lunedì 27 settembre 2010

di Giorgio Odifreddi
José Saramago amava ripetere che il mondo sarebbe molto più pacifico, se fossimo tutti atei. Il che significa due cose: che la violenza non è tutta generata dalla religione, ma molta sí. Se mai ce ne fosse bisogno, gli eventi di questi ultimi giorni si affrettano a confermare l’accuratezza del motto del premio Nobel da poco scomparso.
Ieri diciotto persone hanno perso la vita in Kashmir, a causa delle teste calde islamiche che manifestavano contro i cristiani. La cosa non stupisce, soprattutto in India. Basta ricordare le tragiche violenze tra induisti e musulmani, che hanno segnato nel 1947 la nascita del paese, lacerato dalla separazione del Pakistan e di quello che poi divenne il Bangladesh. O il tragicomico carnaio di Ayodhya nel 1992, quando duemila persone persero la vita nella tempestiva distruzione di una moschea, costruita nel 1527, che secondo gli induisti occupava il luogo di nascita dell’inesistente divinità Rama.
East is East, direbbe Kipling. Che aggiungeva anche, per fortuna, and West is West. Infatti, gli incidenti del Kashmir sono stati provocati da una testa calda cristiana: un reverendo, di cui non vale nemmeno la pena di ricordare il nome, che negli Stati Uniti minacciava di bruciare il Corano l’11 settembre. Un atto veramente iddiota, visto che non si vede cosa un falò privato di fogli stampati potrebbe o dovrebbe significare, in un mondo sensato.
Ma il mondo sensato non lo è, come il nostro blog sta cercando di ricordare. E dunque tutti si sono precipitati a scongiurare il reverendo di non farlo, da Obama al Papa. La CEI è arrivata a paragonare il falò ai roghi dei libri nazisti: dimenticando, ovviamente, che nel caso di Hitler il problema non stava nel bruciare fisicamente la carta, ma nel proibire idealmente di leggere le parole che ci stavano scritte. Cosa che, ovviamente, non era nei poteri del reverendo.
Soprattutto, però, la CEI ha dimenticato di ricordare che, ben prima dei nazisti, i falò di libri li aveva fatti il Vaticano stesso. E che l’Indice dei Libri Proibiti è un’invenzione non di un dittatore del Novecento, ma dei Papi del Cinquecento. La prima lista di proscrizione fu infatti stilata nel 1559, quasi quattro secoli prima di Hitler e del nazismo, e l’ultima fu ritirata nel 1966, quando ormai essi erano scomparsi da vent’anni. 
 D’altronde, l’uso di due pesi e due misure è tipico del Vaticano. Pochi giorni fa, durante la visita di Geddafi, la Chiesa si è seccata che gli fosse stato permesso di predicare impunemente l’Islam in un paese cattolico, per di più sede del Soglio Pontificio. Ma se è improprio predicare una fede aliena in casa d’altri, che cosa ci facevano allora i cattolici nel Kashmir? E, più in generale, che cosa ci fanno i missionari cristiani nel mondo intero, da sempre? Cioè, da quando è venuto un uomo che ha ordinato ai suoi seguaci di farlo?
 I missionari predicano e cercano di convertire, ovviamente, e la Chiesa ritiene che ci debba essere libertà di religione. Benissimo, ci mancherebbe! Ma la libertà ci dev’essere solo quando a predicare sono i cristiani agli infedeli, e non viceversa? La religione dev’essere libera solo a casa d’altri, e non in Vaticano? Sembra proprio cosí, visto che il Vaticano ha solo un osservatore alle Nazioni Unite: non ne è un membro effettivo, proprio perchè ha rifiutato di firmare, per questo motivo, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
Un simile comportamento è tipico delle religioni, e specialmente dei monoteismi. Chi ritiene di possedere la verità assoluta, non combatte solo il relativismo: si arroga anche il diritto di andare a dire agli altri ciò che non vorrebbe che gli altri venissero a dire a lui. In fondo, il problema della violenza religiosa sta tutto qui. E anche il problema del terrorismo islamico, visto che Osama e Al Qaeda combattono semplicemente l’invasione occidentale dei luoghi santi islamici. E’ per tutti questi motivi, e tanti altri ancora, che Saramago aveva ragione a dire che il mondo sarebbe molto più pacifico, se fossimo tutti atei.

