lunedì 11 settembre 2017

LA MISURA DEL DOLORE.


Il dolore ci sorprende sempre. Ci sorprende sopratutto quando, in punta di piedi, sembra voglia sfiorarci per mandarci segnali, avvertirci dell’imminente mutazione di vita che sta per compiersi nel nostro corpo perché il dolore quando sopraggiunge modifica la nostra esistenza e il nostro comportamento, cambiando la nostra visione della vita. Il dolore ci appartiene. Non sempre unisce spesso allontana perché rapportarsi di fronte a questo stato di sofferenza può causare scompiglio all’interno di una relazione. Non tutti riescono a gestirlo, a volte esso devasta l’organismo e sconvolge i sensi determinando un cambiamento radicale in una persona. Sopportarlo non è affatto semplice men che mai ignorarlo. Neppure farselo amico è conveniente, renderlo umano, confidenziale, poiché il dolore è subdolo e ti colpisce quando credi di averlo soggiogato. Non è possibile vincere, distruggere, abbattere il dolore. Quando pensiamo di averlo sopraffatto ecco che ritorna più forte di prima, invincibile te lo ritrovi sottopelle vittorioso e trionfante, condizionando ancora di più la vita del posseduto quasi con scherno. Vincere il male è soltanto una pura illusione. Lui è il padrone della nostra vita e dispone di noi come vuole. Esso ci costringe a combatterlo. Illusi qual siamo pensiamo di vincerlo con i medicinali ma spesso quando pensiamo di averlo sconfitto ecco che riappare ancora più forte di prima. E temiamo che voglia vendicarsi per averlo sottostimato pensando che una semplice puntura potesse fermarlo, tenerlo a distanza o addirittura ucciderlo. Che ingenui siamo stati a credere che un farmaco possa annientare un avversario così temibile, che conosce ogni angolo del tuo corpo, ogni anfratto di te. Che ti ha visto nascere, crescere poiché è vissuto sempre dentro di te e con te, ha visto mentre ti illudevi di vivere la tua bella giovinezza senza mai immaginare minimamente che un giorno l’avresti incontrato e quando ciò sarebbe accaduto avresti subito pensato, come tutti pensano a quella età di adolescente, che il dolore dell’anima si può sconfiggere con facilità. Ma mentre tu minimizzi la forza di questo dolore nel frattempo lui si autoimmune, usa tattiche nuove, si prepara ad una contromossa efficace, si concentra per studiare nei minimi dettagli i punti deboli dove poterti colpire. Pensa astutamente a quel giorno in cui tu sarai debole, malato, distratto, per insidiarsi nel cervello e condurti alla esasperazione. 
Ma se volessimo darle un volto che immagine avrebbe il dolore? Quali sembianze avrebbe un simile spregevole personaggio semmai avesse una forma umana? O meglio se avesse sembianze di una bestia immonda poiché di ciò si tratta: di una mostruosità indefinita, mitologica, fantasiosa, bizzarra che incute paura, terrore. E se fosse invece un demone minuscolo al punto da introdursi dentro la tua carne, nelle profondità delle viscere, dentro il proprio cervello? Un essere animato dal rancore come se si trattasse di un microbo dispettoso, un altezzoso e superbo puntino infinitesimale che non ha neppure una visibilità definita ma che si diverte a guardarti soffrire quasi con piacere sadico. Un demone persino armonioso che si diverte a torturarti poiché si prende gioco di te offrendoti l’opportunità di giocare con il tuo stato di sofferenza, ti offre una chance di salvezza e crudelmente di fornisce anche le carte con cui dovrai batterti con lui, insegnarti le regole del gioco senza mai rivelarti del tutto la soluzione. Un gioco beffardo con cui non hai scampo. In qualunque posizioni ti poni perdi sempre. Il diabolico gioco custodisce il segreto della resa come metafora di cui non nutriamo alcuna speranza di svelarne la natura. Eppure, testardi, non rinunciamo a combatterlo; seppure, con un filo di voce, gridiamo la nostra libertà pur sapendo quanto sia difficile una vittoria in campo avverso. Nonostante proviamo a inventarci ogni rimedio con lo scopo di annientarlo, colpirlo, ridurlo al silenzio perpetuo siamo costretti ad arrenderci di fronte all’evidenza. Ci riusciremo mai? Una triste verità che può condurci alla follia poiché quando il fluido infetto è già penetrato nel tuo organismo indifeso, quando i suoi tentacoli, come liquido che viene riversato nell’ incavo di un tronco, hanno conquistato ogni parte di te e ciascuna cellula si è sottoposta alla legge del nuovo padrone, allora non ha più senso avere più ragione del male. Vi sopraggiunge la morte che aggiusta ogni cosa.
11/09/2017

