"ALLA LAMPA": IL RITORNO DEI FESTA FARINA E FOLK.

 


Dopo i fasti dell’ultimo lavoro, "Terra Rumeja", e il lungo silenzio discografico che ne è seguito, durato ben quattordici anni, la formazione tradizionale Festa Farina e Folk di San Marco in Lamis torna a incantarci con un nuovo lavoro, uscito il 24 luglio scorso, dal titolo "Alla Lampa".

Una rinascita tanto auspicata quanto convincente e innovativa, che non solo ripristina il filo di quel legame interrotto a suo tempo — anche se, durante tutto questo lungo periodo lontano dagli studi di registrazione, il gruppo non ha mai fatto mancare la propria presenza dal vivo — ma riprende la scena e recupera, allo stesso tempo, quella continuità sospesa a causa di alcuni dissapori sorti all'interno della formazione, culminati con l’abbandono di Leonardo Ianzano.

Ricostruita sotto la guida di Angelo Ciavarella e Raffaele Nardella, unici leader storici rimasti della gloriosa sigla, la formazione prova dunque una nuova ripartenza, confidando nel sostegno di alcuni giovani talenti del luogo, peraltro molto bravi musicalmente. Questi, oltre a portare una ventata di freschezza nei ranghi, testimoniano quel passaggio di testimone generazionale nel segno della continuità, lungo la strada tracciata dai fondatori.

Tra loro spiccano alcune personalità sorprendenti, che avevamo lasciato qualche anno fa ancora allo stato embrionale: Cecilia Ciavarella e Michele Gualano, rispettivamente voce solista/chitarra e basso, Simone Villani e Francesco Maria Tenace, entrambi polistrumentisti, Sara La Porta e Michele Pompilio, rispettivamente voce e tamburello. Ma la novità più interessante la scopriamo nella figura del giovane fisarmonicista sangiovannese Antonio Impagliatelli, poiché per la prima volta i Festa Farina e Folk impiegano la fisarmonica in un loro lavoro. Giovani talenti che alla prova dei fatti si rivelano veri professionisti: musicisti preparati, maturi e già pienamente consapevoli del ruolo loro assegnato nel campo della musica popolare e tradizionale.

D’altra parte, l’eccellente performance del 7 agosto scorso, eseguita sul palco del prestigioso Festival Folk di Carpino, ne è la prova lampante. Un’esibizione avvenuta, peraltro, in buona compagnia, insieme ai Tarantula Garganica e ai Cantori di Carpino e di San Giovanni Rotondo.

Da aggiungere, oltre ai due leader fondatori citati, anche Sara La Porta e Michele Pompilio, rispettivamente voce e tamburello.

L’album propone in scaletta nove tracce che rappresentano verosimilmente le due anime che abitano la musica dei Festa Farina e Folk: da una parte la tradizione pura, costituita dai canti popolari di San Marco in Lamis, ripresi qui con nuovi arrangiamenti; dal altra, brani inediti firmati dal gruppo. In entrambi i casi ci troviamo di fronte a due diversi approcci alla lingua dialettale, che convergono verso un unico disegno: interpretare quel senso di appartenenza che solo la musica riesce a trasmettere.

L’album si apre con La Vadda de Stignane, ennesima riproposizione di uno dei brani più iconici del panorama folk tradizionale del paese, interpretata da una Cecilia Ciavarella in stato di grazia, cantante solista dell’intero lavoro. Segue Ce steva na Vota, un invito al ballo con testo di Antonio Rendina e musica di Angelo Ciavarella, nel quale il flauto di Tenace e la fisarmonica di Impagliatelli, intrecciandosi, dettano la linea melodica. Forse il brano più bello dell’album.

Dal catalogo dei classici emergono altri due frammenti: Mariteme jè gghiute all’America e La Pettetonna, oltre naturalmente a La Vadda de Stignano, che ha ricevuto in tutti questi anni centinaia di versioni, l’una diversa dall'altra. Sono due esempi di contaminazione che pongono una questione interessante e sempre attuale, quella legata all'uso delle cover: cosa significa reinterpretare un brano?

Non certo attenersi pedissequamente alla cifra dettata dall'autore — nel nostro caso dalla tradizione — ma rinfrescarlo, rigenerandolo attraverso nuovi arrangiamenti, senza mai mancare di rispetto alla versione originale. Ed è esattamente ciò che accade in questo caso. Sono due brani che tuttavia esercitano un certo fascino all'ascolto, vuoi per la bravura dei musicisti e per la voce di Cecilia, vuoi semplicemente perché sono melodie così radicate nella nostra memoria che, chiunque le interpreti, riesce sempre a tirarne fuori il meglio.

In Futa futa la Nigghiare incontriamo la voce di Sara La Porta, in duetto con Raffaele Nardella, tratto da un testo di Antonio Rendina, mentre dalla fiaba folk paesana Lu Scazzamuredde vengono proposti due frammenti: La recchezza all'assacresa e Lu Scazzamuredde, entrambi provenienti dal libretto omonimo, già rappresentata con successo al Freak di San Marco in Lamis alcuni anni fa.

I testi e la voce sono di Raffaele Nardella, mentre le musiche sono di Angelo Ciavarella, autore di tutte le composizioni dell’album. Da sottolineare il grande lavoro svolto da Angelo Gualano in sala di registrazione (Beatitudo Music Lab) sempre con grande professionalità e sensibilità artistica. 

Dopo Lu Tremute, in cui Raffaele prova a invocare, a modo suo, la protezione di San Michele contro l’insidia del terremoto, il lavoro — disponibile sulle principali piattaforme digitali, tra cui Spotify — si chiude con Alla Lampa, così come in passato si chiudevano i loro concerti giovanili, qui trasformata in una seducente tarantella. 

È con quella stessa sequenza di parole-scioglilingua senza senso che Cecilia ci riversa addosso senza alcuna pietà, mettendo a dura prova i nostri tempi ormai diventati lenti e faticosi, chiudiamo questo racconto che tanto ci ha entusiasmato

D’altra parte, ci consola la bella immagine di copertina realizzata da Margherita Villani: raffigurato da quell'abbraccio con la nostra terra, l’amato Gargano, che ci parla di cammino che continua nonostante tutto. E, quasi in punta di piedi, c’è anche un saluto discreto e affettuoso a un grande amico scomparso da poco, Teo Ciavarella, che rimane sempre nei nostri cuori.


LUIGI CIAVARELLA







 

 

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