giovedì 3 dicembre 2015

LA MUSICA DEL SECOLO SCORSO : IL ROCK N ROLL.

" Prima di Elvis non c'era niente "
( John Lennon )

Il rock n roll è stato la musica del secolo scorso. Nonostante si voglia a tutti i costi sminuirne ogni velleità artistica riducendolo a mera manifestazione di impulsi giovanili privi di spessore culturale ed educativo, il Rock attraverso tutte le sue contaminazioni varie, avvenute attraverso la sua naturale evoluzione temporale, ha sempre dato voce e sostanza a tutte le istanze sociali giovanili, pronunciandosi spesso a chiare lettere contro ogni forma di violenza e sempre a sostegno di quei valori che sono alla base della convivenza civile dell’umanità. Tutti i vari raduni oceanici e i vari benefit degli anni settanta/ottanta, dalla No War agli aiuti in Africa, contro le armi e la violenza e contro la fame nel mondo, stanno lì a testimoniare quanto il mondo del rock abbia saputo esprimere in ogni occasione la propria indignazione, a volte anche concretamente, riuscendo persino a stimolare dibattiti importanti intorno a queste questione cruciali nelle vari assise internazionali.
Ma come nasce il Rock n Roll ?
Le origini sono controverse poiché affondano radici in tempi lontani, addirittura tra le due guerre, in tempi in cui la musica è ancora patrimonio di pochi e si rivolge ad una classe dominante, borghese, che vuole divertirsi e dove il popolo è escluso. Men che mai i giovani.
Si chiama Swing ed è una costola della musica jazz, il mondo effimero delle grandi orchestre che riempiono i teatri e le hall e non ha alcun legame con la musica popolare che invece si propaga tra i ceti bassi, persino tra gli schiavi dove maggiormente prende forma, nelle paludose terre del sud degli Stati Uniti come nelle nascenti metropoli settentrionali (Detroit, per esempio). Luoghi distanti in cui una musica semplice appena sussurrata che diventa espressione di tutto il dolore e la solitudine di una generazione di neri, lontana dalle loro terre d’Africa, spesso accompagnata con la sola chitarra o un’armonica a bocca e suonata durante le pause di lavoro, diventa il punto di riferimento di una generazione di esclusi.
E’ il blues delle dodici battute, desolante e lacerante, che si fa largo tra il popolo nero del riscatto, silenzioso e umile, che da voce al proprio disagio attraverso i penetranti canti blues, e dove riesce ad avere l’attenzione da parte di alcuni musicisti bianchi, quelli più esposti alle novità, intercettando  punti di contatto che saranno fatali per l’evoluzione stessa del concetto di musica.
Tutto accade nel dopoguerra dove cambia l’approccio soprattutto nel nord America dove l’integrazione, nonostante tutto, è meno asfissiante rispetto al sud dove invece permangono, ancora rigide tradizioni d’apartheid dure a morire. Se lunghe le rive del Mississippi si svilupperà con fatica un blues acustico e solitario, nel nord, dove già una forma di contaminazione con la tradizione bianca sta facendosi largo, il blues ottiene una maggiore attenzione. E’ il blues elettrico dei vari Muddy Waters, Willie Dixon, Otis Rush, Howlin Wolf, Sonny Boy Williamson, ecc… che negli anni cinquanta dilaga in quella regione industriale tanto da diventare terra natale dei primi vagiti del rock n roll. ( Bill Haley and the Comets )
Nel sud rurale e acustico più esposto alle contaminazioni con la circostante area francofona e ispanica, terra più più suggestiva, la contaminazione del blues ha una ricchezza maggiore rispetto al nord. Se Robert Johnson, in primis, ma anche altri come Skip James, Mississippi Joe Hurt, ( delta blues ) ecc… riescono a stimolare l’interesse dei bianchi intorno alla loro musica, è vero che i bianchi si appropriano il necessario per creare dal nulla un ibrido che ha così due paternità: il rock appunto, che ha origini dal blues nero e dalla musica bianca ( l’american music cosi intrisa di sapori country )
Tra Louis Jordan e Roy Brown, Arthur Crudup e Wymonie Harris, nomi leggendari che si rincorrono nelle curiosità sorte intorno ai prodromi del rock n roll, nasce colui che invece il rock n roll lo ha inventato e da cui trae ragione di esistere come genere nuovo, musicale e  di costume che cambierà i connotati della musica del secolo scorso.
Lui si chiama Elvis Presley e si appresta, inconsapevolmente, quella mattina del 5 luglio 1954, negli studi leggendari della Chess della sua città, Memphis, Tennessee, ad incidere alcuni brani che cambieranno la storia della musica. Tra questi una cover di That’s All Right Mama, scritta e pubblicata molti anni prima senza fortuna da Arthur Crudup, che nella versione di Elvis acquista una nuova linfa, una percezione nuova che ha il sapore del miracolo, che quella mattina Sam Philips, il boss dell’etichetta, e i vari musicisti delle sessions, Scotty Moore e Bill Black avvertono ma che non riescono a classificare.
In realtà Elvis rappresenta la punta più qualificante di un iceberg che emerge da una condizione di novità assoluta che si sta affacciando alla ribalta in ogni parte degli Stati Uniti. Una svolta nei rapporti inter generazionali sta nascendo poiché per la prima volta questa musica è rivolta ai giovani, che diventano protagonisti, ed è anche questa una forma di indipendenza, rivoluzionaria, che i giovani si stanno appropriando seppur con tanta fatica a causa della incapacità dei padri di comprendere sino in fondo le ragioni dei propri figli.
Elvis Presley sarà l’espressione più convincente ( e conveniente ) di questo nascente fenomeno poiché possiede il volto che serve all’industria del rock n roll per pianificare i propri interessi d’espansione ; l’immagine del nuovo che avanza, della rivoluzione socio-culturale, di costume, dimenticando spesso che il rock n roll ha avuto origini dal blues, da quel mondo arcaico e crudele che è stato il luogo dove migliaia di neri hanno subito ogni sorta di vessazione.
Poi è vero che quasi in contemporanea ci sono stati i vari Bill Haley e i suoi Comets, personaggio differente da Presley, che si inventa un titolo altisonante come Rock Around The Clock, che venne posto in coda nei titoli di un film che parla di malvivenza giovanile, accostando il genere ad un mondo che in realtà aveva tutt’altri obiettivi. La forma musicale verrà meglio espressa per continuità da tutt’altri  pionieri che sono stati Chuck Berry, Buddy Holly, Little Richard, Jerry Lee Lewis, ecc.. personaggi autentici ed essenziali come discepoli che serviranno al sistema per propagare in ogni angolo del mondo la nuova musica per giovani. Elvis Presley verrà fagocitato da tanti altri interessi al punto di far perdere le proprie tracce in tanti rivoli, blues, gospel, country, films di successo ; la sua voce diventata buona per tutte le stagioni, milionaria e preziosa per gli affari che il sistema si prefigge di realizzare.
Agli inizi dei sessanta però la musica rock comincia a cambiare connotati e raison d’etre ovunque tanto in America quanto in Inghilterra, ma questa è un’altra storia. Prende origine cosi il Rock e il lungo cammino inizia da quel momento. Ed è un’altra storia, che dura tuttora.
Luigi Ciavarella