La Repubblica.it

domenica 26 settembre 2010

TRIBUTE TO HENDRIX AT MINIMUSEO OF SAN MARCO IN LAMIS ( ITALY )

A cura di Luigi Ciavarella e Nicola M. Spagnoli

Il minimuseo di San Marco in Lamis ( Gargano ) ha voluto offrire un piccolo ma significativo contributo in ricordo del quarantesimo anniversario della morte di Jimi Hendrix, avvenuto a Londra il 18 settembre 1970. Jimi Hendrix aveva 28 anni e la causa della sua morte è stata provocata accidentalmente da soffocamento in seguito a ingestione di tranquillanti. Secondo il rapporto del Coroner e la testimonianza della sua fidanzata tedesca Monika Danneman, è stata questa la causa che ha privato il mondo del rock del suo musicista più prestigioso.
Il minimuseo ha voluto rendere un omaggio, insieme alle tante manifestazioni avvenute in quel giorno in tutte le parti del mondo, al grande chitarrista offrendo ai visitatori un nutrito numero di copertine di dischi originali, di provenienza diretta dalla mia discoteca personale, che hanno riguardato l'attività discografica e concertistica del grande chitarrista pubblicati sia in vita che post mortem. Vi erano pure, stipati in una nicchia, due picture disc rari e suggestivi ma le covers sono stati allineate lungo le pareti del minimuseo come panni da bucato, per consentire ai visitatori un colpo d'occhio immediato e fornire al contempo un ordine cronologico rispettoso della discografia ufficiale e non, partendo dal primo storico album, Are You Experiended, sino a concludere con alcun bootleg di pregevole fattura.
Un dipinto di E. Manganelli del 2007 raffigurante la maestosa figura di Jimi Hendrix, usata anche per annunciare l' evento attraverso un manufatto, ha focalizzato l'attenzione dei presenti.


Luigi ciavarella 

domenica 19 settembre 2010

JANIS JOPLIN: PEARL / LA GRANDE INTERPRETE DEL BLUES MORIVA 40 ANNI FA.

03/10/1970 . Landmark Motor Hotel di Hollywood.
Un corpo senza vita sul letto stroncato da un'overdose di eroina.
Così se ne andava a soli 27 anni, in uno dei periodi considerati tra i più floridi della sua vita, pochi giorni dopo Jimi Hendrix e poco prima di Jim Morrison, Janis Joplin, la perla del blues rock, la musa ispiratrice di numerosi cantanti future quali Pj Harvey e Patti Smith.
Nata in un piccolo paese del Texas, sovrappeso e martoriata dall'acne Janis fu nell'adolescenza lo zimbello di tutti; scappò dalla sua "tana natale" a soli 17 anni, rifugiandosi nel blues, prima come unica necessità di vita poi come espressione massima della sua personalità.
Sola con la sua voce struggente, roca, deteriorata dall'alcool e dal fumo, scrisse le pagine vocali più belle del blues bianco; urlava con voce disumana ma sapeva anche bisbigliare con estrema dolcezza.Le sue canzoni erano non tanto testi appoggiati da basi musicali ma grida disperate contro la società di allora, la sua voce usata come valvola di sfogo da tutto e da tutti.
"Pearl" è forse a livello di album incisi la massima espressione musicale della cantante, sebbene fossero i live quelli che valorizzavano al meglio il suo talento, in quanto era il palco e il contatto con il pubblico a far esplodere il suo immenso patrimonio vocale.
In questo album è proprio la parte vocale a fare da protagonista assoluta: canti che si fondono, pezzo dopo pezzo, in una commistione di generi musicali tra i più variegati; dall' acid jazz al blues rock, dal country fino ad arrivare alle interpretazioni a cappella. Un'arcobaleno di sensazioni, emozioni, sperimentazioni musicali, esaltate dall'anima "nera" intrinseca nella Joplin, un'anima tormentata ma allo stesso modo capace di regalare momenti spensierati e spiragli di sereno.
Toni alti e bassi fanno, dall'inizio alla fine sfondo all'album, toni che danno l'idea di rivivere la vita della cantante, momenti dolci e sinceri, alternati ad altri di estrema solitudine, dove le sue urla contro il mondo facevano tremare tutti coloro che l'ascoltavano, sembrava quasi chiedesse aiuto, ricercasse qualcosa di positivo in un mondo che fino al quel momento gli aveva portato solo solitudine e sofferenze.
E' l'album della maturazione e della consacrazione postuma di una cantante che era la bandiera di quegli anni.
La diperazione di "Cry Baby", dove Janis porta ai massimi livelli espressivi la sua voce e la bellissima interpretazione di "Mercedes Benz", cantata senza nessun appoggio strumentale sono veramente da incorniciare.
Da ricordare la rivisitazione di "Me And Bobby McGee", che le valse il primato nella classifica dei singoli e la strumentale "Buried Alive in the Blues", premonitrice della sua tragica fine dove chitarra,organo e batteria fanno da padrone.
La chiusura è lasciata a "Get It While You Can", dalle tonalità basse e pacate, dove un'acerba chitarra accompagna Janis verso il suo ultimo viaggio.
Ascoltare "Pearl" è come fare l'amore con 25000 persone, assaporare nell'aria il profumo di quegli anni, per poi addormentarsi con Janis al proprio fianco


