lunedì 6 febbraio 2017

PEPPINO COCO CANTA JOSEPH TUSIANI.

Vi sono relazioni e persino affinità tra la poesia e la musica. Da sempre questo rapporto si è consumato, forgiato e definito sul filo di un confronto sulla distanza tra parola e musica, producendo nel tempo autentici capolavori. Tanto  quando la poesia si è misurata con la musica ( si pensi all’effimero ma calzante mondo della musica rock d’impronta soprattutto cantautorale ) quando, viceversa, il musicista ha “rubato” alla parola la sua anima gentile e ne ha sovvertito la funzione inventandosi nuove mediazioni. Un rapporto, quello tra poesia e musica, che ha sempre goduto, nonostante i conflitti inevitabili, una sua peculiare vitalità.
Il caso di Peppino Coco ( nella foto ) entra nel novero di questo status ed è perlomeno emblematico poiché evidenzia significativamente la natura fluttuante di questo rapporto. Si tratta nel nostro caso di una sollecitazione scaturita dalla lettura di alcune poesie di Joseph Tusiani che egli traduce in canzoni adeguando il testo alle sue percezioni musicali con arrangiamenti e melodie molto pertinenti alla natura del testo. Un lavoro altamente meritorio se consideriamo anche l’audacia con cui l’Autore si pone di fronte ad un testo letterario dialettale, riservato in ogni caso ad una ristretta cerchia di fruitori.
Non a caso entrambi hanno in comune la condivisione di un condizione umana ( l’ emigrazione ) prima ancora che culturale. Il risultato tuttavia è oltremodo interessante se non altro perché vengono alla ribalta nuove forme di espressività che, sulla spinta di una immaginaria linea di confronto/competizione, entrano d’autorità nel circolo culturale della nostra comunità introducendo elementi nuovi.
Nel nostro caso si tratta di due forestieri ( Lu frustere è il titolo del cd di Peppino Coco_ 2004 ) poiché entrambi, pur nativi di San Marco in Lamis, risiedono altrove, ( Tusiani a New York e Coco a Castelfranco Veneto ) e può essere questa la scintilla che ha prodotto questo confronto a distanza da parte del Coco. Di sicuro li sappiamo entrambi sostenuti dall’amore sincero per la propria terra e dalla nostalgia che ne deriva. Una tempesta emotiva che non è difficile trovare tanto nella scrittura di Joseph Tusiani quando nell’adattamento musicale di Peppino Coco. Due anime migranti, quindi, che seppure distanti qui si intercettano magnificamente interpretando, ciascuno per la sua parte, tutto il loro “struggente e costante senso di perdita del vissuto” ( Anna Siani ) con una scelta selettiva, da parte di Peppino, di undici canzoni-poesie che ritornano a nuova vita, emotivamente molto travolgente, attraverso la rilettura musicale.
Il compact di Peppino Coco contiene undici brani in gran parte proveniente dal libro Tireca Tareca, ( peraltro un titolo dalla tonalità musicale ) pubblicato nel 1978 dai Quaderni del Sud. Che sono : I ame a cogghie Sericole, guagliò, I’me so presentate alla ‘ssacresa, Lu trene la garganica, Lu frustere e Pisciavunnedda de tanta chelure, in cui l’interpretazione, con voce e chitarra, e i contributi artistici di Claudio Corradini, si sviluppano con molto garbo e partecipazione emotiva, dando a ciascuna traccia il giusto risalto attraverso un arrangiamento di tipo folk in cui prevalgono strumenti acustici appena contaminati dalle tastiere, molto pertinenti tra l’altro, in un contesto di grande rispetto per l’opera del Tusiani.   
Degli altri tre brani essi appartengono a Lacrime e Sciure, sicuramente il libro di poesie dialettali più famoso del poeta garganico : Quanta Vote ( “Quanta vote lu penzere come l’onna dullu mare me diceva : janna, janna” ), La Metenna ( La mietitura ), in cui il cantautore duetta con Maria Coco ; e la bellissima Ninna Nanna ( La vi’ la vi’, camina na mureia sope la nannavicula ‘nnucenta. Addùrmete, trasore, non è nnente: jè l’ombra mija che te nazzecheia”). Infine So sette li jurne che proviene da un poema che Joseph Tusiani pubblicò nel 2001, dal titolo Lu ponte de sòla ( Poema in dieci canti in dialetto garganico ) e La Serenata presa da una raccolta. 
Insomma due universi che qui si incontrano, si intrecciano e si confrontano ciascuno forte del proprio sentimento d’amore verso le proprie radici, uniti dalla bellezza della parola dialettale diventata il rifugio ideale dell’anima. Parole e musica che ritornano sotto altra luce, con nuova linfa arricchendo la nostra terra di Gargano di nuove prospettive di immortalità.
( Luigi Ciavarella )





Nessun commento:

Posta un commento