giovedì 22 maggio 2014

APPUNTI PER UNA STORIA MUSICALE SAMMARCHESE:               ANTONIO LOMBARDOZZI.


Antonio Lombardozzi (1927-2007) è stato un pioniere della storia musicale di San Marco in Lamis , contribuendo non poco a disegnare uno sviluppo possibile dell'arte musicale in un momento storico ancora provato dagli effetti nefasti della guerra e dalle incertezze del dopo. Rispetto ad altri, per esempio, Tonino, come lo chiamavano affettuosamente tutti in paese, aveva radici musicali colte avendo da subito compreso l'importanza della musica jazz, introdotta dagli alleati, che lui prese in prestito per arricchire il repertorio della canzone napoletana a lui familiare.Due stili musicali apparentemente distanti tra loro che Lombardozzi provò a contaminare creando di fatto un genere ibrido che funzionò alla perfezione. Suonava la fisarmonica di cui era maestro e formò diverse generazioni di giovani sammarchesi all'arte di suonare lo strumento attraverso un insegnamento regolare, serio e sempre rivolto ad educare i giovani verso la passione della musica e l'amore per la propria terra d'origine, San Marco in Lamis.

Luigi Ciavarella

fonte :  La Giannoniana, dicembre 2011. 


GALLERIA FOTOGRAFICA

Anno 1955 : da sin. Michele La Porta,Francesco Russo,Antonio Lombardozzi, Nazario Tancredi.

Anno 1955 : da sin: Michele Grifa, Michele La Porta, Antonio Tancredi, Antonio Lombardozzi, Nazario Tancredi.

Anno 1948: da sin: Antonio Longo ( fisarmonica )e Tonino Lombardozzi ( Clarinetto )

Anno 1948: Antonio Longo ( Fisarmonica ) e Tonino Lombardozzi ( Clarinetto )

Anno 1948: da sin: Luigi La Porta, Antonio Tancredi, Antonio Lombardozzi, Nazario Tancredi.

Anno 1949 : da sin: Luigi La Porta, Francesco Russo, Nazario Tancredi, Antonio Lombardozzi.

da sin: Luigi De Carolis, Nicola Limosani, Nazario Tancredi e Antonio Lombardozzi

Anno scolastico 1955-1956: Il maestro Tonino Lombardozzi insieme ai suoi giovani allievi musicisti.

Anno 1974: Luigi La Porta e Tonino Lombardozzi.

mercoledì 21 maggio 2014

LA NEW WAVE SAMMARCHESE

di Luigi Ciavarella


SARA LA PORTA
La scena musicale locale, almeno da una decina d'anni in qua, ha saputo rinnovarsi conservando, nel solco della continuità, sempre una traccia dei vari passaggi, riscontrabile nelle varie manifestazioni artistiche succedutesi in questi luoghi che ne hanno determinato lo sviluppo.
Accanto allo zoccolo duro che governa la valle ( cito i poli estremi Festa Farina e Folk e Ciro Iannacone ) sono nati nel frattempo una miriade di gruppi e artisti che, con sorprendente attualità, hanno saputo esprimere una forte caratterizzazione alla nuova canzone d'autore e ai canoni del pop rock locale, vuoi per una loro ricerca personale o solo semplicemente per il gusto di suonare insieme, avendo avuto l'opportunità nel frattempo di attingere notizie alla fonte della musica rock grazie agli strumenti proto didattici che fornisce il web.
La loro emancipazione per esempio, in tal senso, rispetto ai loro coetanei-predecessori degli anni 60/70 è fuori discussione proprio in virtù di questi nuovi confini di conoscenza. Un paragone invece con gli anni antecedenti è assolutamente improponibile. Un'altra peculiarità formidabile è l'assoluta condivisione di idee che alimenta il flusso musicale dei vari gruppi, un interscambio naturale di musicisti che potrebbe essere la base in cui può nascere un progetto significativo di gruppo aperto, determinato a sviluppare una musica di qualità dagli effetti imprevedibili.
Premesso questo, aggiungo di non essere in grado di fare una cronistoria di tutti i gruppi che si sono succeduti in questi lunghi anni, ma tuttavia mi preme ricordarne alcuni, se non altro per gli effetti devastanti (positivi) che hanno procurato alla mia sensibilità di cronista nel corso delle loro performance.