                                                                                                                                                         Luigi Ciavarella

mercoledì 6 settembre 2017

IL RITORNO DELLA PATTUGLIA COSMICA

Dopo circa 20 anni di dispersione nello spazio siderale, La Pattuglia Cosmica ritorna sul pianeta Mondo per tormentare il vostro psicolabile equilibrio acustico con un live reunion al Freak di San Marco in Lamis. (Villetta comunale, Artefacendo).


LA PATTUGLIA COSMICA
Mitica Formazione Indie PoP provinciale degli anni '90.
Garganauti di San Marco in Lamis alla conquista di dinamiche interstellari... almeno ci hanno provato!!!

Dopo circa 22 anni dalla sua trasmigrazione terrestre, Antonio Giuliani, Uraniano di nascita e costretto a trasferirsi sulla Terra per urgenze lavorative familiari, decide di darsi alla musica storpiata per dimostrare la sua innata incapacita assoluta di essere un musicista. La prima formazione de La Pattuglia Cosmica è datata 1995 in triade Basso-Chitarra-Batteria con privilegio a generi musicale Outtakes come il Garage Surf. Nel Marzo del 1997 si aggiunge al gruppo Claudio Ciavarella con il suo Basso lasciando ad Angelo Gualano (primordiale bassista) il ruolo di primo chitarrista. Intanto Pasquale Villani decide di diventare batterista a tutti gli effetti e costruirsi di sana pianta percussioni e accessori per una sottomarca di batteria iperusata ispirandosi ad un nostro eroe della Creatività Bricolage Fai-da-Te: McGyver. Si cambia radicalmente genere passando ad un Marcio Pop con testi in italiano al limite del surreale con citazioni e riferimenti allo Sci-fi, al postmodernismo, ai fumetti, al nulla. Nell’estate del 1997 registrano un Demo-Tape con una dozzina di brani interamente scritti da Antonio Giuliani (voce e chitarra rumorosissima!!!) grazie all’assistenza tecnica di un mixer valvolare del ’73 e 3 microfoni da 8.500 lire l’uno (oggi circa 4 euro!!!) creando un nuovo stile di produzione discografica: il
NO-FI!!!


Tu, mortale terrestre... accorri numeroso!!!

ATTENZIONE: l'eventuale maltrattamento delle chitarre durante lo show potrebbe urtare la sensibilità dei veri musicisti presenti

Il live sarà in diretta video sulla pagina Facebook di Arci Radioattiva
https://www.facebook.com/arci.radioattiva/

Membri del gruppo
La Pattuglia Cosmica è pilotata da:
ANTONIO GIULIANI: Stonature, Grattugia elettrica, Campioni e Synth 
ANGELO GUALANO: L'Altra Chitarra, Quella Predisposta Per Gli assoli
CLAUDIO CIAVARELLA: Benemerito Bassista
PASQUALE VILLANI: Batteria, Percussioni, Buatte, Stoviglie, MotoPig, Gin Tonic

Per scaricare i brani de La Pattuglia Cosmica 
http://www.mediafire.com/?r4g5ygi3sam875x
·                         Ingresso gratuito


(Redazione)

venerdì 1 settembre 2017

IL CANTAUTORE MICHELE GIULIANI IN ARTE MIKALETT.


