Rhytm  & Blues e la rurale You Gotta Move, ; quindi un Rock N Roll preso da Chuck Berry ( Let It Rock, che in origine trovò posto soltanto come singolo), i brani Sway e Bitch, con i fiati in grande evidenza e la conclusiva Moonlight Mile in cui Mick Jagger da prova di grande interpretazione, sorretta dagli archi diretti da Paul Buckmaster
Naturalmente nel corso dei decenni il disco è stato regolarmente ristampato, sia dalla Virgin che dalla Cbs, distributori del marchio originale. Di recente invece è stata approntata una versione DeLuxe Edition (Universal) che contiene un secondo disco di inediti, come l’alternativa Brown Sugar con la chitarra elettro-acustica di Eric Clapton, e quattro brani live presi in prestito da un concerto al Roundhouse nel 1971, direttamente dalla scaletta di Let It Bleed, tra cui una conclusiva Honky Tonk Woman che all’epoca venne pubblicata soltanto su singolo. Il 26 maggio invece è stata posta in vendita una ennesima versione espansa che suggella il tour, attualmente in atto attraverso gli Stati Uniti dove finora ha raccolto oltre un milione di persone (questa la dice lunga sulla morte di questa band di ultrasettantenni !) e la registrazione di un magnifico concerto tenuto a Leeds nel 1971, a dimostrazione della grande energia ( e lo stato di grazia ) che stava attraversando quell’anno la più grande rock n roll band del pianeta terra. 
LUIGI CIAVARELLA 

   
La nuova versione che ripristina la zip originale

giovedì 4 giugno 2015

DAL TUSIANI LATINO A QUELLO ITALIANO NELLA POESIA (AGLI INIZI DEL 2015)

Pubblichiamo di seguito la relazione che il prof. Matteo Coco, da sempre estimatore dell’Opera di Joseph Tusiani, ha tenuto al Convegno Internazionale di Poesia.  
di Matteo Coco
da sin. il prof. MATTEO COCO e il poeta italo-americano JOSEPH TUSIANI
Amici, Poeti, Gentile pubblico, consentitemi d’incominciare questo mio intervento sulla poesia più recente del nostro illustre concittadino, ambasciatore nel mondo della nostra tradizione culturale: Joseph Tusiani, con una citazione che leggerò nel mio incerto spagnolo “Tusiani ha conquistado un lugar en la nueva poesia italiana de alto rango y hasta èl hacemos llegar nuestra gran admiraciòn” … cito questa frase che il grande critico cubano Aurelio Boza Masvidal scrisse in un suo articolo apparso nel 1950 nel Diario de La Marina a l’Avana, per evitarmi di dover fare cenni biobibliografici che tutti, immagino, conosciamo sulla vita e le opere di Tusiani e per un omaggio ai nostri ospiti, di lingua spagnola.
Esaurito, perciò, questo compito voglio inerpicarmi su per Manhattan, passando prima per un attimo per il Bronx dove Tusiani giunse circa settant’anni fa per un’avventura che è durata un’intera esistenza. Il poeta, allora, ammira e s’interroga su la vita che pullula e ferve in un grattacielo di notte quando tutta una città in sottofondo, eppure in verticale, soffre, prega e spera. Vede egli e commenta con efficacia di cineasta quasi girasse un film e indagasse l’umano sussistere in quella “immensa città d’acciaio e di pietra” alla quale sin d’allora si era già legato (Grattacielo notturno); analizza e scandaglia l’enorme metropoli e la sua: “architettura di luci, (quei) meandri di bene e di male ch’esistono e resistono a New York” (Grattacieli nel vento). Nella città in cui risiede, il poeta oscilla tra vuoto e pienezza, tra essenza e indifferenza … e vive di una vita-sogno a cui ancora lo lega il suo pensiero, poiché dice: è del poeta il sognare …
Ma a questo punto si rendono d’obbligo due importanti collegamenti che mi richiamano alle sollecitazioni avute in queste due sere (dalle relazioni degli italiani Occhipinti e Guarracino). Occhipinti richiama le problematiche del dolore, dal biblico Giobbe a Teilhard de Chardin, da Thomas Merton all’amico comune Giorgio Saviane che avrebbe voluto parlare con Dio per dirgli di quel suo ictus che non gli permetteva più di attraversare l’anima e l’inconscio dell’uomo e passare dalla “trascendenza filosofico-religiosa alla luce delle intuizioni” psicologiche. Ebbene anche Tusiani non fa mistero del suo malanno e scrive in latino una profonda lirica che gioca sul termine ictus-invictus per riferirsi a un cielo lontano che percuote l’uomo e lo incalza e furoreggia eppure rimanda a un Dio -che atterra e suscita/che affanna e che consola- misericordioso e pieno d’amore per l’uomo (Ictus-Invictus).