I FABERI

Partendo dai Virtuals di cui sono stato testimone di un concerto tributo ai Nomadi in anni lontani, sino ai ragazzi del No War di quest'estate (2011) , il campo minato del rock pop, entro questi limiti, ha vissuto una stagione esaltante per i diversi contenuti della proposta musicale espressi ( infatti vi sono tutti i generi dal blues al metal, ecc.. ) e per i risultati ottenuti.
Oggi vi sono molti gruppi che stanno alla base della rinascita musicale del pop locale,molti musicisti di qualità ne fanno parte, ma è impossibile ricordarli tutti in questo contesto in modo esauriente. Penso che il gruppo dei Faberi, interamente devoto alla musica di FabrizioDe Andrè o i Nameless, di cui ho uno splendido recente ricordo, o accanto alla temeraria esibizione del gruppo della " Giannoniana " in occasione della presentazione del loro cd di brani tradizionali, rappresentino i limiti entro cui si muovono i prodromi della giovane scena pop rock locale.
THE NAMELESS
Ve ne sono altri di indubbio talento, su cui ritorneremo a parlarne, ma qui non posso non citare Sara La Porta, figura femminile dai tratti dark ma dalla voce eterea, dotata di una personalità molto forte, tra le migliori voci nella sterminata galassia della scena musicale locale.
Può essere questo l'unico dato credibile in cui poter spendere la cifra di una scommessa per un futuro prossimo nella valle (e altrove). E non solo di tipo musicale. 