venerdì 17 settembre 2010

Jimi Hendrix, a 40 anni dalla morte il mondo lo celebra

Mostre, dischi, libri per ricordare uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi

Cade proprio in questi giorni il 40° anniversario della morte di Jimi Hendrix, avvenuta a Londra il 18 settembra 1970. Il musicista aveva 27 anni. Divenuto leggenda, icona, simbolo, il mondo lo ricorda con eventi e pubblicazioni varie.

Dal 15 settembre al 19 novembre 2010 la galleria Photology di
Milano presenta Hendrix Now, una mostra aperta gratuitamente al pubblico che presenta una selezione di fotografie scattate a Jimi Hendrix tra il 1968 e il 1970 da quattro fotografi di fama internazionale.
Quella che si racconta è una vera e propria “storia per immagini” scandita attraverso la fedele documentazione di momenti fondamentali: festival e concerti leggendari dei quali Hendrix è stato protagonista tra il 1968 e il 1970 a San Francisco, New York, Londra, Woodstock.
Le fotografie sono firmate dai fotoreporter Baron Wolman, Jorgen Angel, David Redfern e Gianfranco Gorgoni. La storia della grande icona della musica viene raccontata anche attraverso due videoinstallazioni dell’artista Alessandro Amaducci, Infinite Joe e Infinite Star.
Hendrix Now
è un progetto composito, oltre alla mostra sarà infatti realizzato un libro d’artista collegato all’esposizione, curato da Nico Vascellari.

Tra i progetti discografici relativi a Hendrix, il più corposo è senz'altro West Coast Seattle Boy - The Jimi Hendrix Anthology, in uscita per la metà di novembre. Si tratta di un cofanetto contenente 4 CD che includono 45 registrazioni, live e da studio, di materiali mai pubblicati prima, compresi demo e versioni altrnative di brani celebri dell'artista. Del cofanetto fa parte che un DVD documentario di 90 minuti dal titolo Hendrix: Voodoo Child.

Torna in libreria la versione aggiornata di Una foschia rosso porpora (Arcana), 750 pagine. Si tratta di una biografia maniacale (c'e' persino l'albero genealogico della famiglia). Gli autori sono il giornalista britannico Harry Shapiro e l'olandese Caesar Glebbeek, esperto mondiale del chitarrista che nel 1967 fondò la fanzine ed ha creato il Jimi Hendrix Information Centre, un enorme archivio a cui fanno riferimento tutti i fanclub del mondo.
Ma esce anche, per la prima volta in Italia (per Baldini e Castoldi) Scusami, sto baciando il cielo di David Henderson. Il giornalista-scrittore incontrò Hendrix all'apice della sua carriera, pochi mesi prima della sua scomparsa. Frutto di anni di lavoro e di decine di interviste con Hendrix e con parenti, amici e musicisti (da Miles Davis a Quincy Jones), racconta la sua vita dall'infanzia a Seattle al servizio nell'esercito Usa, dalla Londra anni Sessanta alla rapidissima ascesa alla celebrità, dalle chitarre incendiate sul palco ai tanti amori, fino all'incontro con l'alcol e le droghe.
Per la collana Underground (edizioni Shake) esce anche Jimi santo subito!, di Enzo Gentile, che racconta i motivi che ne hanno alimentato la leggenda, dai primi album nel 1966 ad oggi.

