martedì 14 aprile 2015

SE IL BISOGNO DI RICORDARE E' MEMORIA DELLA PROPRIA INNOCENZA.

di MATTEO COCO

Le Edizioni del Rosone, dirette da Falina Marasca, recentemente si stanno affermando come una piccola editrice molto vivace nell’ambito del territorio meridionale e ci propongono attualmente un testo originale di Raffaele Cera L’Innocenza Ritrovata (Foggia, Edizioni del Rosone, 2015, pagine 118, euro 12.00) che affronta il tema di una memoria che si fa vita vissuta e per questo va certamente ricordata. Sono figure, personaggi e paesaggi quelli descritti da Cera, oggi dirigente scolastico in pensione e animatore culturale, che continua un suo colloquio interiore di cui mette a parte i suoi lettori e fa il paio con altre sue opere come: I luoghi dello spirito e Incontri e Maestri (da S. Agostino a E. Bianchi) allora prefazionati dall’Arcivescovo F. P. Tamburrino. Un mosaico, dunque, che l’autore va apprestando tessera per tessera, quasi un puzzle che ricostruisce la sua e la nostra memoria e affonda le sue radici in nobili e illustri precedenti: penso, per es. ai ricordi di Sartre, intitolati solo: …parole, in cui il famoso filosofo così, come oggi fa Cera, ricostruisce “il tempo ritrovato dell’infanzia nell’autoritratto della maturità” o penso a Pavel Florenskij, uno dei maggiori pensatori (matematico e teologo) del XX secolo che, scrivendo ai suoi figli, titola quei fogli: Memorie di giorni passati e afferma: “Tutto passa, ma tutto rimane. Questa è la mia sensazione più profonda: che niente si perde completamente, niente svanisce, ma si conserva in qualche modo e da qualche parte. Ciò che ha valore rimane, anche se noi cessiamo di percepirlo” (in Non dimenticatemi, 1933-1937). Parole, quindi, che arricchiscono non solo l’autore ma lo spirito di chi intendesse riguardare questa trentina di racconti brevissimi che non appesantiscono affatto la lettura ma la rendono interessante nella misura in cui le memorie di Cera diventano memorie quasi collettive perché ognuno di noi ha vissuto nel suo ambiente fatti e situazioni che, forse, oggi sono improponibili o sono soltanto un suggestivo emozionante ricordo. Leggere Cera vuol dire, allora, ricomporre un microcosmo che vive in una cittadina di provincia, ma amplia gli orizzonti e si allarga fino ad essere globale e di tutti poiché c’invita a conoscere la vita con la sua storia e le sue esperienze.
Cera non se ne sta seduto a compiacersi della sua sfera privata ma ricostruisce coi ricordi, riga dopo riga, la sua biografia, calandosi proprio là dove hanno sede i ricordi della quotidianità della propria famiglia e del proprio paese per tramandare ai suoi “posteri” la propria memoria. Alcuni brani, addirittura, io credo, sembrano essere stati dettati dalla sua anima “sammarchese” e, “attraverso la sua mano, sigillati dall’inchiostro per poi essere divulgati” . Traspare in Cera la volontà di chi vuol tramandare ai suoi concittadini le sue “emozionanti” conoscenze e non custodirle gelosamente; la conoscenza dettata dall’esperienza, dalla curiosità, oltre che dalla rielaborazione dei ricordi di quanto accadeva attorno a lui durante l’infanzia e l’adolescenza. “Nulla è lasciato in disparte o al caso (Cera) non tralascia nulla, nemmeno le più semplici e naturali cose. Tutto viene descritto e ogni piccolo elemento non sfugge a momenti di riflessione. Così, il “ricordare” è un suggerimento che più volte compare nel testo. I ricordi assumono un’importanza strabiliante e oltre ad essere momenti di un piacevole passato, talvolta diventano punto di partenza del viaggio della conoscenza”. L’Autore sa affrontare i temi più svariati e con l’uso sapiente della parola si pone come “memorizzatore” verso tutti coloro che vogliono conoscerlo. Parla di se stesso, della sua famiglia, del suo paese (di S. Marco) e dialoga con tutti “ma contemporaneamente trasmette dei messaggi che possiamo definire “universali”, utili a tutti. E lo fa in un modo che non risulta distaccato, bensì coinvolgente con il suo pensiero”. Particolare attenzione nella lettura di Cera, quindi, “è doverosa proprio per comprendere la varietà dei messaggi trasmessi. E quindi ci si può trovare a rileggere attentamente qualche riga per poi acquisirne il più profondo significato”. Perché profonda è sicuramente anche la sua sensibilità. Se riflette, in questo libro, Cera lo fa riguardo anche al più semplice e piccolo ricordo o elemento vitale; per esempio la mòlia, la trennela, li pastorelle, etc… descritti nel minimo particolare reso delicato anche da momenti di qualche valore poetico. Se non paresse troppo arduo il paragone, si potrebbe addirittura azzardare nel dire che “leggere (Cera) è essere esploratori meravigliandosi delle diverse facce che la vita ci mostra”. In questi racconti si può dire che l’autore “unisce magistralmente concretezza e spiritualità esprimendo tutto il suo essere”.
Basteranno un oggetto, un mestiere, una situazione a evocare un ricordo che possa sollecitarci non solo ad apprezzare queste descrizioni, ma a ricordarci una festa, una gita, un personaggio caratteristico di paese, un momento che anche noi lettori potremmo ripercorrere e rivivere nell’angolo più remoto della nostra memoria, sede di ogni nostra più forte e cara condizione da trasmettere e tramandare proprio come Florenskij alle generazioni future: “Caro Kirill, [...] la mia unica speranza è che tutto ciò che si fa rimane…Se non fosse per voi, rimarrei in silenzio”. La speranza che tutto, ogni piccolo istante della/nella propria memoria sia impresso su carta, come una vecchia foto ingiallita che ci dia nostalgia o come un selfie nell’odierna civiltà delle immagini. 
Matteo Coco

Raffaele Cera a destra in una foto di repertorio