        

venerdì 6 novembre 2015

IL VINILE : RITORNO AL PRESENTE


Il massiccio ritorno del vinile sulla scena, travolgente, compulsivo come nessuno forse si aspettava, è una realtà inequivocabile. Un ritorno che ha tutto il sapore della rivincita.
Innanzitutto i dati: nel 2014 in America sono stati venduti oltre 8 milioni di dischi ( + 84 per cento rispetto all'anno precedente ) e anche in Europa, Inghilterra in testa, ( ma anche l'Italia non scherza ) le percentuali di vendita hanno avuto impennate vertiginose. Questo improvviso interesse nei confronti del vinile, come fonte principale di ascolto della musica (quindi non soltanto come forma di collezionismo ), però ha fatto emergere un primo problema riguardo la produzione. Quest'anno avremo il boom e già ci fanno sapere che le stampe in circolazione potrebbero presentare qualche difetto di fabbricazione dovuto alle difficoltà con cui i vecchi macchinari sono costretti a far fronte ad una cosi improvvisa, elevata richiesta. Poi manca una vera rete di distribuzione efficiente ( quella storica è stata smantellata da tempo e i pochi circuiti disponibili sono quelli che ruotano intorno al mondo del collezionismo classico, mai venuto meno in questi anni ma insufficienti a garantire una cosi alta regolare produzione e distribuzione ) ormai dismessa e una catena di negozi che dovranno rinascere dalle loro ceneri o poter trasformare quelli che già esistono un po ovunque da covi per amatori cult a veri centri di vendita con la prospettiva di creare nuove opportunità di lavoro in un settore in movimento anche perché il supporto digitale, che finora era stato l'oggetto più diffuso, nonostante gli sforzi di rinnovare continuamente il proprio corredo estetico, sta già segnando il passo.
Tutto ciò perché l'attrattiva nei confronti del vinile è maggiore rispetto al compact disc. Anzi molti, ci fanno sapere, di comprare il vinile solo per il piacere di possedere la copia poiché la ritengono un oggetto artistico alla pari di un quadro. Quasi un feticcio. 
Di recente la De Agostini, una editrice che solitamente si occupa di libri, ha rimesso in circolo, tramite la distribuzione nelle edicole, una nuova emissione di vinile. Non è la prima volta che interviene in questo campo ma questa volta, quasi con tempismo straordinario, è riuscita ad attirare su di se l'attenzione necessaria per innescare, tra l'altro, anche un dibattito intorno al mondo del vinile e al suo ritorno sulla scena del mondo.
Questa volta è il blues l'argomento di cui trattasi e finora i dischi messi in vendita sono in effetti tra i più pregiati della musica del diavolo. Il primo è stato John Mayall ( A Hard Road,) un paio di settimane fa, addirittura venduto a prezzo dimezzato, come d'altronde anche i successivi Janis Joplin, Cheap Thrills e BB King, Live At Regal, altri due capolavori, provocando qualche spaccatura nel mondo del collezionismo poiché le copie risultano identiche agli originali in ogni parte. E' vero che l'originale appartiene a tutt'altro pianeta perché investe altri settori ed altre passioni, ma è anche vero che oggi esiste la possibilità di avere l'oggetto ambito ad un prezzo davvero a portata di mano.
Questa operazione di ristampe fac simile forse riuscirà, semmai avrà successo, a scompaginare il mondo del collezionismo, costringendo magari qualche negoziante a rivedere qualche prezzo ma, a parte ciò, sono anche certo che il vero collezionista non si farà impressionare più di tanto da questo vento di ritorno.
Intanto prendiamo atto di questo graditissimo ritorno, reale, palpabile e questo è un bene, sopratutto per la musica.
Ho fiducia che il settore, investito da tanta generosità, riuscirà a mobilitare tutte le sue capacità per affrontare questa improvvisa richiesta di vinile da tutto il mondo e lo farà con nuovi mezzi di produzione, moderni e funzionali ad una domanda che si sta facendo sempre più pressante e di cui noi, vecchi e fedelissimi combattenti, non possiamo che rallegrarcene.
Luigi Ciavarella






giovedì 22 ottobre 2015

UNA LUNGA VITA DA NOMADI. L' ERA BEAT POP.