RANDOM DEATH

THE SHARKS


THE LISERT TRIBUTE BAND
IN NUGAE


LUIGI CIAVARELLA

Fonte :  Times in Lamis, San Marco in Lamis dicembre 2011





mercoledì 14 maggio 2014

LA VOCE CALDA DEL "NOSTRO" PETER NARDELLA

Akron è una cittadina dello stato dell’Ohio, quarta per importanza dopo la capitale Columbus, Cleveland e Cincinnati. La città americana in cui nasce Peter Nardella è considerata generalmente la patria mondiale della gomma ( qui ha sede la Good Year ), mentre per il popolo del rock rimane la città dei Devo, formidabile gruppo new wave dei settanta famoso soprattutto in Europa. Peter Nardella nella città che lambisce il lago Erie vi nacque nel 1926 e ci visse per tutta la vita. Figlio di emigranti sammarchesi, i suoi genitori vi approdarono agli inizi degli anni Venti richiamati da alcuni parenti residenti in zona ( in effetti la comunità italiana di Akron è tuttora molto numerosa ) e dalla prospettiva di trovare una occupazione e un benessere negati in patria. La famiglia Nardella ( il padre ebbe un impiego nelle ferrovie, la madre casalinga ) oltre a Peter avrà altri cinque figli, Gabriel, recentemente scomparso, e quattro sorelle, tutti residenti ad AkronEgli si avvicina alla musica  durante le feste scolastiche della North High School di Akron, nel 1944, ma il vero debutto musicale avviene nel dopoguerra in seguito all’incontro con Phil Palumbo, famoso musicista jazz di Akron, già noto negli ambienti musicali del posto e leader del gruppo The Paps. Peter entra nel gruppo contribuendo, con la sua voce calda e ammaliante, a dare un indirizzo musicale preciso al suono della band, un mix di jazz e tradizione eseguito con sufficiente personalità. Oltre ad essere la voce principale del gruppo egli suona anche il basso.Phil Palumbo, anch’egli di origine italiana, è considerato, all'epoca dei fatti, una vera star del jazz. Suona il sax e dirige con autorità la sua band ; un combo formato da musicisti professionisti di chiara origine italiana. Infatti oltre a lui ( saxophone ) e Peter Nardella ( voce e chitarra basso ) vi suonano Eddie Paolucci  ( tromba ), Vincent Didato ( piano ) e Mickey Eritano ( percussioni ). Gli show di Phil Palumbo & I Pals ottengono un buon successo in zona, sufficiente a spingerli in un secondo tempo anche fuori i confini dell’Ohio sino a raggiungere le redditizie platee di Las Vegas. Nella città dello spettacolo il gruppo ottiene i migliori risultati, sopratutto merito della meravigliosa voce di Peter Nardella, associata, per timbrica e stile, molto a quelle di Frank Sinatra e Dean Martin, notoriamente anch’essi di origine italiana. Ma il gruppo in quegli anni frenetici si esibisce ovunque, nonostante l'esplosione del rock n roll, che nella metà dei cinquanta sorprende tutti, quindi anche la loro musica, senza per questo subire particolari ripercussioni. 
Peter Nardella ha amato molto l’Italia, ( ma la visiterà una sola volta ) e soprattutto i cantanti italiani, Domenico Modugno in primis. Nell’album eponimo egli interpreta tre brani provenienti dal repertorio della canzone italiana, peraltro eseguiti con molto pathos, Al di là, Sorrento e More. L’album è registrato negli studi Phillip di Memphis e pubblicato in USA dalla Pap Records. Oltre ai brani citati vi è, tra gli altri, una sorprendente versione di Cottonfields proveniente direttamente dal repertorio country americano, resa popolare nei sessanta rispettivamente da Beach Boys e Creedence Clearwater Revival. Da citare anche una Collection attribuita a Palumbo & Co in digitale dove Peter interpreta memorabili brani jazz misti a brani pop : Leslie Leaps In dal repertorio jazz di Lester Young, all’epoca (1939) eseguita con i contributi di Count Basie al piano ; It’s My Life dall’escursione sanremese di Shirley Bassey ( La vita ), superba interpretazione e, infine, Country Roads, molto meno stucchevole rispetto alla versione resa da John Denver. Ma sicuramente il lavoro in digitale che meglio rende giustizia delle qualità interpretative/artistiche di Peter Nardella, quel In Memory Of Peter Nardella che la famiglia ha reso disponibile all’indomani della morte del cantante, resta in poco meno di mezz'ora di durata la sintesi di un racconto straordinario, la sua meravigliosa storia d’artista, da More a Al di là, da Feelings ad After Loving, passando per The Shadows Of Your Smile a He Ain’t Heavy, brani che hanno reso immortale una delle voci più belle d’America.
Peter Nardella, che non si è mai sposato, ma che ha una avuto una figlia, muore per malattia incurabile ad Akron nel 2001. Phil Palumbo invece scompare un anno prima, all’età di 74 anni. Se ne vanno quasi contemporaneamente i due protagonisti di tante belle avventure musicali vissute sui palcoscenici di Akron e d’America. Naturalmente anche dopo la scomparsa di Peter gli sono stati tributati molti riconoscimenti, compresa la città di San Marco in Lamis
Nonostante tutto, una patina di oblio copre il suo nome a tutt’oggi. Voglio sperare che questo poco rispettoso tributo alla grandezza del personaggio, figlio legittimo di questa terra del sud, gli renda perlomeno giustizia e onore, soprattutto gli vada riconosciuto un targa perenne alla memoria, se non dalle istituzioni almeno da quella strana razza di sammarchesi che ama la musica. 
LUIGI CIAVARELLA

fonte :  Times in Lamis Maggio 2010 

lunedì 12 maggio 2014

LA MORTE DELLA MUSICA ROCK.

