lunedì 27 settembre 2010

di Giorgio Odifreddi
José Saramago amava ripetere che il mondo sarebbe molto più pacifico, se fossimo tutti atei. Il che significa due cose: che la violenza non è tutta generata dalla religione, ma molta sí. Se mai ce ne fosse bisogno, gli eventi di questi ultimi giorni si affrettano a confermare l’accuratezza del motto del premio Nobel da poco scomparso.
Ieri diciotto persone hanno perso la vita in Kashmir, a causa delle teste calde islamiche che manifestavano contro i cristiani. La cosa non stupisce, soprattutto in India. Basta ricordare le tragiche violenze tra induisti e musulmani, che hanno segnato nel 1947 la nascita del paese, lacerato dalla separazione del Pakistan e di quello che poi divenne il Bangladesh. O il tragicomico carnaio di Ayodhya nel 1992, quando duemila persone persero la vita nella tempestiva distruzione di una moschea, costruita nel 1527, che secondo gli induisti occupava il luogo di nascita dell’inesistente divinità Rama.
East is East, direbbe Kipling. Che aggiungeva anche, per fortuna, and West is West. Infatti, gli incidenti del Kashmir sono stati provocati da una testa calda cristiana: un reverendo, di cui non vale nemmeno la pena di ricordare il nome, che negli Stati Uniti minacciava di bruciare il Corano l’11 settembre. Un atto veramente iddiota, visto che non si vede cosa un falò privato di fogli stampati potrebbe o dovrebbe significare, in un mondo sensato.
Ma il mondo sensato non lo è, come il nostro blog sta cercando di ricordare. E dunque tutti si sono precipitati a scongiurare il reverendo di non farlo, da Obama al Papa. La CEI è arrivata a paragonare il falò ai roghi dei libri nazisti: dimenticando, ovviamente, che nel caso di Hitler il problema non stava nel bruciare fisicamente la carta, ma nel proibire idealmente di leggere le parole che ci stavano scritte. Cosa che, ovviamente, non era nei poteri del reverendo.
Soprattutto, però, la CEI ha dimenticato di ricordare che, ben prima dei nazisti, i falò di libri li aveva fatti il Vaticano stesso. E che l’Indice dei Libri Proibiti è un’invenzione non di un dittatore del Novecento, ma dei Papi del Cinquecento. La prima lista di proscrizione fu infatti stilata nel 1559, quasi quattro secoli prima di Hitler e del nazismo, e l’ultima fu ritirata nel 1966, quando ormai essi erano scomparsi da vent’anni. 
 D’altronde, l’uso di due pesi e due misure è tipico del Vaticano. Pochi giorni fa, durante la visita di Geddafi, la Chiesa si è seccata che gli fosse stato permesso di predicare impunemente l’Islam in un paese cattolico, per di più sede del Soglio Pontificio. Ma se è improprio predicare una fede aliena in casa d’altri, che cosa ci facevano allora i cattolici nel Kashmir? E, più in generale, che cosa ci fanno i missionari cristiani nel mondo intero, da sempre? Cioè, da quando è venuto un uomo che ha ordinato ai suoi seguaci di farlo?
 I missionari predicano e cercano di convertire, ovviamente, e la Chiesa ritiene che ci debba essere libertà di religione. Benissimo, ci mancherebbe! Ma la libertà ci dev’essere solo quando a predicare sono i cristiani agli infedeli, e non viceversa? La religione dev’essere libera solo a casa d’altri, e non in Vaticano? Sembra proprio cosí, visto che il Vaticano ha solo un osservatore alle Nazioni Unite: non ne è un membro effettivo, proprio perchè ha rifiutato di firmare, per questo motivo, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
Un simile comportamento è tipico delle religioni, e specialmente dei monoteismi. Chi ritiene di possedere la verità assoluta, non combatte solo il relativismo: si arroga anche il diritto di andare a dire agli altri ciò che non vorrebbe che gli altri venissero a dire a lui. In fondo, il problema della violenza religiosa sta tutto qui. E anche il problema del terrorismo islamico, visto che Osama e Al Qaeda combattono semplicemente l’invasione occidentale dei luoghi santi islamici. E’ per tutti questi motivi, e tanti altri ancora, che Saramago aveva ragione a dire che il mondo sarebbe molto più pacifico, se fossimo tutti atei.

La Repubblica.it