Londra, tra le tante iniziative, ricorda Hendrix nell'appartamento dove abitava, al numero 23 di Brook Street, all'ultimo piano di quella che era stata la dimora di George Frideric Handel. Fino al 7 novembre, all'Handel House Museum, sara' di scena Hendrix in Britain. In mostra i suoi abiti stravaganti, memorabilia, testi scritti a mano, foto, il suo famoso giubbotto arancione brillante, il cappello che indossava durante i concerti e il suo certificato di morte. Il ricavato servirà restaurare l'appartamento, che dal 15 al 26 settembre sarà aperto al pubblico.
San Marco in Lamis ( Italy ), il minimuseo di Nicola M. Spagnoli sito in via Bux, 1 ospita il 18 settembre dalle ore 19 – alle ore 21 una mostra di copertine di dischi in vinile formato 33 giri di Jimi Hendrix a cura di LUIGI CIAVARELLA. 

sabato 11 settembre 2010

OMAGGIO A JIMI HENDRIX A 40 ANNI DALLA MORTE.

di Luigi Ciavarella


Avrebbe avuto 68 anni oggi Jimi Hendrix se fosse vivo. Se durante quella maledetta notte del 18 settembre 1970 non fosse rimasto vittima del suo vomito andatogli di traverso dopo aver assunto la sera precedente un micidiale cocktail di farmaci ( pastiglie di Vesparax, tranquillanti ) e alcool in una stanzetta dell’hotel Samarkand, a nord di Londra. Con lui, in quella fatale notte, vi era solo Monika Dannemann, la fidanzata tedesca che cercò di chiedere aiuto appena intuì che Jimi stava morendo per soffocamento. Inutilmente perché quando arrivarono i soccorsi le sue condizioni apparvero subito disperate e la corsa verso l’ospedale risultò vana. Jimi Hendrix morì subito dopo l’arrivo in l’ospedale. Naturalmente questa è solo la versione ufficiale. Altre versioni furono accreditate nei giorni successivi alla sua morte, varianti più o meno rispettose della verità, ma tutte convergenti solo in un punto : Jimi Hendrix morì per soffocamento in seguito all’ assunzione di farmaci e alcool, anche se la stessa Monika Dannemann in diverse interviste cambiò spesso la versione dei fatti, fu comunque questa la certificazione del Coroner.
Il più grande chitarrista del mondo, colui che aveva elevato lo strumento a immagine di dio, feticcio e totem moriva inaspettatamente con gran clamore quella notte del 18 settembre di quarant’anni fa dopo aver trascorso una serata come spesso gli accadeva suonando in qualche club con amici. Quella sera i suoi compagni di turno erano stati Eric Burdon e Chas Chandler, il primo celebre vocalist degli Animals, il secondo ex Animals anch’egli ma soprattutto diventato il suo manager, la persona che lo aveva scoperto in un club americano e lo aveva convinto ad emigrare in Inghilterra, a Londra, dove avrebbe trovato la gloria.
Il suo ultimo concerto, avvenuto in terra tedesca, presso l’isola di Fehmarn il 6 settembre di quell’anno, fu regolare routine per un musicista che l’idea di palco rappresentava il senso della propria vita artistica e umana. Ciò nonostante il concerto era stato disturbato da alcuni tafferugli intercorsi tra alcuni rodiese e il servizio di ordine, i famigerati Hell’s Angels che in precedenza avevano fatto anche di peggio ( vedi Altamont, il tristemente noto concerto dei Rolling Stones avvenuto nel dicembre del 1969, quattro mesi dopo i fasti di Woodstock ). Jimi era stanco attraversava un periodo non molto felice, anche se stava allestendo seppure con gran fatica la nuova edizione della sua band, la Band od Gypsies, mischiando in continuazione piani di lavoro e scalette di brani dell’ album, dimostrando di avere in mente una idea molto vaga del suo futuro. Quei brani poi verranno pubblicati subito dopo la sua morte, come sempre accade in questi casi, in modo speculare, smembrati in tanti album posticci poco rispettosi delle sue cose taluni subendo finanche manipolazioni inaccettabili e blasfeme. Alcuni di quei brani verranno ricomposti molti anni dopo, uno ad uno, con cura religiosa, rispettando tutti i passaggi e la volontà espressa dall’autore attraverso gli appunti, dal suo fedele tecnico del suono di quel tempo, Eddie Kramer per dare forma e compimento ad un progetto che Jimi Hendrix aveva in testa prima di morire. L’album usci nel 1997 e rivelò al mondo, semmai ce ne fosse stato bisogno, quanto fosse grande la sua musica, il suo talento e quale grave perdita subì il mondo della musica rock all’indomani della sua morte. L’album ha per titolo “ First Rays Of The New Rising Sun “, un titolo ben augurante e verosimilmente può essere considerato quanto di più prossimo alla volontà dell’artista. Album che Jimi Hendrix tuttavia non vedrà mai.
Jimi Hendrix era nato a Seattle, nel nord ovest degli USA, nel 1942 da padre afro americano e madre di origine pellerossa ; aveva imparato subito a suonare la chitarra e si era subito introdotto nei circuiti rock blues americani in qualità di turnista per autorità musicali come Little Richard, King Curtis, Ike & Tina Turner, ecc… all’epoca, tra la fine dei ‘ 50 e gli inizi dei ’60, personaggi molto famosi. Poi arrivò Chas Chandler in cerca di nuovi talenti da portare in Inghilterra e fu la sua fortuna. In Inghilterra incise il suo primo singolo : “ Hey Joe / Stone Free “ ( Track Rec. 1966 ), la title track in versione molto più lenta rispetto alle versioni dominanti. Questo determinò un successo clamoroso. Era un disco che sembrava arrivare da un altro pianeta e i concerti che ne seguirono furono cosi diversi ( Jimi si contorceva, dialogava con la sua Fender Stratocaster, la fedele compagna di una vita, e dalla quale tirava fuori ogni percezione e ogni rumore, ben assecondato da una sezione ritmica costituita da Mitch Mitchell alla batteria e Noel Redding al basso ) che in una occasione Pete Townshend, il leader degli Who, famosi all’epoca per via del loro brano My generation, si rifiutò di suonare dopo di lui, tanto quel meticcio lo aveva impressionato e tanto le era sembrata abissale la differenza tra i due.
Il primo album arrivò subito dopo l’emissione di nuovi singoli ( Tutti pubblicati dapprima nella raccolta vinilica “ Smash Hits “ e in seguito inseriti in coda alla ristampa in digitale del primo album ), nel 1967, per conto della Track Records, l’ epocale “ Are You Experienced ? “, come dire l’urlo definitivo del rock e la sua visionaria concezione della musica in rapporto col tempo, il disco cerniera che proietta la musica rock verso universi inesplorati e rende il blues e la psichedelica, per ragioni diverse ma complementari al suo progetto di musica universale, la materia necessaria con cui Jimi plasma la propria idea vincente di rock. Niente sarà più come prima. Are You Experience divide inesorabilmente i tempi del rock in due parti : da un’era primitiva, caotica, di tipo anarcoide ad un’ era moderna, il passaggio avviene sulle note di Purple Haze, Foxy Lady, The Wind Cries Mary, I Don’t Live Today, Fire, ecc… undici tracce essenziali che spingono in avanti i destini del rock. Undici classici del patrimonio universale della musica che fissano un’epoca dentro i segni della storia del mondo, che prescinde la natura del rock ed entra di diritto nella legittimità universale della musica accanto ai classici d’ogni tempo come Beethoven, Mozart e Miles Davis.