I Nomadi sono stati i primi veri autentici beatnick italiani nati sulla scorta di una moda proveniente dalla Inghilterra intorno alla metà degli anni sessanta. Sono loro i veri hippies padani, capelli lunghi, corredo floreale appropriato e poca voglia di farsi giudicare dalla società ipocrita del tempo. Le loro origini bisogna cercarle tra Modena e Reggio Emilia, in quel tempo terra di fermenti beat al sapore di lambrusco e lasagne, in una regione d'Italia peraltro sazia ed opulenta come poche altre. Sono i Nomadi, complesso beat nato con una canzone, Come potete giudicare, nel 1966, ( sul loro effettivo esordio mettiamoci una pietra sopra ) che è già tutto un programma di intenti. Infatti, insieme a Nessuno mi può giudicare, della conterranea Caterina Caselli, fa tutt'uno col termine rivoluzione giovanile che fa tanto tendenza tra i giovani in quel momento di mutamenti epocali. La loro sarà una rivoluzione a metà poiché prevarranno ben presto gli interessi che contano in fondo, che sono poi il successo e la popolarità, che arriveranno qualche anno più tardi e saranno travolgenti.Un successo calibrato su milioni di dischi venduti, apparizioni televisive, manifestazioni canore, che sono tutte esperienze che hanno segnato un'epoca e che rimangono lo specchio di una società che cambia in fretta e furia le sue abitudini di vita, che si evolve anche attraverso la musica. Una musica semplice, importata in quantità massiccia dall'estero ( in primis dalla Inghilterra ) e affidata a centinaia di cloni che sapranno valorizzarla. Non ci sono soli complessi italiani ad attingere a questo inesauribile serbatoio, al banchetto partecipano anche complessi prevalentemente inglesi che qui da noi faranno la loro fortuna. Sui gruppi inglesi famosi in Italia ci sarebbe da scrivere un capitolo a parte però alcuni nomi come Rokes, Motowns, Renegades, Primitives con Mal, Casuals, Los Bravos, ecc. non possiamo non ricordarli poiché furono questi i primi punti di riferimento per la vasta gioventù italiana assetata di novità e per i tanti gruppi nostrani in erba che si formarono sui loro esempi.  
I veri Nomadi sono sin da subito Augusto Daolio e Beppe Carletti, i restanti saranno comprimari che avranno un ruolo non fondamentale nella economia artistica del complesso. Il primo, cantante leggendario, che possiede una voce calda, potente e molto personale, caratterizzerà il suono della band ; il secondo, tastierista, che diventerà col tempo depositario e guida del patrimonio lasciato da Daolio, quando questi nei primi anni novanta morirà a causa di un male incurabile, assumendo la leadership del nome e portando in ogni angolo d'Italia e nel mondo la leggenda del gruppo con enfasi militante.
Ma i Nomadi diventano definitivamente famosi quando prendono in prestito un brano di Francesco Guccini, il loro primo sodale amico compositore che fornisce loro canzoni a getto. Il primo botto si chiama Dio è morto e tanto basta a farli conoscere ovunque in Italia poiché la canzone sciorina un testo che fa discutere. Il brano parla dei mali dell'umanità, delle paure e delle speranze che valse loro una censura da parte della RAI e, sorprendentemente, un plauso dal Vaticano. Non è il solo testo che va controcorrente in quel periodo ma Guccini sa come usare la penna.
Da quel momento in poi il complesso emiliano ha la strada in discesa in compagnia di decine di altri gruppi ( Equipe 84, Camaleonti, Corvi, Pooh, Dik Dik,e centinaia di altri minori.) che invadono l'Italia con le loro canzoncine beat, che i giovani gradiscono e se ne servono pure per riempire le loro feste fatte in casa, esattamente come i loro coetanei inglesi e di tutto l'occidente.
Dopo qualche altro brano apocalittico ( per esempio Noi non ci saremo ) e qualche album, i Nomadi nel 1968 rifanno un brano dei Moody Blues, Nights a white satin, che diventa Ho difeso il mio amore, dopo una prima stesura effettuata dai Profeti. La versione dei Nomadi, grazie alla voce di Augusto, però è più bella e ottiene il successo maggiore.
Su questa nuova traccia, a partire dai primi anni settanta, il gruppo di Daolio e Carletti aprirà una nuova fase artistica che dilagherà nella prateria del pop italico con canzoni ben confezionate da autori pop più in sintonia con il formato canzone di successo  e saranno tutte valorizzate dalla splendida voce del leader ( Un pugno di sabbia, Io vagabondo, Tutto a posto, Un giorno insiemeGordon,ecc.). I violini avranno il sopravvento e tutto si svolgerà all'ombra del successo nazionale, che la mia generazione ricorda ancora oggi con grande emozione e che avranno varie riletture, tutte di ugual spessore, durante i tantissimi concerti che effettueranno in ogni luogo, grazie alle voci dei nuovi cantanti del gruppo del dopo Daolio. che si alterneranno nel corso del tempo.
I Nomadi a tutt'oggi hanno pubblicato una lunga scia di dischi, con alterna fortuna, tutti imperniati però da una urgenza artistica sempre presente e anch'essa fondamentale per capire la loro idea di musica poiché raccontano dei tanti temi cruciali del mondo contemporaneo, che entrano nella storia di questo gruppo tanto longevo che rispetto ai Pooh, per esempio, che hanno appena annunciato di sciogliersi alla scadenza del cinquantesimo anno di vita, loro al contrario non hanno alcuna intenzione di associarsi.
Luigi Ciavarella





lunedì 12 ottobre 2015

PERSONAGGI STORICI DI SAN MARCO IN LAMIS : MICHELE FULGARO, MUSICISTA POPOLARE.