Qualche domenica fa Gino Castaldo ha scritto, sulle pagine di Repubblica, una specie di de profundis della musica pop rock. Una morte, secondo lui, avvenuta per asfissia, sotto intendendo la fine di un modo di percepirla e il relativo consumo che non c’è più. Sempre secondo lui, riferendosi al pop- rock, ciò sarebbe dovuto alla mancanza di ideali che un tempo erano l’ossatura del genere, ben distinto da altri proprio in virtù di queste differenze, che oggi vengono annullate dai nuovi mezzi d’ascolto che rendono tutto più banale. Tutto ciò mentre si è consolidato un  altro tipo di consumo della musica, più facile, immediato e a poco costo, riferendosi alla fine del supporto come feticcio a vantaggio di mp3 e quant’altro, che hanno dato un colpo mortale alla musica rock come arte e creatività, riducendo il tutto a mera questione di consumo di musica usa e getta che è quanto stiamo assistendo oggi nel mondo.
In effetti il titolo parla chiaro: “Addio centralità la rivoluzione adesso è liquida”e rivela la precarietà con cui oggi si assiste alla fine del mito del supporto musicale. Tutto ciò sarebbe avvenuto a partire dal nuovo millennio. Anzi il lento declino delle origini avrebbe subito una impennata in questi ultimi tempi tali da considerare prossima la morte della musica, almeno nei modi in cui finora l’abbiamo considerata.
In un mondo dove tutto avviene con velocità supersonica, il disco in vinile, che un tempo lontanissimo era il mezzo con cui ci permetteva di stabilire un contatto con l’artista, quindi la conoscenza del suo punto di vista ancor prima della sua musica in rapporto col suo tempo, oggi ci appare come un oggetto preistorico poiché il consumo della musica di questi tempi avviene solo per allietare le nostre giornate in modo superficiale. Anche se esiste una musica indipendente che fonda le sue ragioni su una visione più critica della società, alla fine prevarrà sempre l’idea che semplifica la musica come atto temporaneo, transitorio, finalizzato al consumo come un qualsiasi altro prodotto. Per quanto la musica militante o underground si sforzi nel compito di alimentare il sottobosco, abitato da una moltitudine disorganizzata di generi, alla fine non produce nient’altro che un circolo vizioso senza avere la forza necessaria per interagire con il rock di superficie, avendo istituito un confine che, se in passato poteva anche essere valicato, oggi, proprio per le ragioni precarie con cui avvengono i processi di consumo della musica, diventa una linea di demarcazione impossibile da superare.
Poi ci sono i numeri : oggi il mercato dei vari supporti digitali sta subendo colpi mortali tali da annientarli tutti in un periodo considerato breve. Si percepisce chiara la sensazione che la musica quindi non abbia più quella considerazione avuta finora, quella centralità appunto e quel rilievo che sino a qualche decennio fa erano sacre e venivano blandite in un rapporto di condivisioni tra produttore e fruitore che non avevano eguali in altri settori. Probabilmente il consumo della musica oggi non risponde più a quei requisiti dal momento che tutto ci appare precario, sfuggente, provvisorio come pure Castaldo ci avverte: oggi il consumo della musica è transitorio, non risponde più ai valori  che i vari Bob Dylan o altri per esempio gli hanno attribuito in passato, oggi tutto è considerato un prodotto di consumo come un altro. I grandi temi sociali o i drammi esistenziali di ciascuna generazione che, mentre prima venivano cantati o urlati in tanti modi attraverso capolavori vinilici indiscussi con urgenza indispensabile, oggi non vengono neppure sfiorati dal sospetto che forse i problemi possono persino essere più importanti di ieri, ma vengono ignorati o tutt’al più banalizzati sull’altare del profitto. Fatta eccezione forse per una piccola parte, la voce della protesta e dell’analisi è spenta. I tempi sono cambiati e tutto scorre con la velocità di un jet poiché i tanti lavori che si susseguono hanno soltanto il compito di marcare il territorio.
E’ questa la sensazione che colgo dalla lettura dei giornali che si occupano di musica rock. Essi non hanno altro compito se non quello di proporre, mese dopo mese, una infinità di nomi sconosciutissimi alla massa dei fruitori/lettori, che producono le loro opere in un contesto privo di riferimenti temporali importanti poiché tutto si consuma in fretta e saranno in pochi quelli che riusciranno ad occupare un posto di vertice nel firmamento del nulla che si sta profilando all’orizzonte.
Luigi Ciavarella

sabato 10 maggio 2014


OMAGGIO A TONINO RISPOLI

Cantautore e interprete sammarchese dai toni raffinati, eleganti e melodiosi. Nato a San Marco in Lamis nel 1931, vi morì nel 2007.