Il successivo “ Axis : Bold As Love “, pubblicato subito dopo, riversa nuova linfa, a volte sperimentale e aggressiva, altre volte impreziosita di virtuosismi, su una platea che sta crescendo in tutto il mondo, folgorata dalla sua capacità di tenere la scena in modo completamente differente da tutto il resto: suona la sua fender stratocaster dietro la schiena, le morde le corde, la rende protagonista di uno spettacolo letale perché al termine dello show verrà bruciata, distrutta in sacrificio ad un dio immaginario della musica.
Infine, nel 1968, Jimi Hendrix pubblica l’opera sublime “ Electric Ladyland “, doppio album dalla copertina subito censurata ( che raffigura un gruppo di donne nude che occupa per intero tutta la facciata della cover ) e sostituita per il mercato americano da una foto più convenzionale. L’album ha una gestazione sofferta per via di alcuni problemi legati alla salute di Hendrix e per alcune insofferenze sorte tra i membri del gruppo, nonostante l’organico fosse stata rinforzato da Chas Chandler da musicisti importanti come Steve Winwood, Al Kooper e Jack Casady, che costituiranno l’ossatura decisiva dell’intero progetto. Il lavoro ha un suo fascino particolare, visionario, a tratti esotico, ma sempre disegnato da Hendrix all’interno di una continuità col passato favorendo qui una spinta più moderna e meditata soprattutto in brani come Voodoo Chile, Crosstown Traffic e la dylaniana All Along The Watchtower, superba versione da brividi.
La discografia ufficiale di Hendrix, quella che lui conoscerà in vita, termina con un album dal vivo, “ Band Of Gypsys “ ( 1969 ), lavoro che prefigura il passaggio verso nuovi approdi musicali. Registrato durante alcuni concerti tenuti presso il Fillmore East di New York senza la Experience, l’album contiene sei brani eseguiti con nuovi musicisti, Billy Cox al basso e Buddy Miles alla batteria, tutti protesi verso sonorità più black e comunque molto più articolati rispetto al passato. Delle serate verrà pubblicato nel 1999 una versione più completa contenente due cd ( Live At Fillmore East, MCA Rec. ).
La consacrazione del personaggio avvenne a Monterey in California, fresco reduce dai fasti in terra inglese, nel giugno del 1967 davanti a una folla strepitosa. Hendrix, presentato da Brian Jones dei Rolling Stones, suo grande fan, esibì una performance straordinaria, su un territorio per lui ancora vergine. Il successo gli apri le porte della notorietà internazionale consentendogli di fare concerti in ogni parte d’Europa e d’America, compresa l’Italia.
In Italia Jimi Hendrix suonò il 25 maggio 1968 al Teatro Brancaccio a Roma. Dalle testimonianze d’epoca si rilevano alcuni episodi dominati dal mal funzionamento degli amplificatori, che fecero arrabbiare Jimi, sia a Roma che a Bologna il giorno successivo, dove tenne un altro concerto diviso in due set, senza che ciò gli impedì di portare a termine in modo brillante la propria performance. Il giorno successivo si esibì al Palasport di Bologna ( Titan Top Show ) in due set, pomeridiano e serale. Del concerto bolognese esistono testimonianze sonore di buona fattura oltre a entusiastici resoconti della serata apparsi sul web. Un altro concerto lo tenne in quei giorni al Piper di Milano portando a tre le città che ospitarono i concerti di Jimi Hendrix in Italia.
Dopo Monterey seguirono Woodstock, il cui contributo non fu molto apprezzabile e successivamente si esibì all’isola di Wight, agosto 1970, dalla cui Inghilterra mancava da oltre un anno, alla vigilia della sua scomparsa. Il concerto di Wight fu di grande profilo, forse stimolato dal calore del pubblico numeroso, e nonostante l’organizzazione non fosse impeccabile, Jimi Hendrix offrì una performance di grande qualità, immortalata poi sul doppio cd Blue Wild Angel ( MCA Rec. Usa 2002 ).
Molti altri concerti tenuti in ogni parte d’ Europa e d’America conducono in luoghi con nomi a noi familiari come il Winterland di S. Francisco, lo Sport Arena di San Diego, il Music Club di Cleveland, il già citato Fillmore East di New York, l’ Inglewood Forum di Los angeles, Il Capitol Theatre di Ottawa ( Canada ), ecc… Restano fondamentali i celeberrimi nastri del Pop festival Randall’s Island ( New York 1970 ) e The Baggy’s Rehearsal Sessions ( una serata superba con Cox e Miles a NYC nel 1969 ), e sugli stessi luoghi da menzionare le performance inconcludenti con Jim Morrison e Johnny Winter o gli stage con maestri come BB King o i famosi Basement Tapes improvvisati con Steve Stills di cui esistono sbiadite testimonianze su cd ; tenuti in considerazione e pubblicati in pompa magna le famose performance presso il Royal Albert Hall di Londra del febbraio 1969 ( 2 cd resi ufficiali nel 2001 ), Live At Barkeley, ( MCA 2003 ) evento accaduto nel 1970, poi Rainbow Bridge, nelle isole Haway, un abortito film sulla sua vita e di cui restano tracce della colonna sonora ; il Two Days At Newport, una buona due giorni in musica avvenuta nel giugno del 1969 e i tantissimi concerti tenuti nell’anno 1967, ad inizio carriera, nei teatri e nei palasport d’Europa. In tal senso esistono buoni nastri di concerti memorabili celebrati a Parigi ( Olympia ), Stoccolma ( Grona Lund ), Oslo, Gotenberg, ecc… con l’Experience ancora in stile naif, senza dimenticare la citazione di due templi del rock di cui Hendrix fu assiduo frequentatore : il Flamingo Club di Londra e lo Scene di New York, oltre ai super citati eventi di Woodstock, Wight e Monterey che restano le tappe più importanti della sua vita on the road, sino al conclusivo concerto, come si diceva all’inizio, avvenuto all’isola di Fehmarn in Germania il 6 settembre 1970. L’ultimo concerto di Jimi Hendrix tenuto su questa terra.
“ La storia della vita / è più rapida / di un battito di ciglia / la storia di un amore / e ciao e addio / finché non ci ritroveremo / “ sono le ultime parole scritte da Jimi Hendrix quella sera al Samarkand.