Ma nel trattare di questo nostro mondo profondo, come afferma, infatti, Occhipinti, inconsapevolmente abbiamo introdotto il Tusiani latino, e proprio il Tusiani che in Vehiculo subviario non solo conia un neologismo in una lingua antica, ma ci incalza col ritmo moderno della lingua stessa dando ai versi un’accelerazione che ci fa avvertire il ritmo nuovo di un linguaggio che in Tusiani diventa mai usato, quasi sperimentale e affronta tematiche odierne, e sono Nuovi pensieri quelli che Joseph scrive il 16 maggio: <<Dove sono? / Sono in un altro giorno, un’altra vita, / ancora vivo per chi più non vive, / e ancora qui a prolungare il mondo, di poco, ma di mio, soltanto mio>>, un moderno Chenier che “riassume (…) la formula "Su pensieri nuovi facciamo versi antichi", che concilia, cioè, l'esigenza di bellezza e di decoro formale propria del nuovo gusto con quella di immediatezza e attualità, ugualmente sentita ” nell’esagitazione della nostra età (Nella metropolitana). Si badi al tono ritmico dell’unda profunda e al termine labor che più volte si ripetono e che poi danno vita, sia nel dialetto che in alcuni casi nella lingua colta a quella trasformazione fonetica che passa dalla labiale sonora -b- a una fricativa sonora -v- dando origine a lavorare/laboratorio-lavoratorio/all’e-laborare, etc…
E il latino di Tusiani più recente è testimoniato dalle dodici liriche latine scelte, presentate e tradotte da Emilio Bandiera dell’Università di Lecce in Ad Maiorem Baculi Gloriam (Amaltea ed., Melpignano, dic. 2014, pp. 22, s.i.p.), gustoso ed elegante opuscoletto in cui cogliamo tutta la espressione con la quale ancora gioca e scherza Tusiani nel momento in cui è tenuto ad appoggiarsi a un bastone per sfuggire alla violenza del tempo, e ad “aggredire” inv-ictus proprio la bellezza del mondo e della poesia che ancora sostiene la sua memoria e il suo intelletto: nunc mage limpida adest per morbuum visio vitae,/ nunc tandem vitae miracula et omina splendent. Tusiani ha dunque, di fronte alla malattia, una visione della vita che lo induce a ripartire da una frase di S. Gregorio Magno -Dialoghi (1,2)- ripresa poi da S. Ignazio come motto per i Gesuiti: Ad maiorem Dei gloriam che viene trasformato nel titolo della raccolta dato a sua volta dal titolo di una composizione in cui, afferma nell’introduzione il prof. Bandiera: non vi può essere e non vi è nessuna irriverenza, poiché “dal v. 1 si comprende immediatamente che lo stesso bastone potrà dare i suoi benefici -con l’aiuto del cielo-. Il resto della lirica è una lode al legno del bastone, ma viene ricordato che il legno è stato reso -nobile, amato e almo- (1,4) proprio da Cristo mentre moriva sul legno della croce. Resti dunque l’amicizia del bastone, che, anche se legno secco, è diventato -vivo d’amore animante-(1,7)”. Se leggiamo attentamente, ci accorgeremo, allora, pieni di stupore così come fa il poeta che, in contrasto col destino talvolta irto di difficoltà, la Musa latina lo ricolma di doni e lui vuol, per questo, servirla fedelmente nonostante la vecchiaia per cui il solo vivere è premio: sunt solum vivere praemia. Tusiani, quindi, non vuol porsi domande di fronte al funereo diritto del fato che va scongiurato, piuttosto interrogarsi ancora. Un ammaestramento morale, vien fatto di dirsi, questa raccolta tusianea, a mio giudizio la più verace, da Melos cordis in poi, che egli vuol condividere con noi attraverso sensazioni ed emozioni per lui forti: laddove “il mandorlo garganico è amico del sole / che riscalda il mondo coi raggi” laddove tutto è poesia e giovinezza che fa gridare ed esclamare il poeta, anche se vecchio, senza bastone: “E allora ti abbraccio, prossima ora del giorno, / sempre la prima e breve sempre. / Ti abbraccio con somma dolcezza e con imperioso / fuoco d’amore, o vita umana”.
