domenica 4 maggio 2014

UN RICORDO DI MICHELE PENNISI.
La scomparsa di Michele Pennisi è avvenuta il giorno di venerdì santo, alla veneranda età di 93 anni. E'stata una figura caratteristica della storia del nostro paese. Fu una persona umile e rispettosa con un passato vissuto ai margini della cosiddetta “società evoluta” ma dotato di una ricchezza d’animo e di una simpatia uniche.
  
di LUIGI CIAVARELLA


Lo vedevi scendere, di mattina presto, lungo la strada di Michele Guerrieri proveniente dalla sua abitazione in via Valentino, portando con sé sempre qualcosa che fosse di volta in volta la borsa della spesa oppure un bel paio di scarpe nuove da vendere all’occasionale acquirente, oppure entrambe, a volte anche qualche stecca di sigarette estere nascosta sotto la giacca ; non importava cosa, quello che lo caratterizzava era il fatto che avesse sempre le mani occupate.
Aveva un profilo scarno su un corpo sottile infilato quasi sempre in una giacca di taglia superiore alla sua, tanto che le scendeva buffamente lungo i fianchi, mentre, allo stesso modo, le braccia sembravano scomparire sotto le maniche, lasciando scoperte appena le estremità delle dita. Un indumento smisurato, dai colori sgargianti, improbabili, a volta indossato l’uno sull’altro quasi fosse un tentativo ingenuo forse efficace di proteggersi dal freddo oppure, per quanto paradossale, un modo alternativo per custodire il suo guardaroba, itinerante, quasi una tartaruga che si porta appresto tutto ciò che possiede. Era questo il suo corredo abituale, che comprendeva anche un paio di pantaloni che mostravano le caviglie, tirati su da predelle alla Charlot, la maschera che indossava e che lo distingueva dal resto.
Michele Pennisi era cosi, come tutti in paese lo hanno conosciuto, una persona semplice, discreta e, negli ultimi tempi, anche timida e introversa, quasi defilata dal fragore paesano. A volte lo vedevo attraversare lentamente le strade intorno al mercato sempre col fardello che portava con sé, muovendosi con lentezza quasi con circospezione. Sembrava una persona smarrita, estranea ad un mondo che forse si era dimenticato di lui e che aveva già voltato pagina. Lo stesso mondo che nemmeno lui più conosceva. I ragazzi che un tempo lo schernivano sono nel frattempo diventati adulti e i nuovi giovani hanno assunto abitudini anche peggiori. Lui era rimasto lì come sempre a scrutare il cielo, infreddolito all’angolo della piazzetta pronto a farsi scattare una foto da me, quasi sorpreso per questa improvvisa attenzione nei suoi riguardi ; forse una opportunità inaspettata ai suoi occhi per quelle foto che gli avevo chiesto di scattare, e che lui si era subito messo in posa, affinché un giorno il suo paese non lo dimenticasse come era accaduto con altri in passato.
E’ un paese ingrato il nostro, che stritola tutto e tutto digerisce senza rispetto alcuno per le storie più nascoste dei suoi figli minori, per quelle vite vissute sul filo dell’indigenza, dell’umiltà e della povertà, divenuti da un giorno all’altro pesi insopportabili per una elite che misura la sua capacità di esistere su parametri che non contemplano più, o perlomeno li attenuano di parecchio, i rapporti di solidarietà e di appartenenza di una persona rispetto al luogo in cui gli è dato di vivere, anche se occorre dire che  i servizi sociali del municipio hanno sempre assistito, finché è stato possibile, l’indigenza di Michele Pennisi.
Allora volgi lo sguardo con nostalgia al passato e lo vedi lì, curvo a discutere di football, della sua cara Inter che esalta quando vince e che giustifica quando perde, con una passione tale che raramente lo riscontri altrove; oppure ti sorprendi ad osservarlo mentre discute il prezzo delle sue poche mercanzie o quando, al campo bocce dietro il chiosco, noi adolescenti, assistevamo alle sue scommesse sul campo da bocce e a tutto quel rito infinito che precedeva sempre quella disputa dai toni accesi con i suoi sodali, amici anche loro scomparsi da tempo immemore.
Lui era sopravvissuto ad un mondo che non esiste più. Era nato nel 1921 ed è scomparso un venerdì santo di pochi giorni fa, date importanti riservate alle persone speciali, senza ottenere per questo i conforti religiosi poiché in quel giorno, tutto dedicato al ricordo di una morte molto più importante della sua, la chiesa non ha facoltà di celebrarli. Se ne andato in silenzio, con discrezione come d’altra parte è sempre stata l’ultima parte della sua vita, quasi inibita da una realtà che non gli apparteneva più da tempo. Aveva avuto un fratello, Benito, morto molti anni fa, e una sorella, Maria, anch’essa deceduta in circostanze simili al fratello. Nessuno dei tre, che io sappia, aveva avuto eredi.  Viveva in un ambiente malsano, quasi in una grotta con la cisterna che gli serviva da pattumiera e un angolo dove bruciava la legna per riscaldarsi o per cucinare. Fu questa la causa di un principio di incendio che si sviluppò in quel luogo e che gli procurò una ustione gli arti inferiori tanto da ricorrere alle cure del nostro pronto soccorso, dopo un ricovero a San Giovanni Rotondo. Questa vicinanza fece nascere un rapporto di simpatia reciproca che durò per il resto della sua vita sino a quando non lo vidi più in giro senza capire che stava morendo in un letto d’ ospedale nell’indifferenza di tutti.


RIP
fonte : www.sanmarcoinlamis.org

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