CONCLUSIONI
I dischi di Jimi Hendrix vengono ristampati continuamente pertanto è consigliabile l’acquisto delle ultime edizioni. In tal senso sono indicate le versioni pubblicate quest’anno dalla Sony oppure la recente emissione in edicola da parte del gruppo L’espresso, che contiene anche un ricco catalogo allegato al disco.
Oltre alla discografia ufficiale, quella cioè citata nell’articolo, vi sono anche album dal vivo o raccolte di brani postumi assemblate ufficialmente. Tra gli album dal vivo sono fortemente consigliati : Jimi Plays Monterey, At Fillmore East e The Blue Wild Angel_Live at Isle Of Wight, tutti pubblicati in belle edizioni dalla MCA RECORDS. Tra gli album postumi invece vi sono diversi titoli ma credo che l’ultima frontiera della scoperta hendrixiana sia “ Valleys of Neptune “, la cui recensione può essere consultata nello spazio Music Art di questo portale, e può considerarsi un buon acquisto.
Per i fan che vogliono avere tutto o quasi di Hendrix allora è possibile sintonizzarsi sui fan club che ne esistono diverse migliaia soltanto in Italia. In quei posti troverete chicche di rara bellezza e preziosi manufatti che parlano di concerti e fatti anche irrilevanti accaduti sul palchi di mezza Europa ( Italia compresa ) e Usa, nell’ordine di diverse centinaia di bootlegs dalla qualità a volte molto discutibile.
Riguarda i libri credo che le edizioni Arcana/Giunti abbiano in catalogo un cospicuo numero di titoli riguardante la vita e la discografia di Hendrix.