Quando a Michele Fulgaro, classe 1940, gli viene regalata la sua prima chitarra ha soltanto 11 anni e nessuna idea circa il modo di suonarla. Il contatto con lo strumento, a cui sarà fedele per tutta la vita, si rivela subito produttivo poiché, appena appreso i primi accordi, carpiti sui pochi giornali d'epoca, Michele è già pronto ad inserirsi negli ambienti musical popolari del paese, che sono pochi ma abbastanza vivaci.
Nella metà degli anni cinquanta, in paese, bisogna dirlo subito, vi è già una certa scena musicale che prende spunti dal repertorio melodico napoletano contaminato con canzoni popolari del posto. Il sodalizio, attivo sin dal dopoguerra, fa riferimento ad autentici pionieri come Tonino Lombardozzi, Nazario Tancredi, Luigi La Porta, Francesco Russo, eccellenti musicisti che stanno scrivendo le prime pagine di una storia memorabile che avrà nel tempo un suo sviluppo naturale, evolutivo, con risultati importanti che resteranno quale patrimonio della nostra storia.
Il suo "debutto" da protagonista però avviene piuttosto repentinamente, in una veste insolita, durante le feste di carnevale del 1957, insieme a Matteo Napolitano e Armando Inglese, responsabili di un famoso siparietto comico, ingenuo e divertente, ricco di inventiva e originalità che servì a farlo conoscere in paese. Si chiameranno gli Speranzoni e, tra gli altri meriti, saranno i primi a dare corpo alla nascita del prototipo di artista da avanspettacolo, spontaneo e seducente.Una forma di spettacolo improvvisato infarcito di sberleffi e stornelli paesani che saranno una delizia per la San Marco in bianco e nero, contadina e impertinente, che si prepara a mutare pelle nonostante la soverchiante fatica dei tempi. E' il fascino delle radici che qui viene ben rappresentato con sincerità e che avrà uno sviluppo più metodico, dagli anni sessanta in poi, attraverso l'arte visionaria e fantasiosa di Luigi Soccio, alias Maestro Tackis.   
Qualche anno prima Michele Fulgaro partecipa alla nascita del gruppo pop sammarchese, i Walter Pitet di Antonio Verde, (1954) che è stato personaggio fondamentale poiché è generalmente considerato il primo musicista popolare in paese a inventarsi una forma aggregativa di gruppo aperto e organizzato su basi condivise, coinvolgendo intorno a sé un certo numero di persone col fine di allietare feste e matrimoni con canzoni paesane e qualche accenno di brani di successo, che, insieme ai balli tipici, saranno gli ingredienti basilari della loro ricetta musicale.  
Rispetto al gruppo di Tonino Lombardozzi citato sopra, i Walter Pitet suonano un repertorio di musica più sui generis che alterna balli tradizionali e canzoni, con un occhio di riguardo verso i gusti dominanti, diversamente dal gruppo di Lombardozzi, per esempio, dove invece, accanto ai vincoli di amicizia e di appartenenza comune ad entrambi i gruppi, si evince una certa attitudine culturale più marcata nei confronti delle proprie radici musicali. Non a caso il maestro Tonino Lombardozzi è in primis un insegnante di fisarmonica, con metodi di studio pari ad una comune scuola di insegnamento.
Del gruppo fanno parte oltre a Michele Verde e Michele Fulgaro, anche Giuseppe Petrucci, Matteo Napolitano e Matteo Vigilante.      
Nel 1963, al termine del servizio militare, Michele Fulgaro è tra i fondatori del complesso (come lo chiameremo d'ora in poi poiché è questo il termine adottato nei sessanta sopratutto dalle parti del beat) i Mods o Modernissimi, interessati a far crescere una scena ormai liberata dai laccioli della timidezza e quindi dilagante in ogni angolo del paese, con i loro ritmi e le loro melodie accattivanti. Al nucleo principale, come è consuetudine, vengono aggiunti altri elementi come i fratelli Vigilante, Antonio e Giuseppe,chitarra e sassofono, e Angelo Iannantuono alla fisarmonica che, a partire dalla nuova denominazione Arcangelo e il suo complesso, sarà presenza fissa nel giro degli spettacoli che si produrranno nel paese, sopratutto tra i tavoli imbanditi delle feste nuziali. Michele Fulgaro adotta altri strumenti, come la tromba e spesso anche la batteria, nel suo personale curriculum di musicista completo, oltre ad essere la voce solista del gruppo con compiti di leader. 
Infatti possiede una bella voce, accattivante e cristallina, ben sintonizzata sulle note melodiche proveniente dai successi di cantanti quali Claudio Villa o Luciano Tajoli, ma anche attenta a sostenere i ritmi più avanzati dei nuovi urlatori nonostante la principale preoccupazione della band sia quella di suonare tanghi, valzer e tarantelle che sono poi i motivi più richiesti dal pubblico e sempre adatti allo spirito della festa.    
Nel 1968, anno di transizione epocale, i Mods si sciolgono per fare spazio ad una nuova formazione più in sintonia con i tempi, i Protheus, che, nella storia musicale del nostro paese, verranno ricordati come uno delle migliori in assoluto. La presenza di Beppe Monte (nome d'arte di Giuseppe Chiaramonte) nel ruolo di cantante solista e nuovo frontman del gruppo, cambia i progetti del complesso. Vengono ridimensionati i balli tradizionali a favore dei brani di successo dove Beppe Monte ha modo di mettere in campo le sue doti di cantante melodico che diventano presto marchio del gruppo, offrendo ovunque atmosfere da balera comune a molte altre realtà contemporanee. Hanno un repertorio di canzoni rubate all'attualità, fresche e seducenti, (come avviene ovunque in Italia) e fanno in modo che diventino il polo di attrazione dell'intero universo paesano stimolando nel contempo la nascita e la proliferazione di altri gruppi. 
Sono complessi giovanili che nascono in quegli anni sulla scorta di un entusiasmo molto contagioso. Hanno in comune tutti la stessa passione e si pongono gli stessi obiettivi ma saranno meteore nel firmamento della storia musicale a cavallo del decennio : the Birds, the Wolves, the Butterflies, i Draghi e le Pietre Azzurre, più inclini al rock nascente, sono questi i nomi dei gruppi che avranno i loro momenti di notorietà nelle balere del luogo e negli ambienti deputati alle feste giovanili poiché salvo qualcuno il resto cesserà di lì a breve ogni attività. Sono tuttavia i segni del tempo che bruciano ogni aspettativa e questi gruppi fanno da spartiacque tra vecchio e nuovo, tra una musica antiquata e involutiva che ha cessato di esistere e una nuova, flessibile e frizzante che si affaccia alla ribaalta in piena sintonia con i desideri dei giovani.
I Protheus ( il cui organico è formato, oltre ai due leader, Michele e Beppe, da Matteo Napolitano alla batteria, Michele Perta alle tastiere e Michele Verde, figlio di Antonio - il famigerato "zio rosso",- alla chitarra ) appartengono al tempo in cui le feste nuziali si sono trasferite dagli ambienti casalinghi agli spaziosi ristoranti di paese, dove si può suonare all'aperto o nei Dancing Club, nati nel frattempo, oppure durante feste danzanti scolastiche, dove tutto è possibile persino suonare nei concerti di piazza (una bella foto in b/n del complesso la si può vedere sul front del cd "Sammarco Pop", in piedi a scalare sui gradini dell'ex cassa armonica della villa comunale). 
Nella San Marco dei juke box, rinascimentale e colorata i Protheus assumono la leadership della piazza, ovunque ci sia bisogno dei loro servigi (per esempio durante le feste in maschere dei carnevali di paese cosi ricchi di struggente tradizione, di cui si è persa persino la memoria), insomma ovunque ci sia spazio e persone disposte ad ascoltare.
Il gruppo dura sino al 1973 dopodiché cessa di esistere. L'anno precedente Beppe Monte partecipa al programma radiofonico La Corrida, celebre trasmissione condotta da Corrado, con il brano Tanta voglia di lei dei Pooh guadagnando il secondo posto. L'improvvisa notorietà del cantante dei Protheus mina gli equilibri all'interno della band per cui è costretta a sciogliersi.
Michele Fulgaro chiude così la lunga prima fase della sua storia musicale. 


La riprenderà nel 1980 in seguito alla nascita dei Revival, di cui fanno parte Bonifacio Tancredi, Serafino Antonio Panzone, Angelo Iannantuono, Giuseppe Bonfitto e Mario Masullo, (spesso raggiunti sul palco dal maestro Tackis e da Tonino Rispoli) che avrà soltanto il compito di ricordare ai numerosi fruitori il tempo che passa inesorabile, attraverso ondate di canzoni senza tempo. 
Ma questa è un'altra storia.
Nei primi anni novanta Michele Fulgaro registra e pubblica in modo spartano un cd musicale in cui coesistono alcuni brani di noti poeti dialettali locali (Francesco P.Borazio e Michele Martino), peraltro molto suggestivi, adattati musicalmente, e altre invece più trascurabili covers di cantanti noti.
  
Conservo il ricordo di una immagine struggente, che mi torna spesso prepotente alla mente, come in questo momento di congedo, ed è quella in cui appaiono Michele Fulgaro insieme a Giuseppe Scola e sua moglie Elisabetta Cristalli nell'atto di improvvisare una tarantella, ciascuno munito rispettivamente di chitarra, violino e tamburo, che posano festosi per Giuseppe Michele Gaia, studioso fiorentino di arte e danze popolare, che volle immortalare quello scatto per sempre poiché finì ad arricchire la cover del cd, che conteneva una raccolta di brani popolari nazionali, di cui ho perso le tracce.
Una immagine che vale più di ogni altra considerazione che si possa aggiungere intorno all'arte e la musica di Michele Fulgaro, musicista popolare di San Marco in Lamis, protagonista assoluto di una storia ricca di passaggi epocali in cui ha sempre saputo cogliere, in ogni occasione, sempre gli aspetti più peculiari. 

Luigi Ciavarella






domenica 11 ottobre 2015

L'ULTIMO VALZER INSIEME AI POOH.

