PEPPINO COCO E LUCIA RUGGIERI: DUE SGUARDI SULL’IDENTITÀ ATTRAVERSO IL CANTO DIALETTALE
In un
tempo in cui la produzione musicale sembra spesso inseguire modelli omologati e
linguaggi globalizzati, assume un significato particolare l’uscita di due nuovi
brani dialettali firmati da Peppino Coco e Lucia Ruggieri. Due
lavori diversi per concezione e impostazione, ma accomunati dalla volontà di
riaffermare il valore della memoria, dell’appartenenza e della tradizione
attraverso il linguaggio più autentico della comunità: il dialetto.
Con “Ce sta nu cante”, Peppino
Coco, da anni residente a Castelfranco Veneto ma mai distante sentimentalmente
dalla propria terra, costruisce una sorta di confessione musicale in cui
nostalgia e consapevolezza convivono in equilibrio. Il brano si sviluppa come
un dialogo interiore con il paese natale, evocato non attraverso facili
sentimentalismi, ma mediante immagini essenziali e fortemente evocative. Versi
come «Quella muntagna, che Dio
la benedica, che me dà tremende ma che m’è sempe amica»
restituiscono tutta la complessità di un rapporto fatto di affetto, sofferenza
e riconoscenza.
Dal
punto di vista musicale, la scelta di un arrangiamento sobrio e volutamente
tradizionale si rivela coerente con l’impianto narrativo del testo. Non vi è
ricerca dell’effetto né concessione a soluzioni moderne: la musica accompagna
la parola, la sostiene e la lascia respirare, contribuendo a creare
un’atmosfera sospesa, quasi fuori dal tempo, nella quale il ricordo diventa
esperienza condivisa.
Diversa
l’operazione proposta da Lucia Ruggieri con “La Vadda de Stignane”, affidata
all’arrangiamento di Ciro Iannacone. Qui non si tratta semplicemente di
riproporre un classico della tradizione locale, ma di confrontarsi con uno dei
canti simbolo dell’identità popolare del territorio. Un repertorio che porta
con sé il rischio dell’imitazione o della mera ripetizione e che, proprio per
questo, richiede sensibilità interpretativa e capacità di rinnovamento.
La
giovane cantante affronta il brano con misura e rispetto, evitando ogni enfasi
superflua. Determinante risulta il lavoro di Iannacone, che attraverso la
chitarra classica costruisce un accompagnamento raffinato e mai invasivo. Il
suo intervento non altera l’anima del canto, ma ne evidenzia le sfumature
melodiche, valorizzandone la forza espressiva con quella creatività discreta
che da sempre caratterizza il suo approccio musicale.
Particolarmente
interessante è la scelta di recuperare alcune strofe documentate da Grazia
Galante nel volume “La Vadda de
Stignane e altri canti popolari”. Un’operazione che restituisce al
brano parte della sua natura originaria di canto vivo e mutevole, tramandato
attraverso varianti e adattamenti. Tra queste emergono versi di notevole
efficacia poetica, come «Amore
amore quante si ingiallinute, c’adda ingiallì lu core di chi m’ha tradute»,
testimonianza di una cultura popolare capace di condensare in poche parole
immagini e sentimenti di sorprendente intensità.
A
suggellare il lavoro interviene la voce recitante di Raffaele Nardella,
che propone alcuni passaggi tratti da “Gargano
Segreto” di Pasquale Soccio. La sua presenza conferisce alla
registrazione una dimensione ulteriore, letteraria, creando un ponte ideale tra
musica, poesia e memoria collettiva.
Entrambi i brani, pur
percorrendo strade differenti, dimostrano come il patrimonio musicale popolare
possa ancora oggi rappresentare uno spazio di ricerca e di espressione
autentica. Non semplice esercizio nostalgico, dunque, ma testimonianza viva di
una identità che continua a interrogare il presente e a trovare nuove forme per
raccontarsi.
Luigi Ciavarella.
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