LUIGI CIAVARELLA

lunedì 6 settembre 2010

I CAPOLAVORI DELLA MUSICA ROCK

JOHN CALE
PARIS 1919 (P) Reprise records Usa 1973

di Sandro Bosio

Eccolo! Il capolavoro nascosto degli anni '70. Lo dico senza paura. L'eccessiva enfasi è dovuta al fatto che ho sempre amato tutto ciò che è legato ai Velvet Underground, da Andy Wharol a Lou Reed, a Nico per arrivare a John Cale, animo gentile, mente sperimentale, personaggio di spicco dell'avanguardia newyorkese di fine alli '60 (pur essendo gallese), concepì insieme al compagno di merende Lou uno dei dischi seminali per tutta la musica a venire. Poi le liti, l'allontanamento dal gruppo e la carriero solista, in cui John proseguì con tenacia ciò che aveva iniziato.
Scoprii questo disco per caso, come per caso si trovano i tesori più preziosi, e da subito l'ho amato. Il fatto che sia qui a scrivere è la dimostrazione che l'amo ancora. Si inizia con Child' Christmas in Wales, e la malinconia fumosa ha subito la meglio. Sono poche le canzoni con un potere evocativo tale, penso, ma quella successiva è ancora più triste, Hanky panky nohow: What's needed are some memories of planing lakes, Those planing lakes will surely calm you down. Arriveranno tempi migliori, John.
Macchè. La traccia numero tre è a mio parere la canzone più triste di sempre e probabilmente una delle più belle. The endless plain of fortune. Non ascoltatela da soli in macchina in una serata di nebbia, non ve lo consiglio. Arriva Andalucia: Andalucia when can I see you, When it is snowing out again. Dolce nostalgia di una terra tanto magnifica quanto lontana. Macbeth è l'intermezzo rock, forse l'autore aveva capito che non era sopportabile per un umano una tale dose di cupezza. Niente male comunque. Si riparte, la titletrack è sulla falsariga delle precedenti:You’re a ghost la la la,You’re a ghost,I’m in the church and I’ve come,To claim you with my iron drum,La la la. Pianoforte, cori, fiati, sperimentazione, musica classica ecc.Geniale, ma non è finita.
Grahan greene ricorda la sigla di Gordian, il cartone giapponese. Ecco perchè mi piaceva quella canzone. Ancora due e siamo alla fine. Mi pare superfluo aggiungere che Half past france non sia esattamente un esempio di canzone spensierata mentre Antartica starts here è probabilmente la seconda canzone più triste di sempre, ma entrambe hanno intrecci melodici tanto semplici quanto importanti. Questa è musica che ferisce, che deve essere ascoltata e metabolizzata, con un potere immenso e per tale motivo da maneggiare con estrema cautela.
Dimenticavo la cosa più importante.La voce di John Cale: è meravigliosa, ha quacosa di sciamanico, ti avvolge e ti stordisce, è potente e delicata. Ti colpisce e ti accarezza, esattamente come questo capolavoro di una tristezza immensa e lucente.