Ma ad un’altra sollecitazione pure devo dare contezza: alla vita che prende gli abbagli e al poeta che sa interpretarli con leopardiana naturalezza e sapienza, come afferma, invece l’altro amico poeta Guarracino. E anche ai suoi stimoli “letterar-memorabili”, che porteremo cioè nella nostra memoria, risponde con validità ed effetto Tusiani che dedica una poesia a Gianni Rodari, a mio avviso, favolista-favoloso.filastrocchiere del nostro tempo, sol per farci comprendere che sbaglio fa rima con abbaglio e l’uomo che ritorna bambino solo per un attimo può pensare al suo passato pieno di sbagli con animo sereno e rasserenato (A Gianni Rodari).
Ma il termine a quo, dal quale voglio partire e che ritengo solo mio è un’alba di maggio in cui l’aria profuma e illumina i nostri mattini nuovi. Introiettando musica e luce torna il poeta al suo paradiso terreno: al Gargano, alla sua terra, a quella di Federico, inneggiando, con tanta nostalgia nel cuore a Enzo di Svevia, re di Sardegna che nella canzone Amor mi fa sovente nel finale, come sapete, invia “un malinconico struggente saluto alle sue care terre lontane: "Va canzonetta mia / ... / salutami Toscana / in cui regna tutta cortesia, e vanne in Puglia piana / la magna Capitana là dove lo mio core è notte e dia” . (Alba di Maggio): meraviglia della natura incipiente e delle radici a cui siamo legati a doppio filo come al cordone ombelicale dal quale mai vorremmo distaccarci per scoprire nuovi mondi di sogno…proprio così come fa, appunto, il poeta.
Per giungere al termine ad quem bisognerà raggiungere le vette più alte del pensiero che diventa bellezza suprema, il bello assoluto a cui aspiravano i neoclassici, il bello che per Kant, nella estetica della Critica del Giudizio, diventa sublime ed evoca partiture misteriose e nascoste solo nell’animo gentile del poeta: ed ancora è quella poesia che si fa sogno e sentimento, ed è la vida ch’es sueno. Life is a Dream direbbe Tusiani nel suo “dolce” inglese del dramma filosofico-teologico e dei versi scritti da Calderón de La Barca ... Sono eterni, infatti, i sentimenti come “l’eternità dell’uomo: da Gilgamesh all’astronauta” … E’ in me solo, avverte il poeta, così come anche in una lirica del nostro Soccio, che si ridestano le fragranze del silenzio che innalzano la parola e la rivestono di nuova luce e colori sbarbariani: taci anima stanca di godere…laddove le sillabe e i versi si confondono perché il poeta mai appagato od ormai appagato solo si perde, nel silenzio della notte…in così strano odoroso silenzio…e la commistione poetica diventa tutt’uno coll’umano soffrire, sentire, poetare (Silenzio odoroso).
E si risveglia pieno d’amore e di vita, allora, il poeta, di buon mattino, noctis
hora, ed è l’eterno contrasto tra luce e buio, morte e vita, notte e giorno, che si fa canto in Tusiani e la parole sono cielo, si trasformano in cielo, cadono e piovono dal cielo “su quest’atomo opaco del male” e si fondono e confondono con la nostra vita, il nostro perdurare e insistere ad esistere: <<Noctis hora, ergo mihi cuncta dicta / Quae poetae ulli data numquam ab alto / Verba sunt caelo. Mihi da coronam, / Deinde quietem>>. Le parole sono cielo. Da’ a me la corona, o Notte, e poi la quiete…questo è ancora il nostro Joseph Tusiani.
                                                                                                    MATTEO COCO