San Remo 1961
Tonino Rispoli con Caterina Caselli al  Festival di San Remo nel 1969.
Ho conosciuto Tonino Rispoli da vicino durante le mie ricerche sulla musica pop sammarchese, credo agli inizi del millennio, quando gli chiesi un contributo fotografico per la preparazione di una mostra che mi accingevo a realizzare. Con gentilezza me ne fornì 8 tutte in b/n che riguardavano un periodo principalmente fermo sul quadrante dell'anno 1961, anno cruciale per lui, perché coincidente con l'era della prima vera espansione della canzone italiana. In quel momento Tonino Rispoli risiedeva a San Remo ( dopo un periodo trascorso in Svizzera ) ed aveva già ottenuto qualche riconoscimento nei vari teatri e balere della zona, riuscendo persino ad esibirsi sul palcoscenico del noto casinò, all'epoca dei fatti il tempio del Festival della canzone italiana. Una istantanea in particolare mostra Tonino durante un'esibizione proprio su quel famoso palco ( le altre lo ritraggono invece accanto alla crema della canzone italiana del tempo: con Mina sopratutto, ma anche con Joe Sentieri, Gino Latilla, Umberto Bindi e Toni Dallara, tutte fotografie che finirono per arricchire il catalogo della mostra del 2002, e di cui è possibile visitare nel blog www.sammarcopop.blogspot.com  ). Tutto ciò lascia supporre che lui avesse regolari rapporti d'amicizia con questi artisti ( altre foto vennero aggiunte in un secondo momento, riprese accanto a Enrico Musiani, Lucio Dalla, Fausto Papetti, Manuela Villa, ecc.. istantanee riferibili agli anni successivi, con l'aggiunta di tre foto più altro materiale inediti che qui si dà conto, grazie al contributo offerto da suo figlio Donato )
Tonino Rispoli fu essenzialmente un cantautore ed interprete dai toni raffinati, eleganti e melodiosi, doti derivanti dalla sua profonda conoscenza della canzone francese.
Tonino Rispoli

In vita pubblicò un solo 45 giri con due brani dai titoli La donna dei miei sogni e Susanna ( di quest'ultima traccia, il cantautore Mikalett nel 2013 ne fece una cover - omaggio per il suo CD dal titolo Tutto mi appartiene ), mentre l'era digitale ci ha regalato qualche pubblicazione che alcuni amici hanno prodotto con grande affetto, assemblate con brani tratti da registrazioni domestiche che riflettono tutto il suo mondo musicale, di taglio classico, e magistrali interpretazioni molto personali.


LUIGI CIAVARELLA


fonte :  Times in Lamis 1 ottobre 2011







45 giri inediti di Tonino Rispoli

lunedì 5 maggio 2014

TACKIS O'GENIO DEL CABARET


Varietà e avanspettacolo: Una impertinente vocazione a scandagliare con sberleffi e risatine il mal costume del nostro tempo.