Il famoso gruppo pop italiano ha annunciato, dopo cinquanta anni di vita musicale insieme, di sciogliersi l'anno prossimo. Sono previsti per l'occasione due mega concerti (Milano e Roma) e una nuova emissione di CD in formato deluxe.

I Pooh, il famoso e popolare gruppo pop leggero italiano, ha deciso di finirla qui. Hanno detto basta dopo cinquanta anni esatti dalla loro prima apparizione discografica cioè dal 1966, anno in cui venne pubblicato il loro primo 45 giri, Vieni fuori direttamente da una cover d'annata proveniente d'oltre manica. Un po come si usava in quel tempo le cover, (che sono state una sorta di furto diffuso, legalizzato e condiviso), erano il retaggio abituale in cui si formavano carriere musicali e si ottenevano, per quelli meno fortunati, lampi di notorietà, poiché duravano lo spazio di un mattino.
I Pooh iniziarono da subito a scrivere canzoni, con testi di tipo adolescenziale, grazie alla fertile penna di Valerio Negrini, autentico, sensibile poeta, artigiano della parola persino migliore di Mogol, se si esclude la feconda esperienza avuta con Lucio Battisti alla Numero uno. Rispetto ad altri (per esempio l'Equipe 84 e i Camaleonti tra i più gettonati all'epoca) che pubblicavano a raffica soltanto covers di diversa natura stilistica e provenienza, il gruppo bolognese nei tre albums che caratterizzano i loro anni sessanta alla Vedette, si spinsero a scrivere anche brani originali seppure di facile e a tratti banali contenuti tanto che, nei primi anni settanta, quando si rese necessario mutare immagine, il passaggio dal beat, ormai decadente, ad una forma di canzone mielosa e di successo, i Pooh rifiutarono persino i loro lavori precedenti tanto da intitolare la loro prima opera appunto Opera prima.
Nei sessanta, quindi, fatta eccezione per un paio di brani, il resto è un banale caleidoscopio di canzoni insulse e prive di nerbo, leggere come foglie di carta velina, che vogliono imitare Beatles e affini, il pop emergente edulcorato e gentile di stampo anglo sassone, senza tuttavia lontanamente mai riuscirci, salvo Brennero 66, che diventa da subito “l'altra faccia” del beat, che getta un clima di sospetto su fatti che la musica leggera non aveva finora previsto ma che irrompe con la forza di un uragano su una scena in sostanza tutto sommato frivola e modaiola, assortita e impegnata ad allietare i pruriti giovanili e le esigenze di profitto dell'industria, sempre attenta a queste trasformazioni. Il brano parla di terrorismo altoatesino, di morte e distruzioni con la cruda analisi di un fenomeno che l'Italia, assorta a godersi gli effetti del consumismo spietato di fine decennio, prova a rimuovere dalle proprie abitudini. La censura arriverà puntuale ma sarà l'unico caso in cui i Pooh si lasceranno sedurre da una denuncia sociale tanto estrema. Lo rifaranno negli anni novanta con un altro paio di canzoni significative ( Pierre che parla di omosessualità e Uomini soli che invece tratta il tema della solitudine) ma nei sessanta quella canzone è un pugno nello stomaco, un coraggioso esempio di come si possa veicolare una canzone beat verso sentieri del tutto imprevedibili.
Nei settanta con Tanta voglia di lei la band emiliana cambia registro e si spinge verso un pop d'autore, ricco di arrangiamenti forse fin troppo esagerati per la costruzione di una serie canzoni di successo che puntelleranno tutto il corso del decennio e sono ancora tuttora nella mente e nell'anima di tante generazione (la mia in primis) che sono cresciute all'ombra di questa musica forse abbastanza stucchevole ma capace di suscitate moti di cuore inevitabili e far sbocciare amori improvvisi per le parole stupende e la musica avvolgente che essi hanno sempre posto in essere. Poi la musica del gruppo diventa marchio e tutto si svolge all'insegna di un business che travolge la spontaneità e l'originalità a favore di un impegno rivolto all'intrattenimento puro e crudo, costruito su spettacoli sempre super tecnologici che nulla hanno più a che vedere con la loro musica.
I Pooh che lasciano la scena (con due concerti a Milano e a Roma previsti l'anno prossimo a giugno) hanno l'aspetto di quattro ragazzi (più Riccardo Fogli che, allontanato nel 1973, è stato riaccolto per l'occasione) che si son divertiti a suonare senza la pretesa di cambiare il mondo, sempre accolti per tutta la durata della loro storia, con calore e affetto dalla numerosissima prole di fans presenti in tutta la nazione, senza mai stravolgere più di tanto la loro redditizia cifra stilistica che ha dato loro tanta soddisfazione, in termini sia di popolarità che di profitto. 

  Luigi Ciavarella

                