domenica 5 settembre 2010

PARIS 1919 DI JOHN CALE ( 1973 )

UNO DEI CAPOLAVORI DELLA MUSICA ROCK


di Sandro Bosio
Eccolo! Il capolavoro nascosto degli anni '70. Lo dico senza paura. L'eccessiva enfasi è dovuta al fatto che ho sempre amato tutto ciò che è legato ai Velvet Underground, da Andy Wharol a Lou Reed, a Nico per arrivare a John Cale, animo gentile, mente sperimentale, personaggio di spicco dell'avanguardia newyorkese di fine alli '60 (pur essendo gallese), concepì insieme al compagno di merende Lou uno dei dischi seminali per tutta la musica a venire. Poi le liti, l'allontanamento dal gruppo e la carriero solista, in cui John proseguì con tenacia ciò che aveva iniziato.
Scoprii questo disco per caso, come per caso si trovano i tesori più preziosi, e da subito l'ho amato. Il fatto che sia qui a scrivere è la dimostrazione che l'amo ancora. Si inizia con Child' Christmas in Wales, e la malinconia fumosa ha subito la meglio. Sono poche le canzoni con un potere evocativo tale, penso, ma quella successiva è ancora più triste, Hanky panky nohow: What's needed are some memories of planing lakes, Those planing lakes will surely calm you down. Arriveranno tempi migliori, John.
Macchè. La traccia numero tre è a mio parere la canzone più triste di sempre e probabilmente una delle più belle. The endless plain of fortune. Non ascoltatela da soli in macchina in una serata di nebbia, non ve lo consiglio. Arriva Andalucia: Andalucia when can I see you, When it is snowing out again. Dolce nostalgia di una terra tanto magnifica quanto lontana. Macbeth è l'intermezzo rock, forse l'autore aveva capito che non era sopportabile per un umano una tale dose di cupezza. Niente male comunque. Si riparte, la titletrack è sulla falsariga delle precedenti:You’re a ghost la la la,You’re a ghost,I’m in the church and I’ve come,To claim you with my iron drum,La la la. Pianoforte, cori, fiati, sperimentazione, musica classica ecc.Geniale, ma non è finita.
Grahan greene ricorda la sigla di Gordian, il cartone giapponese. Ecco perchè mi piaceva quella canzone. Ancora due e siamo alla fine. Mi pare superfluo aggiungere che Half past france non sia esattamente un esempio di canzone spensierata mentre Antartica starts here è probabilmente la seconda canzone più triste di sempre, ma entrambe hanno intrecci melodici tanto semplici quanto importanti. Questa è musica che ferisce, che deve essere ascoltata e metabolizzata, con un potere immenso e per tale motivo da maneggiare con estrema cautela.
Dimenticavo la cosa più importante.La voce di John Cale: è meravigliosa, ha quacosa di sciamanico, ti avvolge e ti stordisce, è potente e delicata. Ti colpisce e ti accarezza, esattamente come questo capolavoro di una tristezza immensa e lucente.