di LUIGI CIAVARELLA

Parlare di Tackis, alias Luigi Soccio (1937-2009), significa rivisitare un mondo dove la macchietta, il teatro, l'avanspettacolo e il varietà riescono a convivere magnificamente. A ciò vanno aggiunte le frasi doppio senso e una certa impertinente vocazione a scandagliare con sberleffi e risatine sottotraccia il (mal) costume del nostro tempo, con umorismo e lazzo che, unito ad una certa virtuosa galanteria di forma, fanno la grandezza del "maestro" così pomposamente e scherzosamente autodefinitosi, per la felicità della platea sempre numerosa e recettiva alle sue battute.
Ricordiamo il maestro Tackis, così vicino (senza scomodare la grandezza) a Ettore Petrolini per quella loro comune vocazione alla satira e al varietà e a certa comicità irriverente, anche se un confronto più attendibile corre naturale e inevitabile verso il teatro comico napoletano, se non altro per questioni di vicinanza e di linguaggio.
Un gruppo di brani dal carattere allusivo agitano l'unica testimonianza su disco che Luigi Soccio ci ha lasciato; cinque brani che appartengono alla storia di San Marco in Lamis per definizione aperta ad ogni forma d'arte. Unico reperto che raccoglie la magia dello spettacolo folkloristico da cabaret, come strilla la copertina del suo dischetto, a chiare lettere e infarcito di disegni che sono poi gli strumenti con cui l'artista ha dato voce ai suoi spettacoli: guanti, bastone, cilindro e papillon.
il microsolco (formato EP) pubblicato negli anni settanta dalla Fonocomer Records di Napoli, è un prezioso scrigno in cui vengono custoditi cinque brani dal gusto irresistibile, scritti dall'autore, che disegnano un universo costruito con comicità intorno ad alcuni temi popolari.
Solletico nervoso in cui raccomanda nell'incipit "... al popolo in delirio di applaudirlo, udirlo e lacrimare di gioia..." in quanto "... reduce dai palcoscenici sfarzosissimi di Las Vegas...", esilarante macchietta che usa i doppi sensi e i canoni dell'avanspettacolo; seguono N'accordo in fa e Pardon, parodie paradossali dalle tonalità variabili e la recita sui temi dell'equivoco, sempre in primo piano.
Sul secondo lato il brano più rappresentativo è O professore de medicina in cui Tackis "...continua il suo show sconvolgendo delirante platee e sfarzose damigelle e damigiane d'onore...", prendendo di mira questa volta la classe medica on bonaria simpatia.
Chiude con Un genio de spusà, "... strepitoso successo che trionfò nei luculliani palcoscenici del kilimamjaro..." ennesima parodia della vita.
Resta ancora forte la sua presenza in mezzo a noi, perlomeno negli ambienti che hanno creduto in lui e nella sua arte, convinti che se Luigi fosse vissuto in altri luoghi (e in un'altra epoca) avrebbe avuto sicuramente ben altra fortuna. 

fonte:  JANO, San Giovanni Rotondo, marzo 2011
   


   




domenica 4 maggio 2014

UN RICORDO DI MICHELE PENNISI.
La scomparsa di Michele Pennisi è avvenuta il giorno di venerdì santo, alla veneranda età di 93 anni. E'stata una figura caratteristica della storia del nostro paese. Fu una persona umile e rispettosa con un passato vissuto ai margini della cosiddetta “società evoluta” ma dotato di una ricchezza d’animo e di una simpatia uniche.
  