lunedì 28 settembre 2015

ABBIAMO TUTTI UN BLUES DA PIANGERE

Mi vengono in mente un paio di album del nostro glorioso passato Progressive per descrivere il panorama desolante che si respira oggi nella mia città : Felona e Sorona delle Orme e Abbiamo tutti un blues da piangere del gruppo jazz rock romano dei Perigeo. Il primo per fissare una immagine di decadenza ormai ineccepibile e il secondo per testimoniare una condizione di frustrazione che tutti avvertiamo e la conseguente impotenza nel porvi rimedio.
Entrambi vanto del nostro (poco) autoctono Progressive Rock e pubblicati nello stesso anno 1973, il primo è un concept come si usava allora ovvero un tema che veniva blandito in tutta la durata del lavoro, nel nostro caso la vita di due pianeti immaginari appunto Felona, illuminato e felice come ben descrive Aldo Tagliapietra, leader e vocalist del trio veneziano, e Sorona invece triste e desolato, buio e angosciato. Due pianeti dirimpettai che hanno subito un diverso trattamento dal destino decisamente contrapposti. Luce e tenebra. Una metafora che si può associare al nostro paese nei confronti dei nostri dirimpettai di San Giovanni Rotondo, per esempio, o, se preferite, di qualsiasi altro paese poiché chiunque può vantare nei nostri confronti qualcosa di positivo che noi non abbiamo.
Il disco delle Orme, considerato dalla critica italiana ed europea il capolavoro del gruppo (io gli preferisco decisamente il primo, Collage, più spontaneo e musicalmente più dotato, ma è solo una mia opinione) può vantare il merito di aver dato slancio alla musica rock italiana, (insieme a pochissimi altri) sino a qualche anno prima prigioniera di un certo cliché, avviando oltremodo una via indipendente del rock italico che sarebbe durata poco tempo ma sufficiente a darle lustro negli annali che trattano questi argomenti.
Ritornando al nostro pianeta lugubre e spettrale San Marco, come Sorona ha vissuto anch'essa la sua epopea di grandeur se paragonata al passato rispetto ai paesi vicini, un tempo non lontano, scarsi e poco produttivi, cimentandosi anche in molte attività ( artigianali in primis ) che hanno elevano il suo spirito di intraprendenza ben oltre ogni aspettativa. San Marco in Lamis, per esempio, alla fine del secolo ottocento aveva già la corrente elettrica che produceva da sé e la forniva all'intero abitato, quando i paesi vicini, e lo stesso capoluogo, l'illuminazione pubblica e privata veniva alimentata ancora a petrolio. Questa la dice lunga sul grado di emancipazione che aveva il nostro paese rispetto ad altri.In questo senso il famoso e glorioso "ciminione" , dove c'erano le turbine,  che si elevava fiero dalle parti dell'odierna rotondina ( oggi stuprata da una alberello insignificante che non ha alcuna ragione di esistere se non far per ridere i passanti) che dava energia all'intero abitato, non solo non andava abbattuto, tra l'altro per farne degli orribili condomini, ma conservato, a futura memoria, per le generazioni successive affinché diventasse il simbolo del progresso e della laboriosità dei loro predecessori. Altro che monumento ai caduti, era questo il monumento che bisognava preservare dal momento che testimoniava la luce, la vita, mentre quell'orribile statua di bronzo seriale, altro non esprime che morte e desolazione quindi il ricordo nefasto di tanto sangue innocente versato per una causa criminale, che andava rimosso affinché in paese non ci fossero più tracce di guerre passate e violenze subite. (Ma non è mai tardi)
Ora San Marco - Sorona ha perduto tutto ( prestigio innanzitutto : vari uffici, ospedale, tenenza dei carabinieri, ultimamente risulta anche pieno di debiti tanto da dover dichiarare bancarotta, ecc...) , negli anni si è ridotta da città contadina e artigianale, luogo di cultura ed educazione civica, ( dagli inizi del novecento in poi abbiamo avuto giornali periodici, circoli culturali, intellettuali e professionisti di razza,ecc..) punto di riferimento dell'intero Gargano e del sottostante Tavoliere, a bivacco permanente per orde di giovani e meno giovani, che nella totale indifferenza delle autorità, deturpano l'immagine del paese in cui son nati e cresciuti senza bisogno che si nascondano. Una totale mancanza di rispetto che annichilisce. A ciò si aggiunga un paese in ginocchio senza prospettive, immerso nella oscurità come Sorona, caduto in disgrazia per colpa di mediocri artigiani della politica con gli occhi strabici le cui poche energie disponibili sono state rivolte ai propri interessi personali piuttosto che al bene comune.
cassa armonica sito nella villa comunale distrutto dalla Amministrazione Cera  
Poi ciò che resta di questo fallimento lo si può vedere giorno per giorno attraversando il paese di lungo in largo, mattina e sera, dove si può scoprire per esempio che in corso Giannone dove, nonostante il divieto di sosta permanente, un lungo serpentone di auto vi parcheggia senza che nessuno provi a far rispettare le regole. Lo stesso dicasi in vari altri punti del paese, ieri come oggi. Il parco giochi vandalizzato ripetutamente da piccoli barbari sotto gli occhi compiaciuti delle loro mamme impegnate in conversazioni intellettuali tra loro per non accorgersi delle gesta eroiche dei loro pargoli. Cresceranno così non c'è rimedio. Allora la visione degli strumenti della gioia infantile divelti, abbattuti, resi inservibili ti spezza irrimediabilmente il cuore, ti crea angoscia. Come la fontanina della vicina villetta a cui si è reso necessario persino aggiungere un cordone protettivo per evitare che venisse anch'essa maltrattata eppure nonostante ciò è sempre sporca di rifiuti per la stessa ragione sopra descritta. Non ultimo la solitudine del chiosco della villa comunale, un tempo centro di vitalità e di ristoro, diventato anch'esso irrimediabilmente e simbolicamente una bandiera a mezz'asta permanente per commemorare il fallimento di una città e di un'epoca.  
Manca soltanto alla lista dei disastri da annunciare il famoso campo sportivo, probabile facile preda per incursioni piratesche, è se finora non è diventato anch'esso un campo di battaglia è soltanto perché qualcuno ha deciso di resistere ad oltranza indipendentemente dagli ordini che ha ricevuto, facendone una questione di principio.Un baluardo a difesa del decoro dell'intera comunità.  
Allora non ci resta che dedicarci all'ascolto del disco dei Perigeo, Abbiamo tutti un blues da piangere, poiché il blues esprime compiutamente tutto il dolore di questo mondo e nel contempo la rassegnazione, il sogno infranto, il turbamento e il disagio di una condizione umana che nulla può fare per arrestare il declino. 
Il disco di Giovanni Tommaso, contrabbassista e leader del gruppo jazz romano, - questo è il loro disco migliore, forse insieme a Genealogia di qualche anno più tardi - , allora vuol essere il mio tributo di sangue e di musica, attraverso il suono del miglior jazz rock italiano che qui si esprime a livello altissimo, e un tangibile atto di riflessione per il nostro futuro negato.
Luigi Ciavarella 

mercoledì 23 settembre 2015

FORSE SI PUO' USCIRE DAL TUNNEL.

La vicenda dei cani randagi avvelenati ad opera di uno o più balordi, che tanto sdegno ha provocato nella tranquilla cittadina di San Marco in Lamis, pone più di una questione. Dopo un primo momento di smarrimento e di incredulità dovute alle scarse informazioni sulla criminale mattanza, gran parte della popolazione ha reagito non solo cercando di individuare i responsabili appostandosi anche durante le ore notturne, e riuscendo persino a scoprire il profilo del criminale, senza tuttavia poterlo identificare con certezza assoluta, ma scendendo numerosa in piazza per protestare energicamente sopratutto contro il silenzio e l'indifferenza delle istituzioni sorde innanzi al dramma che si stava consumando in paese. E nonostante ci sia stato con largo anticipo l'annuncio sui social della manifestazione, nessuno di palazzo badiale si è sentito in dovere di testimoniare perlomeno una vicinanza verso i nostri amici a quattro zampe, che, tra l'altro, sono parte integrante del territorio in cui vivono e quindi sotto la tutela del Sindaco in persona. Un atto insensato che non trova alcuna giustificazione e riflette un dubbio di fondo: l'amministrazione vigente esiste nelle sue funzioni istituzionali o si è disintegrata? Quali sono i suoi obblighi di legge e quali misure deve adottare oltre ad annunciare una querela contro ignoti ? Oppure il suo compito è solo quello di occuparsi di feste patronali (a detta del sindaco, che pare abbia offerto persino di tasca propria "ai suoi concittadini"il fine serata pirotecnico ) che sono diventate anacronistiche, imbarazzanti, retaggio di un passato che non ha più ragione di esistere e che trova sostegno, purtroppo, solo in quelle fasce di nostalgici attempati che accorrono sulla piazza per "godersi" i futili disegni rumorosi che squarciano il buio, non avendo null'altro da pretendere. Essi neppure immaginano che in quel momento decine di cani e gatti, randagi o padronali, vivono in uno stato di terrore inimmaginabile, alcuni muoiono esattamente come, per fare un esempio estremo, fatte le giuste e dovute proporzioni, accadde durante i bombardamenti di Sarajevo ad opera dei serbi in cui morirono migliaia di animali domestici, molti dei quali spaventati dalle bombe. Certamente questi signori non stavano alla manifestazione.

