venerdì 2 febbraio 2018

ALLE ORIGINI DEL METALLO PESANTE.

Non vi sono né una data né un disco che possano definirsi l’atto di inizio dell’hard rock o metal ; neppure è possibile diradare ombre intorno ad un campo dai contorni per natura  molto sfuggenti meno che mai stabilire con assoluta certezza un nome o un gruppo che possano essere identificati come i prodromi del metallo pesante.
Ma in fondo cos’è l’hard rock in un genere come il rock dove il suono pesante e rumoroso, almeno a partire dalla fine dei 60, (cito gli MC5 e i Grand Funk Railroad e, prima ancora di loro, i Blue Cheer soltanto per fare un esempio limitato agli USA) spesso è stato colonna portante nel bene e nel male del rock? Manca un riscontro ideologico e fondante ma gli ingredienti per definirlo ci sono tutti : amplificazioni rumorosi, linguaggio diretto, poi i simboli e i rituali di scena, indispensabili, per fornire il corredo necessario ad un tipo di musica che, a partire dalla metà dei 70, - quando l’hard rock assume definitivamente una valenza storica ben precisa (Heavy Metal) con tutto quel corollario di sottogeneri che vi corrono intorno – infine il successo mondiale e il riconoscimento seppur tardivo, da parte della critica musicale, della nascita di un genere che avrà sempre fortuna nel campo della musica rock.
Non possiamo dunque dire quale sia stato il primo vagito metal. Rispetto alla nascita del rock, per esempio, dove è possibile stabilire una linea di confine (le prime prove di Elvis Presley nel 1954 negli studi della Sun di Memphis oppure il termine rock n’ roll di Bill Haley sui manifesti) riguardo al metal possiamo azzardare a posteriori soltanto qualche titolo che sfugge alla logica del rock allineato e coperto dietro gli scudi della scena dominante Ma allo stesso modo possiamo essere smentiti in qualsiasi momento. Siamo nel campo delle supposizioni.
Tuttavia credo che il brano Some Velvet Morning dei Vanilla Fudge, con il suo suono grezzo e pesante, ed Heavy, l’album di debutto degli Iron Butterfly (1968) - ma soprattutto il brano In A Gadda Da Vida,- che da il titolo al successivo lavoro eponimo della band californiana, siano stati i primi tentativi evidenti di considerare, da parte di quei due gruppi, un tipo di approccio musicale effettivamente fuori dal mucchio.
A ciò si può aggiungere una sempreviva Born to be wild dei canadesi Steppenwolf (anche questo dell’anno 1968) alla conta dei brani che possono esser presi in prestito per definire un inizio credibile di metallo nascente, oppure, in ultima analisi, elevare You Really Got Me dei Kinks, sull’altra sponda dell’Atlantico, col suo micidiale riff di chitarra come urlo primordiale dell’hard rock. Se consideriamo che l’hard rock ha provate origini nelle pieghe del beat inglese, almeno di quello non evolutosi verso la psichedelica, allora possiamo eleggere il brano dei Kinks come un prototipo. Certamente ha una origine blues, peraltro dichiarata un po’ da tutti i protagonisti.
I primi segni inequivocabili dell’hard rock quindi bisogna cercarli in Inghilterra più esattamente nella città di Birmingham, luogo di nascita dei Black Sabbath, sicuramente il primo gruppo ad avere avuto nei confronti del rock un approccio differente rispetto ad altri, affrontando da subito trame costruite su impianti oscuri e dotate di un suono possente ed immediato. Un sound non soltanto dovuto ai potenti amplificatori (come stava accadendo in quel momento anche negli Usa, per esempio con i Grand Funk Railroad), ma espressione di una volontà precisa di trovare nuovi equilibri musicali all’interno del rock. Il suono evidentemente da solo non basta per consacrare un genere nuovo. Ai suoni rumorosi vanno aggiunti testi che affrontano argomenti nuovi e accattivanti come la morte (atomica), la droga, l’alienazione, temi apocalittici, esoterismo e magia accanto ai sempre presenti temi tipici del rock come ribellismo e disagio sociale giovanile, blanditi sotto altra luce, che acquistano adesso un vigore potente ed insolito esasperando una scena appena agli inizi e già nutrita di luoghi comuni che si porterà dietro per sempre.  
Luigi Ciavarella











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