di LUIGI CIAVARELLA


Lo vedevi scendere, di mattina presto, lungo la strada di Michele Guerrieri proveniente dalla sua abitazione in via Valentino, portando con sé sempre qualcosa che fosse di volta in volta la borsa della spesa oppure un bel paio di scarpe nuove da vendere all’occasionale acquirente, oppure entrambe, a volte anche qualche stecca di sigarette estere nascosta sotto la giacca ; non importava cosa, quello che lo caratterizzava era il fatto che avesse sempre le mani occupate.
Aveva un profilo scarno su un corpo sottile infilato quasi sempre in una giacca di taglia superiore alla sua, tanto che le scendeva buffamente lungo i fianchi, mentre, allo stesso modo, le braccia sembravano scomparire sotto le maniche, lasciando scoperte appena le estremità delle dita. Un indumento smisurato, dai colori sgargianti, improbabili, a volta indossato l’uno sull’altro quasi fosse un tentativo ingenuo forse efficace di proteggersi dal freddo oppure, per quanto paradossale, un modo alternativo per custodire il suo guardaroba, itinerante, quasi una tartaruga che si porta appresto tutto ciò che possiede. Era questo il suo corredo abituale, che comprendeva anche un paio di pantaloni che mostravano le caviglie, tirati su da predelle alla Charlot, la maschera che indossava e che lo distingueva dal resto.
Michele Pennisi era cosi, come tutti in paese lo hanno conosciuto, una persona semplice, discreta e, negli ultimi tempi, anche timida e introversa, quasi defilata dal fragore paesano. A volte lo vedevo attraversare lentamente le strade intorno al mercato sempre col fardello che portava con sé, muovendosi con lentezza quasi con circospezione. Sembrava una persona smarrita, estranea ad un mondo che forse si era dimenticato di lui e che aveva già voltato pagina. Lo stesso mondo che nemmeno lui più conosceva. I ragazzi che un tempo lo schernivano sono nel frattempo diventati adulti e i nuovi giovani hanno assunto abitudini anche peggiori. Lui era rimasto lì come sempre a scrutare il cielo, infreddolito all’angolo della piazzetta pronto a farsi scattare una foto da me, quasi sorpreso per questa improvvisa attenzione nei suoi riguardi ; forse una opportunità inaspettata ai suoi occhi per quelle foto che gli avevo chiesto di scattare, e che lui si era subito messo in posa, affinché un giorno il suo paese non lo dimenticasse come era accaduto con altri in passato.
E’ un paese ingrato il nostro, che stritola tutto e tutto digerisce senza rispetto alcuno per le storie più nascoste dei suoi figli minori, per quelle vite vissute sul filo dell’indigenza, dell’umiltà e della povertà, divenuti da un giorno all’altro pesi insopportabili per una elite che misura la sua capacità di esistere su parametri che non contemplano più, o perlomeno li attenuano di parecchio, i rapporti di solidarietà e di appartenenza di una persona rispetto al luogo in cui gli è dato di vivere, anche se occorre dire che  i servizi sociali del municipio hanno sempre assistito, finché è stato possibile, l’indigenza di Michele Pennisi.
Allora volgi lo sguardo con nostalgia al passato e lo vedi lì, curvo a discutere di football, della sua cara Inter che esalta quando vince e che giustifica quando perde, con una passione tale che raramente lo riscontri altrove; oppure ti sorprendi ad osservarlo mentre discute il prezzo delle sue poche mercanzie o quando, al campo bocce dietro il chiosco, noi adolescenti, assistevamo alle sue scommesse sul campo da bocce e a tutto quel rito infinito che precedeva sempre quella disputa dai toni accesi con i suoi sodali, amici anche loro scomparsi da tempo immemore.
Lui era sopravvissuto ad un mondo che non esiste più. Era nato nel 1921 ed è scomparso un venerdì santo di pochi giorni fa, date importanti riservate alle persone speciali, senza ottenere per questo i conforti religiosi poiché in quel giorno, tutto dedicato al ricordo di una morte molto più importante della sua, la chiesa non ha facoltà di celebrarli. Se ne andato in silenzio, con discrezione come d’altra parte è sempre stata l’ultima parte della sua vita, quasi inibita da una realtà che non gli apparteneva più da tempo. Aveva avuto un fratello, Benito, morto molti anni fa, e una sorella, Maria, anch’essa deceduta in circostanze simili al fratello. Nessuno dei tre, che io sappia, aveva avuto eredi.  Viveva in un ambiente malsano, quasi in una grotta con la cisterna che gli serviva da pattumiera e un angolo dove bruciava la legna per riscaldarsi o per cucinare. Fu questa la causa di un principio di incendio che si sviluppò in quel luogo e che gli procurò una ustione gli arti inferiori tanto da ricorrere alle cure del nostro pronto soccorso, dopo un ricovero a San Giovanni Rotondo. Questa vicinanza fece nascere un rapporto di simpatia reciproca che durò per il resto della sua vita sino a quando non lo vidi più in giro senza capire che stava morendo in un letto d’ ospedale nell’indifferenza di tutti.


RIP
fonte : www.sanmarcoinlamis.org