La San Marco in Lamis che vogliamo in futuro la si dovrà scegliere con ragionevole saggezza senza lasciarsi più influenzare da fattori esterni che non siano i bisogni primari di tutti i cittadini, fuori da obblighi dipendenza familiare o addirittura patti scellerati tra persone che a nulla servono se non a ostacolare la corsa di chi effettivamente può rivelarsi una risorsa importante per le sorti del paese.
La recente esperienza politica-amministrativa, disastrosa sotto qualsiasi profilo, che per fortuna sta per lasciarci, mi obbliga a constatare che una generazione di occupanti il potere, che finora hagovernato o preteso di farlo in nome di una ideologia o di  un partito, ha cessato di esistere . Un metodo residuale di potere che deve scomparire per sempre.
Forse grazie alla nuova legge elettorale, che ci impone di votare il sindaco nell'ambito di un maggioritario secco, possiamo finalmente scegliere la persona che ci governerà con la massima serenità, in libertà, fuori dall'ambito di una disciplina di partito che non esiste più.
San Marco in Lamis, secondo il mio modesto parere, ha bisogno di poche cose. Innanzitutto l'urgenza di rinnovare  l'apparato della macchina amministrativa, renderla dinamica e dotarsi di persone competenti, qualificate ; uffici efficienti guidati da persone responsabili e servizi d'ordine che facciano rispettare le regole, la legge e il buon vivere della gente.
Un vantaggio importante può arrivare dalle attività del volontariato, cosi ben radicato nel nostro territorio, formato per di più da persone qualificate e motivate da un impegno costante verso la comunità che va ulteriormente potenziato ed esteso ad altre funzioni ( il servizio dei nonni vigili o una convenzione con l'associazione dei carabinieri a riposo per esempio potrebbe alleggerire le fatiche dei vigili urbani tali da poterli impiegare a tempo pieno sul territorio e istituire, in contiguità, la figura dell'ausiliario del traffico,ecc.. ) poiché l'apporto che fornisce alla città è di vitale importanza.
Un'altra sfida importante, poiché di questo si tratta, dovrà giungere forte & chiara dagli ambiti scolastici di ogni ordine e grado, compito difficile da affidare a presidi, professori ed educatori che dovranno indirizzare i propri studenti nel rispetto della propria terra d'origine, insegnando loro a coltivare l'amore per l'arte, la letteratura, la musica e lo sport della loro terra facendoli partecipare a convegni, proiezioni, attività teatrali, letture creative e concerti musicali d'ogni genere.
Spezzare l'indifferenza e rispettare il luogo in cui si è nati dovrà essere imperativo per tutti.
Infine un pro memoria per il nuovo sindaco che verrà. Scelga i suoi delegati sulla base delle loro competenze, serietà e, perché no, anche sulla base della simpatia che suscitano tra la gente quindi del consenso, e li spedisca, prima che essi assumano iniziative di potere, in quei luoghi dove maggiormente sono state provate eccellenze condivisibili almeno sui temi strategici che ci interessano come per esempio la raccolta differenziata, il controllo del territorio da parte della forza pubblica, esperti di comunicazioni, leggi regionali, nazionali ed comunitari, e la adozione di un Canile municipale dignitoso e appropriato in cui i cani randagi (ma anche padronali, per un servizio di ricovero temporaneo) si sentano  protetti e possano vivere in pieno benessere esattamente come i cittadini. Oltre a rappresentare un formidabile presidio di civiltà, esso può persino diventare punto di riferimento per i paesi limitrofi e offrire quindi anche opportunità di lavoro.
Perseguite la felicità, e questo che auspico ai miei concittadini e sappiate preservare la memoria della nostra Storia che è quanto di più interessante e affascinante si possa immaginare.
Pena la morte civica e la condanna all'inesistenza.

La manifestazione di qualche giorno fa, che ha visto partecipare ogni fascia d'età, per dire basta con la violenza e l'indifferenza fa ben sperare in un mondo migliore. Forse si può uscire dal tunnel.

Luigi Ciavarella

   

lunedì 13 luglio 2015

I FABERI PROTAGONISTI AL NAT KING CLUB DI FOGGIA.


Sabato 18 luglio torna la poesia e la musica di Fabrizio De Andrè a Foggia con la storica coverband Faberi, nata a San Marco in Lamis e cresciuta prima nel Gargano e poi sulla scena nazionale, che porterà il proprio decennale tributo a Faber al Nat King Club di Foggia, in collaborazione con l'associazione "La Chiave Artistica".
Nati oltre dieci anni fa sulla scorta di una passione vera per la musica e la poesia diFabrizio De Andrè, il gruppo I FABERI, da San Marco in Lamis (Gargano) ha finalmente ottenuto i primi riconoscimenti importanti in ambito nazionale peraltro meritatissimi per il rigore e la passione con cui interpretano la musica del grande genovese. 
In dieci anni di attività si sono avvicendati in seno al gruppo vari musicisti ma la loro musica, sempre rispettosa della natura anarcoide di Faber, a tratti persino ossequiosa per il gusto retrospettivo che inevitabilmente il nome rimanda, altre volte teatrale e autoreferenziale, ha in definitiva sempre conservato quel rispetto dovuto al grande protagonisti della storia della musica italiana. Una musica forgiata attraverso concerti spettacolari e performance di grande respiro per l’audacia con cui si è voluto confrontare con un tipo di musica tra l’altro inusuale nel panorama della musica d’autore italiana e per i gradi di cultura che l’hanno caratterizzata, soprattutto da quando Fabrizio De André ha rivolto alla nascente world music tutte le sue energie, a partire daCreuza de Ma ( 1984 ) sino all’ultimo episodio grandioso ( Anime Salve )  prima di sopraggiungere la morte, inaspettata e crudele poiché privò il mondo della canzone d’autore italiana del suo maggiore interprete, colto nel momento della massima maturità artistica.
GIUSEPPE TANCREDI (Keyboards) - FELICE NARDELLA (Guitars)
I Faberi hanno saputo cogliere tutti gli aspetti musicali del cantautore genovese, con una verve stilistica a dir poco prodigiosa, in perfetto equilibrio tra il Fabrizio degli esordi, quelli che meglio la memoria collettiva ha saputo conservare e i tempi della maturità, non trascurando affatto l’intermezzo spirituale e letterario non ultimo anche l’episodio meno rilevante per certa critica ( Storia di un impiegato e di una bomba) in cui Fabrizio traccia senza mezzi termini i mali italiani e le connivenze mascherate del potere, con il contributo musicale di Nicola Piovani. Quindi dalle spensierate prime canzoni anti militariste, gli affari di cuore e di costume, la fotografia intima e spietata del cantautore genovese rivive attraverso l’esperienza del gruppo di San Marco in Lamis, in un rapporto che rappresenta la perfezione d’ equilibrio per il gusto con cui il gruppo riesce a focalizzare le tante sfaccettature del cantautore genovese riconducendo in un unico disegno tutta la sua storia.
NICOLA FINI (Vocals) - PIETRO GIULIANI (Guitars)
Personnel :
Nicola Fini (Voce solista) ; Felice Nardella (Chitarre) ; Pietro Giuliani (Chitarre) ; Giampiero Monaco (Basso) ;Giuseppe Petruccelli (Batteria). 