Mikalett durante la registrazione di un brano di Gianni Morandi, suo idolo. 
Di Michele Giuliani, per tutti semplicemente Mikalett, possiamo dire tutto lo scibile possibile poiché in ambito artistico ha toccato ogni sfera d’interesse. Dalla canzone, al teatro dialettale, alla scrittura sino al ballo come attività ludica, senza contare la sua capacità di promozione in campo turistico (e in passato persino dirigente sportivo), il vulcanico Mikalett è riuscito a raggiungere un vasto campo di passioni che lo hanno portato ad essere considerato una delle figure più popolari del nostro paese.
Dal punto di vista canoro, sicuramente l’aspetto più interessante del suo profilo artistico, Mikalett, come cantautore, ha scritto e spesso pubblicato un buon numero di canzoni disperse tra audio cassette, vinili e compact disc, con testi e musica che spesso hanno fatto riferimento, per stile e contenuti, agli anni sessanta, ritenuto il periodo d’oro della canzone italiana di cui ancora oggi si ricordano i molti successi rimasti nel cuore e nella mente di tutti, soprattutto per quelli della nostra generazione e di cui Mikalett è stato fedele testimone.
Tra questi ausili anche una intera audiocassetta (dal titolo “Ballata per due briganti”), passata in seguito in digitale, in cui egli racconta, con il piglio genuino del cantastorie, le vicende terrene di due noti briganti del nostro paese, Lu Zambre e Orecchiomuzzo, attraverso due lunghe canzoni eseguite con un taglio narrativo molto seducente e un accompagnamento musicale di supporto, da parte di Angelo e Teo Ciavarella, altrettanto intrigante. Possiamo considerarla questa una esperienza pressoché unica nel nostro panorama canoro. Praticamente Mikalett è stato il solo a prendersi cura di un episodio della nostra storia dimenticata per trasferirla in musica, entrando così d’impeto nel cuore della vicenda, che possiede tratti eroici e romantici, per darle infine tutta la dignità che merita.
Naturalmente prima di questa esperienza ha dovuto fare i conti col suo tempo quando il mondo della canzone italiana funzionava in vinile. Infatti sono proprio due 45 giri, usciti a distanza di un anno l’uno dall’altro, nella metà degli anni settanta, a rivelare al paese le virtù artistiche del cantautore Mikalett. Si tratta di brani leggeri che esprimono sentimenti semplici come era d’uso in quei tempi, sempre rivolto al passato decennio che lui non ha mai fatto mistero di appartenere.
Dei due 45 giri sono rimasti soltanto pochi ricordi che il tempo ha fissato in una dimensione nostalgica. Alcune audiocassette fanno da apripista al suo debutto in digitale che avviene nel 2007 quando pubblica il CD “Mondo di sempre”. Si tratta di alcuni brani che, seppure in una forma grezza, vi appaiono per la prima volta. Del mazzo va soprattutto ricordato il brano “Sante Marche mia”, registrato con la collaborazione tecnica di Teo Ciavarella, ripreso in grande stile nell’album che egli pubblica nel 2011 dal titolo “Tutto mi appartiene”. La traccia, arrangiata magnificamente da alcuni musicisti del posto, troverà ascolto e avrà un successo incredibile diventando col tempo un po' il suo marchio doc. Ma ritornando al primo CD esso viene pubblicato nel 2007 e rappresenta per Mikalett il primo approccio alla realizzazione di un’opera nuova ed originale. Con i contributi determinanti di Ciro Iannacone alle consolle e la partecipazione di un pugno di musicisti del luogo, il cantautore sammarchese realizza finalmente il suo primo lavoro di lunga durata. Per la prima volta un brano, che peraltro da il titolo all’album, è scritto in tandem con Luigi Ciavarella, Autore del testo, mentre i restanti brani sono tutti di sua composizione. Lo stesso avviene con il successivo “Tutto mi appartiene” anche se questa volta gli interventi al testo del Ciavarella riguardano due canzoni, di cui una in particolare si riallaccia, per i contenuti espressi, al suo passato più esposto all’impegno civile (“Finalmente abbiamo visto il mare”). Nell’album trovano posto anche un paio di covers, dediche affettuose rivolte a due grandi cantautori di San Marco in Lamis, Tonino Rispoli e Maestro Tackis (Luigi Soccio).
Da aggiungere anche una raccolta di canzoni di Gianni Morandi come segno d' affetto nei confronti del suo idolo di sempre (“Senza perdere un attimo di tenerezza”) che chiude, per il momento, la sua attività cantautorale. Il rapporto avuto con la canzone di Gianni Morandi è sempre stato una costante della sua vita artistica.    
L’aspetto musicale è la parte più rilevante del personaggio ma accanto a ciò Mikalett ha prodotto, come si accennava nell’incipit, anche altre cose. Ma questa è un un' altra pagina.  
Asmodeus Rex  



Una recente immagine del cantautore garganico.