LUIGI CIAVARELLA

GIANPIERO MONACO (Bass)

GIUSEPPE PETRUCCELLI ( Drums )


I FABERI A FOGGIA



venerdì 10 luglio 2015

IL BEAT ITALIANO CINQUANTANNI DOPO

Il beat italiano esplose proprio di questi giorni di 50 anni fa. Fu un movimento spontaneo, liberatorio, impulsivo, fatto da giovani che, spinti da una irresistibile voglia di libertà, riversarono in musica tutta la loro ingenua ma incontenibile innocenza di vivere fuori dai clichè dove sino a quel momento la società li aveva trattenuti. Un comportamento senza precedenti i cui spunti vennero presi in prestito da analoghe circostanze presenti nel resto d'Europa (Inghilterra in primis) facilitati da un certo benessere socio economico evidente (il cosiddetto boom economico che ebbe una rilevanza fondamentale nella diffusione del beat). Il termine beat non ha una origine particolare (Beatles ?) tuttavia servì ad enfatizzare un periodo storico preciso e indimenticabile della storia del costume italiano, fatto di canzoni rubate al pop inglese di successo e balli semplici e seducenti in locali sorti ovunque come funghi sulla scia di questi fermenti (come il Piper, per esempio) che contribuirono fattivamente a creare i presupposti per la nascita di molti gruppi i quali diedero effettivamente l'assalto al cielo con l'illusione che quel momento sarebbe durato in eterno. 
Non lo fu ma loro ci credettero ugualmente.
Tuttavia lo spirito di quel periodo non ha mai cessato di esistere. Seppure sotto forma di revival, esso è sopravvissuto sino ai giorni nostri, cresciuto ovunque, nei luoghi più impensabili della penisola, dove hanno agito e agiscono insospettabili complessi di irriducibili che suonano imperterriti quella musica con la stessa enfasi dei loro padri e lo fanno con gli stessi strumenti vintage di allora, con rigore imperturbabile e infinita passione, alcuni dei quali anche con un certo successo ( tipo Avvoltoi, Moreno Spirogi, Sciacalli, e tanti altri ...).
Nei sessanta italiani, nell'età d'oro del 45 giri usa e getta molti furono i gruppi e i cantanti che diedero lustro, con la loro voce, la loro musica e la loro presenza, ad un periodo fecondo della scena musicale italiana attraverso una infinità di emissioni ed eventi che seppellirono letteralmente l'Italia sotto uno spesso strato di vinile ardente. 
Alcuni gruppi beat provenivano direttamente dall'Inghilterra ( i più importanti furono i Rokes - considerati in assoluto alla stregua dei Beatles -, poi i Motowns, i Casuals, Sorrows, ecc..) e qualcuno persino dalla Spagna, come per esempio i grandi Los Bravos di Black is Black, autori di un hit senza tempo la cui memoria ancora oggi resta viva nella mente di noialtri, marchio indelebile di un'epoca indimenticabile.
Tra i gruppi italiani più famosi, puntualmente presenti nella hit parade nazionale, si distinsero l'Equipe 84 di Bang Bang e 29 settembre (quest'ultima scritta da Mogol e Battisti), i Nomadi di Noi non ci saremo e Dio è morto; i Camaleonti di Ricky Maiocchi protagonisti di una lunga serie di emissioni di covers che trovarono posto, molti anni dopo, in una raccolta pubblicata da On sale Music, l'etichetta maggiore per questo genere di riscoperte anche archeologiche. 

Poi ci furono i Dik Dik di Sognando California, i Giganti della Bomba atomica, i Corvi garage-psichedeici di Sospesa ad un filo e i New Dada di Maurizio Arcieri (scomparso recentemente) che "rubarono" ai Rolling Stones la stupenda Lady Jane oltre al resto ; inoltre i romani Jaguars di Devi combattere, i veronesi Kings, i bergamaschi Mat 69 e i gli edulcorati Delfini, compreso i Ribelli, che furono tutti beat allo stato puro. Infine gli emiliani Pooh che prima di diventare quella band stucchevole da classifica che tutti abbiamo conosciuto negli anni a venire, sono stati autori di uno dei brani più micidiali del beat italiano, quel Brennero 66 che ancora oggi viene ricordato come uno dei tentativi più riusciti di legare la musica beat all'impegno civile. 
Da ricordare ancora i New Trolls e le Orme, bands che avrebbero fatto meglio nei primi anni 70 attraverso un suono più impegnativo (il cosiddetto Progressive italiano), ma ricordati entrambi nel periodo beat per i loro esperimenti floreali (Senti l'estate che torna e l'album Ad Gloriam); i Ragazzi del sole che si ricordano per un 45 dal titolo Atto di forza n.10 (ma anche per un album storico) che rimanda alle battaglie di strada tra hippies di cui anche Ricki Shaine, un ragazzone pugliese fantasioso rese immortali con le sue canzoni e i suoi filmetti (da citare Uno dei Mods, la battaglia dei Mods,ecc..) costruite sulle stesse coordinate dei ragazzi torinesi.
Il protagonista principale fu però Ricky Gianco autentico beatnick che contribuì non poco alla diffusione del verbo beat, con brani suoi e comportamenti adeguati al periodo, memoria storica degli eventi che si svilupparono in quegli anni frenetici.
Anni importanti in cui dove tutto sembrava apparentemente possibile e dove ben presto, passato il 1968, apparvero le prime avvisaglie di un cambiamento di clima che già si stava profilando all'orizzonte, le prime difficoltà e la musica cessò d'incanto di avere tutto quel sapore di semplicità e d'amore per indirizzarsi verso sentieri più oscuri, impegnativi e difficili come i tempi che stavano profilandosi all'orizzonte dei settanta.

Luigi Ciavarella